Studiare non basta mai: una donna sceglie un libro in biblioteca

Se studiare non basta, studio ancora di più

Ormai è certo: oggi studiare non basta per farsi una posizione. In un'epoca in cui quasi tutti studiano, quindi, la risposta è studiare ancora di più.

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“In un Paese e in un’epoca in cui sembra che la competenza abbia perso valore, dove la convinzione diffusa è che chiunque possa fare e parlare di tutto; in cui manca il lavoro, manca lo spazio, mancano le opportunità; in un Paese nel baratro, coi giovani senza una guida, quale pensi sia la soluzione?”

Questa domanda mi è stata fatta a Livorno, sulla suggestiva Terrazza Mascagni, durante Eden, storico Festival culturale toscano. E mi ha sorpreso.

Sì, perché normalmente quando sono in giro a parlare di università le domande vertono tutte sulla mala università, le raccomandazioni, i pochi fondi alla ricerca, la meritocrazia, concorsopoli, baronopoli, Paperopoli e via dicendo. Ed è normale. È quello che passa in TV, ed è l’argomento più facile da raccontare e incastonare nell’avvizzito e ridondante panorama sociale e politico italiano.

Non sarò certo io a negare che questi temi esistano, e che siano forti, importanti, mortali. Ma troppo spesso, andando in giro, mi son reso conto di quanto l’interesse verso questo “problema università” fosse rivolto quasi esclusivamente verso l’alto, ossia quali effetti l’università, o la mala università, abbia oggi nei confronti di se stessa, intesa come contributo alla crescita culturale, sociale e, soprattutto, scientifica. E come, nonostante la rabbia, in realtà siamo tutti convinti che oramai non ci sia più nulla da fare: l’università non si cambia, noi non cambiamo.

 

Vittime e carnefici dell’università italiana

“L’università italiana rappresenta, in piccolo e in peggio, la società italiana”, ripeto spesso provocatoriamente. Ma se è vero che è brutto che i nostri ricercatori migliori siano costretti a emigrare o, peggio, a rinunciare a una carriera, mortificando passioni decennali, perché non c’è spazio, non c’è merito, non ci sono soldi, e tutto è già deciso; se è vero che i nostri atenei occupano sempre le posizioni più basse nei ranking internazionali; se è vero che il tempo delle vacche grasse è finito da ‘mo e che i posti, le cosiddette cattedre, sono pochi, e i processi di selezione oscuri e poco meritevoli, nonostante timidi tentativi di aggiustamento degli ultimi anni, è anche vero che troppo spesso quando si parla di università, mala università e meritocrazia, si punta lo sguardo verso l’alto, verso chi in università ci lavora o vorrebbe lavorare. Invece bisognerebbe guardare un po’ verso il basso, a chi in università ci studia. Fresco, entusiasta, fiducioso. Inconsapevole delle logiche. Inconsapevole vittima.

Sì, perché un’università ancorata a un sistema di reclutamento che non premia i migliori porterà a una didattica scadente. Un’università che in ottica concorsuale premia la ricerca e mortifica la didattica, porterà a una didattica poco ragionata e attenta. Un’università senza fondi porterà poco supporto alla vita accademica degli studenti e pochi stimoli per i giovani ricercatori, che saranno i docenti di domani (in realtà già di oggi, ma questo è un discorso che affronteremo un’altra volta). Un’università che ha interesse ad avere tanti iscritti e tanti laureati non potrà privilegiare la competenza e il loro effettivo valore. Un’università in cui le carriere di ricercatore e professore sono consequenziali e non separate porterà a docenti che spesso sanno tanto, ma che non hanno le capacità, l’attitudine e la passione per insegnarlo.

“Sapere e sapere insegnare sono due cose differenti. Due lavori differenti. Che richiedono competenze molto differenti”. Un altro adagio che ripeto spesso.

 

Le reazioni di ieri e di oggi a un’università che non basta

Tutto questo fa male non solo a chi in università ci lavora, ma soprattutto a chi ci studia.

Un’università che non forma più perde il suo ruolo centrale, storico, nel percorso di vita e di crescita degli studenti, ma anche il suo ruolo di selezione e veicolo verso le aziende e il mondo del lavoro. E le aziende questo lo hanno capito da tempo: infatti guardano molto meno alla presunta preparazione o al curriculum, e molto di più all’attitudine delle persone a fare un lavoro o a buttarsi in una nuova avventura. Ti assumono e poi ti formano loro direttamente, per quel che gli serve, a loro immagine e somiglianza. Quello che mi ha stupito incontrando i ragazzi, gli studenti, in questi ultimi anni in cui ho portato in giro questo tema, è che ormai l’hanno capito pure loro.

Cosa studio a fare se l’università non ha più qualità? Cosa studio a fare se l’università non è più un passaggio obbligato verso una posizione lavorativa soddisfacente? Cosa studio a fare se il mio titolo di studio non mi apre più le porte del mondo del lavoro? Cosa studio a fare se il mercato è chiuso e poco meritocratico?”. Queste sono le domande che mi sarei aspettato da giovani studenti inconsapevoli. E invece.

È proprio vero che il tempo e l’esperienza sono fondamentali. Per imparare, soprattutto. Perché dieci anni fa queste riflessioni avrebbero portato, e hanno portato, a un progressivo disinnamoramento verso lo studio, con la chimera del “vado a lavorare dopo le superiori. Magari seguendo una passione. Magari all’estero. Ma oggi no. I ragazzi che incontro non sono per nulla inconsapevoli, non sono impreparati alla situazione, non sono schiavi di un modello di crescita personale legato alle regole degli anni Ottanta, senza le possibilità degli anni Ottanta.

Il modello “mi laureo-mando un cv-trovo un lavoro” non esiste più, e i ragazzi ormai lo sanno. L’università non è più centrale nel percorso di crescita professionale. È solo un’opportunità, tra mille altre. Ma laddove un tempo un giovane avrebbe risposto “va be’, allora non studio più, vado a lavorare”, oggi i giovani che incontro, mi dicono “se studiare non basta, studio ancora di più”.

 

Dopo aver studiato, studiare ancora

(…) sbattere la testa mille volte nello stesso posto, piuttosto che stare nascosto, se questo è il prezzo da pagare, pago, se devo andare, vado, se devo stare, resto, ma in ogni caso imparo. 

(Per diventare uomo, Lyricalz, 1998)

Studio quello che mi piace, quello che mi serve. Me lo vado a cercare. Se l’università non è più sufficiente garanzia di completezza mi iscrivo a un corso esterno, faccio uno stage, un viaggio, un’esperienza. Ascolto un webinar, chiedo una consulenza a un professionista nel campo, imparo un’altra lingua, seguo dei gruppi online. Mi informo, cerco, scavo. Imparo.

Faccio un master. E qui salta all’occhio un’altra grande, grandissima, differenza con un’epoca che non c’è più, con un ruolo, quello dell’università, che non c’è più o è stato drasticamente ridimensionato e decentralizzato. Faccio un master, e non per forza uno patrocinato da un ateneo, anzi. Non mi serve un bollino, ma delle competenze. Vado a cercarmi un master che mi insegni qualcosa, per completare il curriculum, non uno di nome che me lo gonfi e basta. Anche solo dieci anni fa questo non sarebbe stato possibile: era convinzione comune che un master non patrocinato da un qualsiasi ateneo fosse fuffa, se non addirittura una truffa. Oggi no, anzi. Ci sono decine di realtà che offrono master, o corsi di formazione professionale o post laurea, di grande qualità e appeal senza passare da un noioso, lento e burocratico timbro accademico. Che oltretutto non affascina più nessuno.

Conta la competenza, non il nome. Conta quello che sai. Conta lo studio. Se oggi tutti hanno una laurea, tutti hanno un post laurea, tutti hanno un master, io devo studiare ancora di più. Ovunque. Questo mi fanno sapere i giovani di oggi. Che hanno capito.

 

Lo studio, unico futuro possibile

Io credo nello studio, nella competenza, nell’esperienza. Non credo nei titoli, nei job title, nelle chiacchiere, nel marketing. Non credo nei percorsi prestabiliti, non credo a chi studia ciò che serve e non ciò che ama. Non puoi sapere cosa ti riserverà il futuro. Non puoi sapere cosa servirà in futuro, nel mondo e nel mercato. Ma se studi, se ti prepari, se investi nel tuo profilo e nelle tue competenze, se sei curioso, attento, determinato, avrai con te sempre un bagaglio di strumenti e soluzioni da mettere in campo che ti farà fare la scelta migliore, un passo in più, quando sarai chiamato a farlo”.

Così ho risposto quella volta a Livorno, mentre il sole scendeva colorando il lungomare e la Terrazza Mascagni di un giallo misto a rosso fuoco. Che è il colore della rabbia, della lotta, delle ferite, ma anche della passione, dell’amore e della voglia di fare.

Studiare è figo. Studiare ci salverà. Studiare, vince. Sempre.

 

Foto by becca-tapert, unsplash

Education advisor a 360° con 10+ anni di esperienza tra PMI, Società di consulenza strategica e Università. Founder di Flowbox, realtà che offre consulenza in ambito Education, Talent e HR ad Aziende, Istituzioni e Professionisti. Ideatore di The Poker Model, innovativo metodo che mostra a Manager e Professionisti nuovi strumenti per migliorare i Processi Decisionali di Business in un divertente mix di competenze complesse, quantitative e attitudinali. Dottore di ricerca in Statistica (Università degli Studi di Milano Bicocca). Giornalista e Autore di “Non è un Paese per bamboccioni” (CairoEditore, 2010), “Università e Puttane” (Priuli & Verlucca, 2017) e di numerosi manuali di Metodi Quantitativi per il Business, l’Economia, il Marketing e la Finanza. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • Mario

    Più che studiare di più, direi che bisogna studiare “meglio”.
    Troppo spesso lo studio è finalizzato al raggiungimento di qualcosa, invece di essere una base di esperienze e conoscenze adatti a RISOLVERE qualcosa.

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