Presenza social degli editori: un tablet in mezzo ai libri

Presenza social degli editori: esserci o non esserci? Questo è il dilemma.

La presenza sui social sembra un must per tutte le aziende, comprese quelle dell'editoria. Ma è una decisione da ragionare bene: vediamo con quali criteri.

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Essere presenti sui social sembra ormai d’obbligo per aziende, editori e singole persone. In effetti, se c’è un modo efficace per rendersi raggiungibili e per curare un certo tipo di relazioni con il pubblico, è proprio attraverso le attività e la presenza sui social media. Ma non è tutto in discesa. Stare online, in un potenziale contatto diretto con chiunque, comporta impegno e consapevolezza, risorse e strategia. Perché i social non sono un canale di distribuzione, ma una dimensione relazionale che richiede qualche accorgimento in più rispetto al modo classico con cui si è abituati a condurre le attività comunicazione.

Quali sono gli aspetti da curare per decidere di aprire i propri spazi online o per dare loro una svolta qualitativa? Abbiamo riassunto la sfida in quattro domande fondamentali per dirigenti di azienda, addetti alla comunicazione, ma anche per ciascuno di noi che, alla fine, vive la sua vita sociale e professionale in costante connessione.

 

1) Perché vuoi stare online?

La primissima domanda da farsi è quella di base: qual è il motivo per cui si decide di essere presenti online. Se l’intento è semplicemente quello di “aumentare la propria visibilità” si rischia di andare fuori strada. Accettare di stare in rete significa piuttosto essere disposti a perdere un certo vantaggio comunicativo in favore di una maggiore possibilità di costruire relazioni.

Il vantaggio che si perde è quello che da sempre aziende, editori e organizzazioni hanno avuto nei confronti dei loro clienti e utenti: una certa distanza. A stare online invece ci si espone a essere raggiungibili da chiunque, e in pubblico. Gli spazi sui social diventano luoghi di scambio di giudizi diretti, immediati, esposti.

Questo significa accorciare le distanze, dare la parola a chiunque (nei commenti, nelle risposte, con i tag), e accettare di stare in mezzo a una conversazione che non è del tutto sotto il controllo del titolare degli spazi, come erano invece le conferenze stampa, le campagne pubblicitarie e le altre azioni di comunicazione pre-social.

Se quindi non si ha intenzione di sottoporsi a questo contatto diretto e poco controllabile, sarà difficile essere davvero efficaci. E purtroppo dobbiamo dircelo: anche se si decide di starne fuori, quella conversazione sui propri prodotti e contenuti, che costruisce (o distrugge) la reputazione, avviene anche senza la nostra presenza.

 

2) Sei disposto a conversare?

Una volta accettato di perdere il vantaggio comunicativo ed esporsi ai contatti diretti con chiunque, occorre farsi la seconda domanda, che riguarda le abitudini di comunicazione. Veniamo da una cultura, quella precedente all’iperconnessione, in cui la maggior parte degli sforzi nel processo comunicativo erano fatti nelle fasi ideative, elaborative e produttive dei contenuti. Poi si arrivava alla distribuzione tramite i media: cartellonistica, tv, radio e quant’altro.

L’idea era quella di curare moltissimo la confezione del messaggio, anche in base allo studio dei target, e fare in modo che nella sua emissione raggiungesse il più possibile il pubblico interessato, ottimizzando il gradimento. Tutto il resto del pubblico, quello non interessato o non favorevole, rimaneva semplicemente fuori. Gli effetti delle campagne di comunicazione si calcolavano poi nelle vendite, nei sondaggi, nello share televisivo, nelle copie vendute.

Oggi, grazie alla connessione, questo processo è molto più articolato. Perché in rete, una volta arrivati alla fase di emissione, che prima era un momento culminante del processo, si è solo all’inizio: da lì infatti quei contenuti diventano oggetto della conversazione online, fatta di reazioni, commenti, rielaborazioni, distorsioni e tutto quello a cui assistiamo abitualmente in rete.

Non solo. Quella conversazione, per la struttura stessa delle piattaforme, è reticolare, e si diffonde tra le persone attraverso legami di prossimità: ciascuno con i suoi like, condivisioni e commenti coinvolge in quei contenuti le persone con cui è più strettamente connesso. È quello che un tempo chiamavamo il passaparola, che oggi però è potenziato dalle possibilità del digitale e non più vincolato ai limiti di tempo e di spazio delle interazioni informali tra vicini.

Comunicare online vuol dire gestire quella parte conversazionale e interattiva che verrà fuori da ogni atto di comunicazione, e che continuerà nel tempo. Se non si è disposti a questo lavoro di accompagnamento del contenuto attraverso le conversazioni che suscita tra le persone, sarà difficile curare bene i propri spazi online. E questo ci porta alla prossima domanda.

 

3) Sei disposto a farti carico del dissenso?

Per questa struttura conversazionale (l’interazione è l’azione basilare) a libero accesso (chiunque può intervenire, senza una selezione a priori) c’è una cosa che online di sicuro si incontrerà sempre e in abbondanza: il dissenso. Nella sua accezione più ampia: da chi rappresenta con ragionevolezza il suo disaccordo a chi invece espone le sue lamentele in modo scomposto, passando da fraintendimenti volontari generati dall’astio, dalle provocazioni e dalle polemiche gratuite, fino all’estremo delle espressioni di odio e di violenza verbale.

Tutto questo articolato insieme di manifestazioni di “diverso modo di sentire e vedere la realtà” online trova la sua massima espressione. Per due motivi: il primo è che nella comunicazione mediata tramite lo smartphone e in assenza di corpo è più facile esprimersi, si è più disinibiti; il secondo è che la connessione fa in modo che mondi distantissimi si ritrovino a portata di touchscreen. Mentre in passato per esprimere contrarietà a un prodotto, a una persona, a un’azienda, ci sarebbero volute azioni organizzate e complesse per farsi notare, ora basta un commento negativo, una recensione sullo store online, una reazione sdegnata. Tutto materiale che lascia la traccia in rete; lì rimane e tutti lo possono leggere.

In questo scenario, il vecchio ideale della comunicazione felice che mette tutti d’accordo va abbandonato. Occorre entrare nell’ottica della disputa felice: per quanto ci si esprimerà bene, per quanto si curerà la correttezza formale, la scelta delle parole e delle immagini, ci sarà qualcuno che fraintenderà, che si offenderà, che non capirà. E quel qualcuno lo farà presente, andando ad alimentare il flusso delle interazioni e a influire sul clima degli spazi digitali.

Insomma, se si sta online, bisogna farsi carico di queste interazioni di dissenso. Come? Attivando una strategia chiara di risposta che scoraggi l’aggressione e l’odio, ma che allo stesso tempo dia seguito alle critiche e offra spiegazioni e chiarimenti quando necessari. Una via è quella di stare sempre nel merito degli argomenti, senza andare sul personale. Cercare nei commenti degli utenti, per quanto espressi con modi polemici e inadeguati, se vi sono questioni oggettive e concrete e rispondere a quelle, ignorando la parte polemica. Si tratta di riconoscere ciò a cui danno valore le persone e coglierlo, anche quando espresso con toni aggressivi e non gentili. È lì che si aprono possibilità di relazione che nessun altro mezzo permette: le buone relazioni con chi non è d’accordo.

 

4) Sei disposto a investire risorse nella presenza social?

Di fronte a questo panorama di attività di conversazione, cura delle relazioni e moderazione delle interazioni (anche di quelle più critiche), si capisce che siamo di fronte a un vero lavoro professionale che ha i suoi tempi, modi, regole; e che ha bisogno di risorse. Quello del social media manager, cioè di colui che sta lì in prima linea a pubblicare, aggiornare, rispondere ai commenti, è un lavoro vero, una professione e un ruolo strategico per la comunicazione di un’azienda, tanto quanto quello del responsabile marketing o dell’ufficio stampa.

Non dimentichiamo che quelle pubblicazioni e quelle interazioni sono elementi rilevantissimi per la comunicazione di un’organizzazione: sono atti che arrivano molto vicino al pubblico, direttamente alle persone, nel loro smartphone, che è ormai quasi uno spazio intimo. E non solo: come abbiamo visto, per come sono costruite le piattaforme ognuna di quelle interazioni arriva anche nelle timeline dei contatti dell’utente, che sono solitamente i legami di prossimità (amici, parenti, colleghi, persone affini a lui). Ciò significa che quella risposta di un’azienda a un cliente ha la possibilità di essere letta anche dalle persone a lui più legate e vicine.

Una possibilità di comunicazione diretta, efficace e rilevante tanto quanto (e talvolta di più) di un cartellone, di un comunicato stampa o di un passaggio televisivo. Vale la pena curare questa attività in modo professionale e con le risorse adeguate. È quell’opportunità di relazione di cui parlavamo all’inizio, quella che si guadagna perdendo un po’ il vantaggio del palco e della distanza. D’altronde la saggezza popolare insegna: “In amore vince chi perde”. Sui social di fatto è lo stesso: se vuoi “vincere” relazioni con le persone devi “perdere” un po’ di distanza e di barriere.

 

Filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni di Rai3 e Rai1. Si occupa di discussioni online, conflitti e comunicazione di crisi (www.brunomastro.it); assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze. Recentemente ha scritto "Litigando si impara. Disinnescare l'odio con la disputa felice in tempi di crisi" (Cesati, in uscita 2020); "La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico" (Cesati 2017); "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello" (con Vera Gheno, Longanesi 2018). [ Guarda tutti gli articoli ]

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