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Un ruolo sociale per brand e social media: ci voleva il virus

Un ruolo sociale per brand e social media: ci voleva il virus

Gli utenti dei social media vogliono una comunicazione più empatica ed emotiva: i brand che non l'hanno capito sono stati puniti. Ecco alcuni esempi.

Mentre il mondo si ferma e aziende e lavoratori si preparano a fronteggiare la più grande crisi economica e sanitaria dal dopoguerra, il dialogo con i consumatori in uno dei settori più colpiti dalla crisi – quello della moda e del lusso – resta più che mai affidato ai canali social dei brand, che diventano il primo (e l’unico) delicatissimo punto di contatto con i brand e i loro valori.

Quella drammaticamente imposta dalla pandemia è una importante opportunità per ripensare il linguaggio e il tono di voce di uno strumento che, troppo spesso, almeno per il comparto moda e accessori, è stato visto solo come un mood board estetico – e purtroppo non di messaggio – basato sul gusto personale di direttori creativi e dirigenza aziendale, sottovalutandone il potenziale e la possibile funzione culturale.

 

I social media, primo punto di contatto con i consumatori e brand

Se già prima della pandemia i social media erano il primo punto di contatto tra consumatore e brand, ora nelle città del lockdown sono diventati strumento imprescindibile di relazione.

Per dare qualche dato: in tempi normali, l’82% dei 18-34 europei dichiara di utilizzare Instagram per informarsi sulla moda (Facebook IQ Source: Retail Fashion Consumer Study by Accenture, Nov 2018-Feb 2019), e Deloitte (Deloitte, The new digital divide, September 2016) stima che “l’esperienza digitale”, nel suo insieme, influenzi più del 50% dei consumi del settore. In uno scenario dove normalmente apriamo il nostro cellulare tra le 150 e le 200 volte al giorno (Facebook internal data) e un appassionato di moda apre Instagram almeno 15 volte al giorno – quindi più di qualsiasi altro media –, nei giorni dello “stare a casa” i numeri sono aumentati esponenzialmente. Basti pensare che solo Telecom Italia stima un aumento del 70% del traffico dati (Il Sole 24 Ore, Radiocor), mentre l’hashtag #iorestoacasa ha raggiunto oltre 1,2 milioni di contenuti in Italia in pochi giorni, mentre l’internazionale #stayathome ha superato il milione e mezzo.

Questo costringe a ripensare le strategie di comunicazione dei brand per venire incontro allo stato emozionale dei propri consumatori (e per far sì che restino tali dopo la pandemia), cercando di diffondere i valori del brand e “intrattenimento positivo”, invece che aggrapparsi un disperato push commerciale verso l’e-commerce, che per i beni non necessari sta vedendo crollare traffico e conversioni. È il momento, per dirla con una frase celebre di Vivienne Westwood, in cui “bisogna investire in cultura e non in consumi”.

 

Che cosa stanno facendo i brand in tempi di COVID-19?

Se è vero che il mondo della moda si è mosso velocemente dal punto di vista della pura “charity” e molti brand hanno preso impegni economici e finanziari a sostegno delle rispettive comunità (Armani, Prada, Moncler, Bulgari, Tod’s, Santoni e altri hanno fatto donazioni economiche, e addirittura il colosso LVMH ha promesso di donare 40 milioni di mascherine in Francia), pochi hanno declinato un messaggio di supporto alla propria comunità o hanno fatto registrare un cambio di passo “empatico” nella loro comunicazione social.

Non solo. Chi si è mosso in maniera incerta ha vissuto delle vere e proprie contestazioni da parte dei consumatori. È il caso di Adidas, che in America, dopo aver diffuso un primo messaggio di “resistenza coraggiosa” dichiarando la volontà di tenere aperti i negozi, ha dovuto fare marcia indietro in meno di 24 ore, sommersa dai commenti negativi degli utenti e dai provvedimenti delle autorità.

Il tutto mentre Nike reagiva prontamente, mobilitando i loro atleti per realizzare contenuti di allenamento casalingo sui social e sulle sue app, intrattenendo la community con contenuti rivisitati per il delicato momento e usando gli atleti per farsi portavoce del messaggio di “stare a casa”. E non è la sola: mentre The North Face organizzava un Q&A live con la scalatrice Emily Harrington per i suoi appassionati che hanno dovuto rinunciare alle arrampicate, Dior raccontava dalla sua pagina Instagram come ha riconvertito la produzione di profumi per realizzare gel disinfettante da donare alle autorità francesi.

Se è vero che gli utenti cercano contenuti che li facciano restare “informati, positivi, in salute e occupati”, la vera scommessa per i brand della moda è uscire dalla logica della rivista patinata in versione social e rendere protagonista la sua community e i veri valori del brand, in maniera più empatica e meno estetica. Trussardi sta dedicando il suo account a Bergamo, città d’origine della griffe e una delle più colpite dall’emergenza, con una sottoscrizione pubblica; così come Sergio Rossi ha coinvolto influencer e utenti per donare in charity il 100% delle sue revenues e-commerce durante il periodo del lockdown. Tod’s ha scelto di pubblicare una serie di immagini delle bellezze italiane, come il Colosseo, o dell’arte italiana, come un balletto del Teatro alla Scala, mentre Palm Angels ha creato una playlist musicale del fondatore e direttore creativo del brand Francesco Ragazzi.

Intrattenere, condividere, partecipare, non semplicemente pensare al consumatore come immobile ai cambiamenti che capitano intorno a lui, sono le chiavi per essere rilevanti. Rivedere il tono di voce in maniera empatica e intrattenere la community, dimenticando per qualche tempo il solo push commerciale, è l’occasione per i brand per costruire una relazione più profonda e reale con i propri consumatori e trasformarli in community. Oggi più che mai i consumatori vogliono con i brand una connessione emotiva che tratta anche temi personali ed etici. E non è un caso se sotto molti dei post che annunciavano la chiusura dei negozi delle grandi catene, in America, molti utenti hanno commentato chiedendo se “i dipendenti sarebbero stati comunque pagati” – cosa non scontata con il sistema del lavoro nel mondo retail americano – o hanno puntato il dito sul push troppo commerciale dell’e-commerce still open 24/7 dopo i messaggi stay safe, stay home.

C’è un tempo per vendere e un tempo, ancora più importante, per legare a sé la propria community con valori che trascendano lo shop now.

 

Una relazione diversa, più empatica: gli influencer meglio dei brand

I marchi della moda che non hanno aggiornato il loro piano editoriale hanno perso un’opportunità per raccontare i veri valori della marca e per connettersi emotivamente in maniera autentica con il loro consumatore, risultando fuori contesto con le loro immagini patinate di prodotto. In un mercato molto emotivo, questo potrebbe essere uno scivolone che sarà ricordato.

Su questo punto, meglio di molte organizzazioni hanno fatto le singole persone. Molte celebrities e influencer hanno aggiornato il loro racconto in tempo reale, condividendo contenuti di intrattenimento (dalle lezioni di yoga, cucina o veri e propri concerti casalinghi) o dando visibilità a messaggi di sottoscrizioni pubbliche per ospedali o di charity. Il successo della raccolta di fondi per l’ospedale San Raffaele di Milano (4,3 milioni di euro) organizzata dal duo Fedez-Ferragni è la conferma che l’approccio umano e personale vince rispetto a quello top down di molti brand, che non hanno capito l’importanza e la delicatezza del momento, continuando con una comunicazione estetica e distante dai sentimenti del loro pubblico.

Solo quando tutto questo sarà finito si potrà capire quanto l’atteggiamento passivo di molti brand li avrà disconnessi dai loro potenziali consumatori, portando i marchi a perdere l’occasione per diffondere cultura e non consumi, e per essere di supporto (anche solo emotivo) in un momento di difficoltà che resterà molto a lungo nella memoria di ognuno.

 

 

Photo by George Pagan III on Unsplash