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Volontariato ospedaliero: a distanza missione persa

Volontariato ospedaliero: a distanza missione persa

È possibile fare volontariato a distanza? "In diversi casi no", ci ha risposto CSVnet. Ecco come il terzo settore sta affrontando i limiti imposti dal COVID-19

L’emergenza sanitaria targata COVID-19 ha creato un effetto domino su tutto, e in questo tutto a subire lo tsunami dello stravolgimento c’è anche l’ambito del volontariato. In Italia il volontariato rappresenta una delle fondamenta che affianca e, in alcuni casi, sostiene in maniera pregnante l’intera impalcatura del welfare, tra servizi e risposte strutturali a esigenze che corrono sul filo del disagio. Con Senza Filtro abbiamo voluto immergerci nella situazione attuale di questo prisma dalle numerose sfaccettature, chiedendo il riscontro su alcune questioni cardine. Il coronavirus, infatti, ha infierito in particolar modo su quelle attività caratterizzate da presenza fisica, elemento che contraddistingue proprio la carta d’identità del volontariato.

 

Chiara Tommasini, vice-presidente CSVnet: “Situazione paradossale, il volontariato vive di presenza”

Abbiamo quindi interpellato chi da tempo tasta il polso della situazione generale, a livello emotivo e anche organizzativo, vivendola dall’interno con sguardo allenato. Ci siamo confrontati con Chiara Tommasini, vicepresidente di CSVnet – Associazione nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato, oltre che presidente di quello veronese. In spalla una nutrita esperienza come volontaria nel settore del soccorso e della protezione civile, con l’animo stacanovista di chi cerca di rispondere alle numerose richieste in un periodo che richiederebbe il dono dell’ubiquità.

Attualmente tutti gli operatori e le operatrici dei CSV lavorano in smart working garantendo continuità ai servizi di comunicazione, consulenza, amministrazione e formazione per le associazioni del loro territorio di riferimento. “Non abbiamo mai smesso di lavorare, e dopo lo smarrimento iniziale ci siamo subito attivati”, spiega. In Italia i CSV sono articolati in circa 400 punti di servizio, tra sedi centrali e sportelli. Al contempo erogano oltre 205.000 servizi a quasi 50.000 beneficiari, fra i quali organizzazioni di volontariato e di terzo settore, oltre a 4.700 gruppi informali o associazioni di fatto. Un mondo liquido e sempre in trasformazione, che necessita di servizi in continuità per poterli garantire meglio esso stesso.

Ora che stiamo entrando sempre più nella Fase 2, chiediamo alla vicepresidente come si strutturerà questo nuovo step dal punto di vista del volontariato. “La parola d’ordine è sicuramente prudenza. Le associazioni che riprendono l’attività, finora sospesa, devono riorganizzarsi adottando tutte le norme di sicurezza previste. Per questo stiamo curando molto la formazione dei volontari, realizzata online grazie a piattaforme multimediali che hanno rappresentato la chiave di volta per sbloccare tante situazioni”.

L’emergenza sanitaria però ha anche accelerato un aspetto positivo caldeggiato proprio dai CSV: “La formazione a distanza, che avremmo voluto adottare da tempo, ha determinato un impatto positivo su costi, tempistiche e spostamenti. Non è da escludere che verrà mantenuta anche in futuro laddove possibile”. Il volontariato si è inoltre tempestivamente attivato per evitare strappi ed esclusioni: “Dove non erano presenti le strumentazioni utili alla formazione online, le associazioni si sono subito organizzate per il loro acquisto. Quest’ultime non sono solo destinate ai volontari, ma anche agli utenti delle associazioni. Un esempio: le persone con Alzheimer, che hanno potuto seguire corsi di musicoterapia a distanza”.

La riorganizzazione all’interno del mondo del volontariato ha coinvolto anche tutte le attività che non hanno mai smesso di funzionare. Un esempio su tutti, i 180 empori di solidarietà che hanno repentinamente attivato le pratiche di distanziamento sociale, nodo focale che preoccupa trasversalmente il terzo settore. “Stiamo vivendo una situazione paradossale e assurda perché il volontariato vive proprio di vicinanza, presenza e relazione”, sottolinea Chiara Tommasini. “Sono tutti elementi insostituibili che ora dobbiamo mettere in standby o modificare, per motivi di tutela dei volontari e dei destinatari del loro operato”.

 

 

Tutte le incognite del volontariato durante e dopo l’emergenza

Riorganizzazione, stravolgimenti, rimodulazioni: quale sarà il futuro del mondo del volontariato, in particolar modo sul fronte associativo? Oggi come non mai occorre mettere le mani avanti ragionando sui potenziali scenari.

Partendo dal qui e ora, Chiara Tommasini rivela: “Ci sono diverse associazioni preoccupate perché la loro attività si svolge al 90% in presenza, e si chiedono come poterla riprendere ed eventualmente sostenere le spese”. Sul versante dell’osservatorio nazionale CSV, afferma: “Tramite questionario abbiamo attivato una rilevazione dei bisogni del volontariato in tutta Italia in modo da avere una mappa chiara delle necessità. Ora sta emergendo che il volontario medio si sta chiedendo come riaprire la sede, luogo di primo riferimento, e con quali misure di sicurezza. Nei prossimi mesi avremo riscontri più dettagliati”.

A proposito di ragionamenti affacciati sul domani, a Chiara Tommasini chiediamo una riflessione su alcune questioni spinose. La prima riguarda i soci che sostengono le associazioni non solo con idee, ma anche economicamente attraverso il versamento delle quote. Dato che molte attività andranno ricalibrate o addirittura rimandate a data da destinarsi, non si temono defezioni da parte di soci o rinunce a servizi? “Questo è un problema non da poco e che è giusto porsi, perché potrebbe succedere. A maggior ragione tutta la disponibilità finora dimostrata dai soci va coltivata, e anche i volontari stessi devono continuare a essere coinvolti. È importante che la disponibilità non sia solo il fuoco del momento, ma viva di continuità: il contrario del volontariato a spot. Un altro grande problema rintracciato è il fatto che l’attenzione e le raccolte fondi, in questo periodo, sono state giustamente rivolte alla questione sanitaria, ma dimenticando che c’è anche tutto il resto delle problematiche che continua a esistere”.

Ulteriore questione da non sottovalutare è l’età di molti volontari e volontarie. Dopo aver raggiunto il traguardo della pensione diverse persone dedicano il loro tempo ad attività di volontariato, ma ad oggi il coronavirus risulta essere particolarmente rischioso proprio per chi supera i 65 anni, oltre che per chi soffre di patologie. “Un dato di fatto con cui dobbiamo confrontarci, non c’è dubbio”, spiega Tommasini. “Abbiamo già apportato dei cambiamenti coinvolgendo i volontari over 65 in attività di assistenza telefonica e impegnandoli in ruoli fondamentali di coordinamento a distanza, che stanno gestendo molto bene. Chi adesso ricopre ruoli in presenza, avendo un’età più giovane, offre ovviamente una disponibilità oraria differente, dovendosi conciliare con i propri impegni lavorativi”.

Altra problematica riguarda le new entry, ossia l’inserimento di persone nuove nelle associazioni: “Per loro la formazione a distanza risulta inadeguata, perché il percorso formativo di ingresso deve essere esperienziale, fatto sul campo, ma questo adesso non è fattibile e limita il coinvolgimento di nuove forze”.

Infine, l’emergenza sanitaria ha avuto paradossalmente un effetto negativo maggiore proprio sulle attività di volontariato che si occupano di prevenzione in ambito sanitario, ad esempio per diabete, patologie cardiovascolari o anche malattie come il morbo di Parkinson. “Si tratta di associazioni che permettono un alleggerimento della spesa sanitaria, oltre a consentire un importante lavoro di promozione degli stili di vita sani effettuando anche test di prevenzione, evidenzia Tommasini. “Ora tutto questo è fermo, con l’alto rischio di togliere attenzione a problematiche gravi e di avere domani, paradossalmente, ancora più bisogno di volontariato per arginare le ripercussioni di questo periodo di stop”.

 

Il volontariato ospedaliero durante il COVID-19: il primo a interrompersi, l’ultimo a ripartire

In questa immersione nelle problematiche del volontariato ai tempi del coronavirus abbiamo coinvolto anche la testimonianza diretta di una delle realtà simbolo del connubio di presenza e relazione empatica: ABIO – Associazione per il Bambino in Ospedale. Fondata nel 1978, opera in oltre 200 reparti di pediatria con 61 realtà presenti in tutta Italia. Circa 5.000 i volontari attivi con l’obiettivo di alleviare il disagio dell’ospedalizzazione e di trasmettere serenità a bambini e adolescenti ricoverati, comprese le loro famiglie. ABIO agisce anche attraverso la Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti in Ospedale e la Certificazione della qualità delle pediatrie.

A rispondere alle nostre domande è Maria Ciaglia, responsabile area comunicazione e progetti della Fondazione ABIO Italia Onlus, la quale racconta: “Con grande sofferenza dal 24 febbraio abbiamo dovuto interrompere tutte le attività, e tuttora non sappiamo come e quando potremo riattivarci in maniera autentica. Siamo doverosamente vincolati alle indicazioni che man mano ci arrivano, compresa la Fase 2. Fin dall’esordio dell’emergenza la cosa più importante è stata quella di mettere in sicurezza i volontari e i destinatari del nostro servizio: i bambini e le loro famiglie. Siamo ben consapevoli che operando in ospedale saremo tra gli ultimi a riattivarci con il servizio vero e proprio, perché la dinamica risulta più complessa”.

Attesa, impazienza, voglia di fare sono le sensazioni protagoniste del team di volontari in questo periodo. Non mancano ragionamenti prospettici sul futuro prossimo, soprattutto per la difficile conciliazione con il tipo di servizio svolto in presenza, tenendo conto anche della nuova procedura di accesso agli ospedali e della riconversione generale nelle strutture. ABIO opera infatti non solo nei reparti, ma anche negli ambulatori, nei day hospital e nei Pronto Soccorso pediatrici. Nel frattempo l’associazione ha voluto mantenere vivo un filo di contatto attraverso video, immagini fotografiche e scritti pubblicati sulla relativa pagina social attraverso l’iniziativa Abio a distanza: “Sono stati realizzati contenuti ludici e creativi per donare un momento di sorriso in una situazione di grande difficoltà”, spiega Maria Ciaglia. “Al centro dell’attenzione vogliamo tenere i bambini, che sono stati i grandi dimenticati in questa pandemia”.

Oltre che sull’attività protagonista, le ripercussioni più forti dell’emergenza COVID-19 si sono fatte sentire sulla formazione, che in ABIO gioca un ruolo fondamentale: “I nostri volontari devono seguire obbligatoriamente un corso di formazione, preceduto da una selezione in cui si valuta la presenza di determinate caratteristiche indispensabili per svolgere questa attività. Fondamentale la parte di tirocinio pratico. Una formazione a distanza in questo caso sarebbe improponibile: il mezzo risulterebbe inadeguato per la preparazione a una mansione che vive di presenza”.

Riguardo invece al futuro: “Ora stiamo lavorando molto sul tenerci coesi, ricordando che non si può andare avanti con il pilota automatico. Ipotizziamo una rimodulazione e siamo consapevoli che si dovrà adottare un forte cambiamento, ma sempre salvaguardando la nostra missione al servizio dei bambini”.