Una delle sale espositive del museo M9 di Mestre, dedicato al '900.

Pronto l’M9 di Mestre: il Novecento del futuro

Marco Biscione, direttore di M9, racconta ciò che ha portato alla costruzione del museo dedicato al '900, in apertura a Mestre dopo 10 anni di progettazione.

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Immaginatevi dentro lo stabilimento Fiat, intenti a verniciare la carrozzeria di una Ritmo che esce dalla catena di montaggio di Mirafiori. Oppure fermatevi alla pressa della fonderia Ansaldo e tagliate un lingotto di ferro semifuso. E poi ancora giocate dentro la Lanerossi di Vicenza e cimentatevi nelle operazioni di cardatura, filatura e tessitura. Qui potete dirigere gli operai e fare in modo che ottimizzino il loro tempo in base agli obiettivi stabiliti per quella giornata di lavoro. Vi renderete subito conto di come fosse veloce la vita dentro le fabbriche del ‘900. Veloce e allo stesso tempo monotona, perché il lavoro era sempre uguale a se stesso.

Il cuore della grande industria del ‘900 è lì che vi aspetta. E per catapultarvi dentro quella realtà non serve una macchina del tempo. Quella ancora non è stata messa a disposizione di M9, ma tutto il resto sì, dal primo di Dicembre. E la fabbrica fordista non sarà l’unica protagonista delle istallazioni. Il viaggio prosegue attraverso le cucine degli italiani: si potrà vedere come è cambiato il ruolo della donna all’interno della casa da quando all’inizio del ‘900 accendere un fuoco era un lavoro. Attraverso le famiglie, la scuola, l’intrattenimento e il paesaggio possiamo capire come è cambiata la vita dei nostri nonni e dei nostri genitori.

Si perché M9 vuole essere un museo di storia, ma la storia che si vive qui non è soltanto il racconto di grandi eventi, guerre, tragedie epocali e invenzioni tecnologiche. La trama di fondo che lega tutto il percorso è la vita quotidiana. “Il museo parla delle trasformazioni del 900 attraverso la vita dei cittadini. Attraverso linguaggi e strumenti che sono alla portata di tutti”. Marco Biscione, direttore di M9, ci ha raccontato la lunga gestazione del museo, ma anche la ricaduta che avrà sulla cultura, sul lavoro e sulle persone della città che lo ospita, Mestre.

M9 sembra uno spazio in cui si possono riconoscere diverse generazioni. Che tipo di pubblico vi aspettate?

Il museo è un luogo che può parlare sia a chi il ‘900 lo ha vissuto, sia a chi ne ha solo sentito parlare. Pochi giorni fa sono stato in un liceo di Mestre e i ragazzi mi hanno fatto domande vere, piene di senso. I giovani sono curiosi e se opportunamente stimolati sono molto attenti. Questi ragazzi erano tutti nati dopo il 2000, per loro i contenuti del museo non sono parte dell’esperienza di vita. Fanno parte della loro esperienza di vita invece gli strumenti attraverso cui il museo si racconta, la multimedialità spinta, la realtà virtuale. In pratica la tecnologia ci aiuta a raggiungere anche i ragazzi, che per noi potevano essere il pubblico più ostico. In alcune istallazioni si vedono i bambini al lavoro. Per noi sarà importante colpire i giovani, anzi gli adolescenti e mostrargli che fino a settant’anni fa alcuni loro coetanei lavoravano nelle fabbriche o nei campi.

Se si volessero provare tutte le installazioni e i filmati però non basterebbero giorni.

Un museologo americano negli anni ‘20 ai suoi tempi disse: “Dobbiamo far diventare i musei come i supermercati”, e quando io dico che voglio mettere il pubblico al centro intendo proprio questo. L’obbiettivo è far tornare le persone, non solo grazie al rinnovo continuo delle installazioni, ma anche grazie a particolari convenzioni e sconti alle famiglie, alle scuole e agli anziani. L’obiettivo è far vivere e rivivere il museo.

Oltre a essere l’unico museo totalmente multimediale in Italia, la costruzione di M9 è stato un grande lavoro di riqualificazione urbana. Cosa si aspetta la città da questo progetto?

Per tutto il centro può costituire un volano importante. Innanzitutto perché Mestre potrà godere di un turismo più stabile e non soltanto delle presenze “dormi e fuggi” in attesa di visitare Venezia. Inoltre di fianco alla struttura è stato creato un distretto commerciale che da un lato, con gli introiti degli affitti, dovrebbe dare un contributo alla sostenibilità del museo, dall’altro ha il compito di attivare un circolo virtuoso tra il museo e il commercio, con una discreta ricaduta economica e occupazionale.

Mi aggancio al tema della sostenibilità economica. M9 ha goduto di un investimento di 110 milioni di euro fatto dalla Fondazione Venezia. Praticamente non c’è mai stato un investimento simile in tutta Italia. Quali sono le prospettive?

Nel nostro paese sono rarissimi gli esempi di musei che si sostengono con le proprie forze, senza ricorrere a contribuiti pubblici esterni. Invece noi puntiamo alla piena sostenibilità economica grazie agli introiti dei biglietti, ma anche grazie agli affitti degli spazi commerciali. Inoltre la struttura ha già una sua sostenibilità energetica per merito delle sonde geotermiche e dei pannelli solari installati.

Prima parlava della ricaduta occupazionale. Come avete gestito e distribuito le risorse umane?

Il personale del museo è concentrato negli obiettivi strategici, ovvero le mostre, gli eventi, la gestione degli archivi e il rinnovo delle esposizioni permanenti. Tutto il personale alle casse, nelle sale, nelle caffetterie, gli addetti alla manutenzione e alle pulizie saranno gestiti da agenzie esterne. Poi dobbiamo anche valutare l’indotto occupazionale degli spazi commerciali. Il contributo sociale ed economico alla città è piuttosto alto.

Ci sono sinergie con altri attori istituzionali?

Abbiamo cercato di valorizzare il patrimonio archivistico italiano e abbiamo coinvolto più di 150 archivi, mentre per alcuni video e fotografie ci siamo rivolti direttamente alle imprese. Negli anni abbiamo collaborato con molti soggetti istituzionali, ma vorremmo estendere gli accordi a tutte le Regioni. M9 nasce a Mestre e qui terrà le sue radici, ma ha un respiro molto più ampio. Il progetto si è sviluppato nell’arco di dieci anni, ci sono otto sezioni e lo sforzo realizzativo è stato enorme.

Chi avete coinvolto per la progettazione?

In primis un comitato scientifico di livello altissimo. I curatori delle singole sezioni hanno svolto un lavoro importantissimo insieme al nucleo interno di giovani storici coordinati da Guido Guerzoni, noto economista della cultura che ha curato i contenuti del progetto. Poi Polymnia Venezia, la società strumentale di fondazione Venezia ha realizzato il progetto e ha prodotto le singole installazioni.

Un luogo popolato da installazioni immersive, giochi e realtà virtuale può definirsi un museo? Cioè: museo è il termine giusto per una struttura così innovativa?

Sì, è il termine giusto. Questa domanda ce la siamo fatta anche noi in fase di realizzazione, ma in realtà la definizione di museo comprende anche il patrimonio immateriale, le idee e i concetti. Quindi siamo pienamente in un museo, anche se M9 non è un luogo legato agli oggetti.

Torniamo al ‘900, secolo su cui si è detto di tutto, pieno di contraddizioni, di stragi, e grandi progressi. Secondo lei è davvero il peggiore dei secoli o il museo può offrire uno spunto diverso?

Credo che l’umanità non abbia mai vissuto così bene come adesso. La vita media si è allungata, la qualità della salute è aumentata. Nel museo si vede come sono cambiati gli italiani, siamo diventati più alti e soprattutto mangiamo meglio. Non per tutta l’umanità, ma per molti c’è stata anche l’affermazione dei diritti individuali di libertà. Tutto questo è costato in termini di guerra e stragi, ce lo siamo faticosamente conquistato con un processo storico che non riguarda solo il ‘900. Perché la storia non va avanti a cesure, è un flusso continuo. Ma se penso al ‘900 lo vedo come il secolo che a noi qui ha dato libertà, benessere e lavoro. Lavoro non come sofferenza e travaglio, ma come possibilità di sviluppo dell’individuo e strumento di emancipazione.

 

 

Photo credits: Alessandra Chemollo

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e viaggiare con lo sguardo, con la mente e con tutti i mezzi consentiti. Non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare, più che parlare. E crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi collabora con Cefa, una Ong che promuove progetti di sviluppo per l’agricoltura nei paesi del Sud del mondo, e con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

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