Quando licenziare diventa una tragedia nazionale

C’è una leggenda che circola tra i corridoi de La Stampa di Torino. Si narra che nei lustri passati, al momento di licenziare un direttore, l’editore fosse solito recapitare l’ultimo stipendio in contanti dentro ad una busta, assieme ad un biglietto che raccomandava di consegnare la busta stessa, vuota, al portiere al momento di abbandonare […]

C’è una leggenda che circola tra i corridoi de La Stampa di Torino. Si narra che nei lustri passati, al momento di licenziare un direttore, l’editore fosse solito recapitare l’ultimo stipendio in contanti dentro ad una busta, assieme ad un biglietto che raccomandava di consegnare la busta stessa, vuota, al portiere al momento di abbandonare l’edificio. Un austerità che fa capire di che pasta erano fatti i piemontesi.  Altri tempi, altri costumi. Traslato ai nostri giorni l’episodio si ripeterebbe forse in modo meno curiale, più crudo, col direttore che esce dal giornale portando uno scatolone coi suoi effetti personali, stile Lehman Brothers o magari verrebbe fatto fuori da un gelido consulente appositamente ingaggiato come il George Clooney di Tra le nuvole.

Intendiamoci: comunicare un licenziamento non è mai cosa facile né piacevole. Nel suo ultimo libro Romano Prodi racconta di quando (era presidente dell’IRI) Enrico Cuccia gli rimproverò di andare a visitare le aziende che gestiva: non lo faccia, poi si affeziona alle fabbriche e a chi ci lavora, non va bene. Come dire: poi ti sarà più difficile vendere e licenziare chi hai conosciuto, visto in faccia. Concetto questo che mi è capitato di sentire in bocca anche ad altri manager con la fama di spietati tagliatori di teste.

Ora, c’è qualcosa di peggio di essere licenziati? Si, perdere il lavoro all’improvviso, senza spiegazioni, informazioni e senza aver avuto la percezione che la baracca per la quale lavoravi era sull’orlo del baratro. Uno dei casi più famosi e tragici è quello della Sabena. Il 7 novembre 2001 l’allora compagnia di bandiera del Belgio fallisce schiacciata da debiti per 2 miliardi di euro. Nessun imprenditore la vuole rifinanziare. Il governo, che ha il 51%, non ha scelta se non la bancarotta. In poche ore 11.000 persone perdono il lavoro: piloti, assistenti di volo, meccanici, personale di terra. Una catastrofe per un paese che contava 10 milioni di abitanti. La cosa inquietante è che i dipendenti vennero a sapere del tracollo dai telegiornali dopo essersi accorti che i badge erano stati disattivati, come pure i telefoni e gli account mail. Nessuno insomma era stato avvisato tranne i piloti che si trovavano in quel momento all’estero, ai quali la dirigenza implorò di portare indietro gli aeroplani per paura che venissero pignorati dai creditori.

Sabena non era però solo una compagnia aerea: era un pezzo di storia del Paese. Pensate che nel 1923 quando il Governo decise di creare dal niente una compagnia commerciale per servire le sue colonie africane, staccò un pezzo dell’aronautica militare – aerei e personale – e ne fece un vettore privato. Sabena era quindi uno spin off delle Forze Armate ma anche l’emblema dell’integrazione possibile di un popolo da sempre drammaticamente diviso, i belgi: non a caso l’aviolinea impiegava dipendenti di lingua francofona e fiamminga, le due comunità che da sempre litigano su tutto. Per questo il licenziamento di 11.000 persone fu un dramma personale (per i dipendenti) ma anche nazionale, comunicato oltretutto in un modo che scioccò il Paese.

Non è un caso se nel 2004 la vicenda Sabena fu portata in scena da tre autori tedeschi che convinsero sei ex dipendenti a raccontare la drammatica storia del loro licenziamento in un teatro di Bruxelles.  Il titolo della pièce era Sabenation: go home and follow the news. Sul palcoscenico c’era, tra gli gli altri, Peter Kirschen, un pilota che dopo anni di sacrifici era riuscito a coronare il suo sogno di stare ai comandi di un aereo nonostante avesse la poliomelite. Myriam Reitanos, ex hostess che ricordava tra le lacrime come venne a sapere della bancarotta: Nessuno della compagnia ci dette alcuna informazione. Ci ritrovammo tutti a guardare la televisione, così, per sentirci dire che tutto era finito! Quando poi chiedemmo all’ufficio del personale cosa dovevamo fare ci sentimmo rispondere: «Go home and follow the news», andate a casa e seguite i telegiornali.

La testimonianza che mi colpì di più fu però quella di Jean Will. Trenta cinque anni circa, era una specie di parcheggiatore di aeroplani, l’uomo con la cuffia che sta attaccato con un cavo al muso dell’aereo per parlare col comandante e guidarlo nel distacco, dal gate fino a quando imbocca la pista. Jean parlava con la testa piegata, gesticolava, gli occhi devastati dai tic. Mi raccontò che dopo il licenziamento l’unico impiego che aveva trovato era in una fabbrica di medicine: doveva controllare le pillole che uscivano da una macchina. Lui, abituato a stare all’aria aperta con lo sguardo alzato, a tenere al guinzaglio gli aerei, ora doveva stare chino ore ed ore nel chiuso di una stanza a fissare delle minuscole pillole. Per questo, mi spiegava, era caduto in depressione: Vedi, quando hai lavorato per una compagnia aerea e’ come se l’avessi scolpita addosso, in testa. È un qualcosa che hai sempre in testa, non te la togli più.

Solo così si può capire cosa accadde a Michel R. , il pilota che riportò in Belgio l’ultimo aereo della Sabena. Sei mesi dopo, di fronte all’impossibilità di trovare un altro lavoro, si suicidò: aveva 38 anni e 5 bambini. La moglie, lei stessa ex hostess della Sabena, lo trovò nel bagno di casa privo di vita. In quel caso lei ebbe la notizia prima dei telegiornali.

 

 

 

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