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Ricostruzione Italia: non impariamo mai niente

Ricostruzione Italia: non impariamo mai niente

L'Italia sa gestire le emergenze, ma non sa ripartire: il Centro Italia, L'Aquila e perfino l'Irpinia aspettano ancora la ricostruzione dopo il terremoto.

Monia Orazi

8 Aprile 2020

Ogni anno in Italia si spendono circa due miliardi di euro per le infinite ricostruzioni dei terremoti, che con una media di circa cinque anni colpiscono in modo grave il Paese. Una nazione con il suolo ballerino che non ha ancora appreso la lezione più importante: investire nella prevenzione antisismica, in modo da non avere più i 294 morti del 2009 all’Aquila, i 299 dei sismi che dal 2016 hanno squassato il centro Italia, o le 2 vittime del terremoto di Ischia del 2017.

A sancirlo il documento elaborato dall’ufficio Valutazione Impatto del Senato, nel 2018, dal titolo Ricostruire. L’Aquila, Pianura Padana, Centro Italia: politiche e risorse per l’Italia post terremoto. Le cifre stanziate per l’Aquila ammontano a 17 miliardi e mezzo di euro, quelle per il sisma dell’Emilia a 8 miliardi e 400.000 euro, a 14 miliardi e 700.000 euro quelle per il centro Italia. “L’analisi per finalità di intervento evidenzia come complessivamente quasi l’85% delle risorse è stato destinato alla ricostruzione, il 9% alle attività produttive, quasi il 4% alle pubbliche amministrazioni e il 2,5% a fronteggiare le emergenze”, si legge nel documento.

 

Il terremoto in Centro Italia e nell’Irpinia dalla ricostruzione infinita

Un fiume di soldi che, fino al 2017, ammonta a 20 miliardi di euro, mentre ancora non si sono prese misure per investire seriamente nella prevenzione antisismica, con il rischio nemmeno troppo remoto che certe tragedie possano ripetersi. Il sisma in centro Italia viene gestito a suon di ordinanze, un cambio di commissario all’anno; una ricostruzione che promette di durare, a questi ritmi, almeno quattro decenni. Un tecnico deve leggersi almeno 1500 pagine di ordinanze commissariali, zeppe di rimandi ad altre leggi dello Stato. Nella confusione delle norme, nei 22 passaggi burocratici necessari prima di appaltare la ricostruzione di un’opera pubblica, nel fatto che a ogni terremoto si ricomincia da capo, si gioca ogni volta il paradosso di non decidere; si allungano i tempi, il denaro si disperde in mille rivoli, con il rischio di infiltrazioni malavitose. Ricostruire diventa un gioco a chi resiste di più.

 

Emanuele Tondi, responsabile della sede Ingv dell’Università di Camerino

 

È il caso del terremoto del 1980 in Irpinia, il più devastante degli ultimi decenni, la cui ricostruzione non è ancora terminata. Fino al 2008 si è stimata una spesa di 66 miliardi di euro, fondi che non si sono rivelati sufficienti, tanto che dal 2007 è in vigore un contributo annuale di 3 milioni e mezzo di euro, destinati alla ricostruzione, per 15 anni. Sui carburanti era stata messa un’accisa pro Irpinia di circa 4 centesimi di euro, mai tolta.

Spiega Emanuele Tondi, professore associato di geologia strutturale, responsabile sede INGV dell’Università di Camerino: “Le ragioni per cui non si riesce a ridurre il rischio sismico in Italia vengono generalmente associate alla mancanza di consapevolezza del rischio da parte di amministratori e cittadini, a inappropriate disponibilità di fondi o di tecniche ingegneristiche idonee. Tuttavia, credo sia importante anche una riflessione sugli strumenti attualmente in uso per fare prevenzione in ambito di terremoti, in particolare sull’informazione di base necessaria e relativa alla pericolosità sismica. La carta di pericolosità sismica nazionale è l’unico documento ufficiale che fornisce informazioni sui terremoti riguardanti il dove, il come (in termini di intensità) e il quando. Le intensità sono espresse in termini di accelerazione orizzontale su suolo rigido (Vs30>800m/s), che hanno la probabilità del 10% di essere superate in un arco temporale di 50 anni, e sono quelle che vengono utilizzate nelle Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018 (NTC-2018), sia per le nuove costruzioni che per valutare la vulnerabilità sismica degli edifici preesistenti”.

 

Una carta di pericolosità sismica inadeguata

I valori indicati nella carta di pericolosità sismica nazionale, nella realtà, possono essere superati, come spiega Tondi: “L’accelerazione orizzontale al suolo viene espressa sulla base di due semplificazioni che hanno importanti conseguenze. La prima è che i valori indicati sono spesso soggetti a significative amplificazioni, che possono essere valutate solo mediante specifici studi di microzonazione sismica. La seconda è che i valori di accelerazione orizzontale riportati non rappresentano i valori massimi che si possono raggiungere anche su suolo rigido. Infatti nella carta di pericolosità sismica sono riportate le intensità sismiche considerate più probabili (90%) in 50 anni, ed è prevista una percentuale del 10% che queste vengano superate, arrivando fino a quelle massime possibili, generalmente da due a tre volte maggiori”.

Questa evenienza nei recenti terremoti in Centro Italia si è verificata, come illustra il geologo: “Purtroppo, però, a fronte di una percentuale prevista del 10% che i valori riportati nella carta possano essere superati, le accelerazioni misurate negli ultimi forti terremoti in Italia (2009 L’Aquila, 2012 Emilia, 2016 Amatrice-Visso-Norcia) sono tutte state maggiori (da due a tre volte, appunto). Se ciò che dovrebbe essere improbabile diventa la norma, è evidente che c’è qualcosa che non va”.

“Il problema è che la carta di pericolosità sismica, oltre a essere sviluppata utilizzando un modello probabilistico, è anche statica, indipendente dal tempo. Non considera cioè il tempo intercorso dall’ultimo evento sismico e non viene aggiornata con il verificarsi dei terremoti. Il terremoto del 2009 a L’Aquila, del 2012 in Emilia e del 2016 a Norcia (ma vale per tanti altri forti terremoti avvenuti in periodi recenti e/o storici) si sono verificati in zone dove erano trascorsi centinaia di anni da un evento sismico di intensità confrontabile.”

 

Indizi sulla probabilità dei terremoti e i bisogni del Paese delle emergenze

Anche i terremoti, continua il docente Unicam, seguono un loro ciclo temporale: “Il terremoto non è indipendente dal tempo. Le faglie seguono, anche se in maniera non regolare, un ciclo sismico, e più tempo passa più è probabile che si riattivino, generando il massimo terremoto possibile. Ne consegue che prima degli eventi sismici menzionati, la probabilità che in quelle zone le intensità riportate nella carta venissero superate in 50 anni non era del 10%, ma molto più alta. Così come ora è molto più alta la probabilità che i valori riportati vengano superati in tante altre zone d’Italia, dove forti terremoti si sono verificati centinaia di anni fa”.

“Sulla base delle conoscenze attuali, per quanto riguarda i terremoti più forti che si possono verificare in Italia, è possibile integrare i dati sui terremoti storici con quelli geologici e geofisici disponibili relativi alle faglie attive e includere il fattore tempo, già ampiamente testato a livello scientifico. Nelle aree dove la probabilità che si verifichi un terremoto distruttivo in tempi brevi risulti molto alta occorrerebbe agire in maniera prioritaria nella riduzione del rischio sismico, prevedendo disposizioni e normative simili a quelle che vengono applicate nella ricostruzione di aree terremotate, ma prima che si verifichi il sisma.”

Giovanni Legnini, 61 anni, abruzzese, ex vicepresidente del CMS, ex sottosegretario di Stato e parlamentare, già sottosegretario con delega alla ricostruzione dell’Aquila, quarto commissario straordinario alla ricostruzione del centro Italia, annuncia tra le righe un cambio di atteggiamento verso la gestione dell’emergenza post terremoto. Senza Filtro lo ha intervistato.

Giovanni Legnini, quarto Commissario straordinario alla ricostruzione del centro Italia

 

L’Aquila, le Marche e i sismi precedenti. Qual è la lezione che la politica dovrebbe imparare?

La prima, la più importante, sembra quasi banale. L’Italia è un territorio a fortissimo rischio sismico: spesso lo dimentichiamo e ogni volta che si verifica un evento sismico grave sembra che sia la prima. È sin troppo agevole indicare la via che è indispensabile percorrere: prevenzione anche con un attento governo del territorio e la diffusa messa in sicurezza sismica degli edifici. Gli sforzi fatti negli ultimi anni, penso alle molte risorse stanziate per il dissesto idrogeologico e al Sisma Bonus, non sembrano abbiano determinato una sufficiente diffusione della cultura e della pratica della prevenzione e della sicurezza. Eppure, i quasi mille morti e le decine di miliardi di danni causati dai terremoti negli ultimi anni sono un monito severo per i poteri pubblici e per i cittadini. Dobbiamo evidentemente fare molto di più assumendo tale tema come una priorità assoluta, soprattutto adesso che con l’emergenza coronavirus verrà in discussione anche il nostro modello di sviluppo.

Ad oggi l’unico sistema per difendersi seriamente dai terremoti è la prevenzione, ma il solo piano finora varato per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio, il Sisma Bonus, a fronte di una spesa autorizzata dall’Unione europea per 2 miliardi di euro, ha visto una spesa di soli 15 milioni di euro circa. In cosa si sbaglia?

Lo Stato offre fortissimi incentivi fiscali per la messa in sicurezza delle case, eppure come lei diceva i cittadini non sembrano intenzionati a usufruirne in misura significativa. È probabile che una delle cause dell’inefficacia di tale strumento risieda nel fermo dell’edilizia determinato dalla crisi economica degli ultimi 12 anni, così come la spalmatura negli anni del credito di imposta ha sin qui frenato l’utilizzo degli incentivi. Occorre sia rendere strutturale e permanente la misura incentivante che insistere con il meccanismo dello “sconto in fattura”, per rendere più appetibile il Sisma Bonus. Penso si renda necessario, inoltre, iniziare a ragionare sul rapporto tra i danni che lo Stato è chiamato a risarcire dopo i disastri naturali e la pregressa sicurezza sismica degli edifici. Come lei ricordava prima, lo Stato spende ingenti risorse per le ricostruzioni: solo per L’Aquila, l’Emilia e il Centro Italia sono serviti e serviranno oltre 50 miliardi di euro, due leggi di bilancio, più o meno quello che ci sta costando l’emergenza devastante del coronavirus. Nella nuova fase storica che abbiamo davanti, un cambiamento radicale si rende dunque necessario.

A ogni emergenza si ricomincia da zero. Perché nel Paese delle innumerevoli leggi non esiste ancora un testo unico sull’emergenza? Come rimediare?

Oggi in Italia ci sono sei o sette post-emergenza da gestire, e ognuno ha le sue regole, le sue leggi, trattamenti diversi per i cittadini e le imprese. Nelle emergenze siamo imbattibili, con la nostra Protezione Civile, lo Stato nel suo complesso, i comuni, il volontariato. Nella fase delle ricostruzioni, prevalgono incertezze e lentezze. Non è più rinviabile definire e approvare una normativa quadro sulle ricostruzioni, che preveda una struttura centrale ben organizzata e munita di professionalità alte, poteri in capo ai comuni ben definiti, insieme alle risorse finanziarie e umane necessarie. Dobbiamo creare un quadro generale dei diritti dei soggetti e dei territori danneggiati, e dei doveri dello Stato e dei cittadini di fronte al verificarsi di eventi naturali distruttivi. È stato già fatto un passo importante in questa direzione: l’ultimo decreto sisma, del 2019, attribuisce alla Presidenza del Consiglio poteri di indirizzo e coordinamento. La responsabilità è stata di recente attribuita a Fabrizio Curcio, capo dipartimento di Casa Italia. Ora occorre compiere gli altri due passi decisivi: l’istituzione del Dipartimento della prevenzione e delle ricostruzioni e la legge quadro a cui mi riferivo.

 

 

Foto di copertina di Lara Mariani