Veneti: i finti secondi

I cittadini veneti dispongono di un sistema industriale impressionante che rischia l'isolamento. Occorre imparare ad allearsi con altre regioni e città.

  • 1
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    1
    Share

I veneti hanno sempre pensato di essere “diversi”. D’altra parte i segni lasciati dalla Serenissima Repubblica non si possono scordare in poco tempo, verrebbe da pensare. Essere stati per un lungo periodo presenti in un’area che dominava una parte del mondo ha sì lasciato alcune tracce, ma per la verità sono molte meno di quello che si può pensare.

 

Veneti “diversi”. Oppure no

Infatti i veneti, cioè gli abitanti dell’entroterra, sono sempre stati distinti e distanti dai veneziani della laguna. Su questo si sono scritti vari libri, uno su tutti l’imperdibile La Repubblica del leone. Storia di Venezia di Alvise Zorzi (Bompiani). I mille anni della Repubblica di San Marco non si sono riversati sui veneti, anche perché l’entroterra è sempre stato visto dai veneziani più come terra di conquista che di integrazione. Ciò nonostante, i veneti si sono sempre considerati dei “diversi”.

Una diversità molto spesso dispregiativa: sono sempre stati definiti dei nani; non significativi nella rappresentazione globale delle cose. Quasi a voler considerare la loro operosità come una virtù che non ammettesse fronzoli. O meglio: l’assenza della necessità di apparire. Sia in politica che in economia, sono rari gli esempi di chi ha avuto un risalto nazionale o internazionale. In realtà se osserviamo le aziende che abitano il Veneto di oggi si può pensare che non sia così: Luxottica, Geox o Atlantia hanno avuto qui le loro origini. Ma il racconto del Veneto non avviene grazie a queste realtà.

L’ossatura del Veneto è tutta descritta nella media e piccola azienda. Decine di migliaia sono le imprese il cui nome non ci dice nulla, e che in realtà sono dei competitor agguerriti di altre aziende tedesche, americane o cinesi. È un’ossatura fatta da figli diretti (prima generazione) o indiretti (seconda generazione) della fame del secondo dopoguerra. Sono “mediani di spinta” che hanno prima fatto i fornitori sotto casa, e poi si sono lanciati verso il mondo. Gente che ha ereditato nel DNA la voglia di conquista dei veneziani, senza che questi potessero trasferire a loro altre virtù.

Poca strategia, tanta volontà. O meglio, tanta ossessione di riscatto. Bisogno di uscire dalla paura di ritornare a essere poveri. Questa è la grande spinta che ha avuto – e ha – il Veneto con i suoi veneti. Una paura che li ha portati a essere più concentrati sull’oggi, al massimo sul domani, molto poco sul dopodomani. Se la paura della povertà ti sta con il fiato sul collo, non hai tanta voglia di pensare a dopodomani. Devi portare il risultato a casa subito. Poi si vedrà.

 

Al Veneto manca il “lusso”

È una progettualità che è mancata su molti versanti. In Veneto basta guardare al sistema stradale o ferroviario per capire come la progettualità non sia una virtù dei veneti. Ma c’è anche un’altra caratteristica che i veneti non hanno ereditato dai veneziani.

Questi ultimi hanno creato una città-favola perché più di ogni cosa amavano il bello, illusso”. Amavano rappresentarsi e divertirsi. Pensiamo al Carnevale veneziano vissuto tra i palazzi e le calli (il primo editto della costituzione della festa pubblica è datato nel lontano 1296). I veneti il “lusso” lo sanno creare, con tante aziende nel mondo del design, della moda, della calzatura, ma non lo sanno vivere, e soprattutto non lo sanno esternare. Quasi tutte le bellezze architettoniche del Veneto sono frutto di quella stagione veneziana; basti pensare all’enorme patrimonio delle ville palladiane nato attorno al Cinquecento: “le fabbriche” – così venivano definite un tempo – sono state costruite nella provincia veneta per dare lustro ai nobili veneziani che per motivi politici o di diletto volevano uscire dalla città. Che cosa hanno costruito i veneti in questi ultimi settant’anni che possa essere lasciato ai posteri? Solo di recente alcuni imprenditori si stanno preoccupando nel fare delle belle fabbriche, nulla di più.

 

Se con i giochi si può rientrare nei giochi

Oggi il Veneto vive un benessere diffuso, ma è fuori dai giochi importanti. O meglio, deve capire che per rimanere dentro ai giochi di un mondo globale deve allearsi; così come ha fatto di recente con l’alleanza per le olimpiadi invernali. Avere abbinato la località turistica di Cortina alla città europea di Milano è stata una mossa vincente. Non tanto per l’aggiudicazione delle olimpiadi, quanto per l’aver creato un binomio forte con una città che è riconosciuta a livello mondiale.

Le città hanno una sempre maggiore importanza. Piaccia o no, saranno il centro del mondo. Qualcuno arriva a immaginare per le città un ruolo di città-stato (La rinascita delle città-stato, Parag Khanna, Fazi Editore). Molti ne delineano il sempre maggiore potere economico. In quel reticolare sistema cittadino di cui è fatto il Veneto, dove anche qui la medietà la fa da padrona, questo territorio ha bisogno di un fulcro, di un punto di appoggio.

Il Veneto ha necessità di un chiodo a cui appendere il proprio meraviglioso sistema. In questo caso, per il Veneto, il fulcro può essere Milano. Per questo la TAV è fondamentale, con la sua capacità di far arrivare i veneti in un’ora nella città meneghina. Quello che è mancato al Veneto in questi anni è stato avere un centro su cui credere, uno spazio culturale da cui attingere in termini di internazionalità e polarità. Venezia nel suo essere città-favola, e quindi città-non-reale, non ha più potuto esserlo. Milano potrebbe diventarlo.

Non si tratta di disegnare una subalternità del territorio veneto. Si tratta di riconoscere che in un mondo complesso c’è bisogno di avere spazi di ancoraggio che abbiano la capacità di essere particolarmente attrattivi ed esplicativi. Attrattivi – come hub – nei confronti dei cittadini del mondo che ne possono riconoscere un luogo dove atterrare. Esplicativi come sito dove riconoscere i codici post-moderni, in cui le aziende possano raccontare i loro nuovi prodotti, il territorio da cui provengono, i valori da cui traggono ispirazione.

È subalterno solo colui che non sa riconoscere le opportunità. Diventa partecipe chi sa offrire a Milano l’occasione per essere sempre più il ponte italiano verso il mondo. Per questo motivo le olimpiadi invernali non devono essere solo un mero scambio di atleti o di turisti dove la fa da padrone l’avere o non avere gli impianti già approntati. Devono diventare – se l’anno prossimo Milano-Cortina otterrà l’aggiudicazione – una piattaforma principalmente culturale, oltre che economica, su cui costruire una visione comune tra il Veneto e Milano.

Laurea in Giurisprudenza. Lavora da più di vent’anni anni nel mondo delle risorse umane in aziende italiane ed estere. È stato Vice Presidente Nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale). Docente alla Fondazione Cuoa e al Master delle Relazioni Industriali dell’Università Statale di Milano. Ha partecipato a varie pubblicazioni, l’ultima in ordine di tempo “La Direzione del Personale verso il futuro”, Guerini Editore. Settimanalmente tiene una rubrica, “Fino all’ultima riga”, di recensioni di libri nella rivista online “Monitor” di Veneziepost. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X