Work Runner 2049 – Secondo racconto: L’età dello spiazzamento

07.08.2026
Work runner 2049: la città di Taranto in una futura estate distopica

Il futuro del lavoro non è troppo lontano, ma le innovazioni tecnologiche lo fanno sembrare un altrove incommensurabile. Proviamo a ritrarlo con lo strumento della narrativa, trasformando in storie le analisi più lucide e affidabili sull’evoluzione professionale: quattro racconti come quattro stagioni del domani, raccolti in feuilleton digitali a firma di Angela Deganis. Quello che state per leggere è il secondo.

 

Spazio 2049, pianeta Terra, estate.

 

Si soffocava dal caldo. Si soffocava dal caldo, fino a poche decadi fa, d’estate, sul pianeta Terra. Dalla rivoluzione industriale fino a quella dell’intelligenza artificiale smog, inquinamento, sostanze chimiche hanno appestato la nostra sfera, surriscaldandola fino all’inverosimile, alternando periodi di drammatica siccità a tornadi, inondazioni, cataclismi climatici.

Poi la pioggia ha smesso. Almeno nel sud della nostra penisola, nella mia Taranto, e l’arsura è piombata inarrestabile come un esercito di miliardi di phon surriscaldati riversati all’unisono sull’asfalto. Ha piallato tutto. E ci ha fatto rimpiangere l’espressione si soffocava dal caldo, quando ancora l’erba cresceva lungo il litorale adriatico e talvolta potevi spegnere il condizionatore. Il condizionatore, te lo ricordi Mat?

Natan è solo nel seminterrato di 25 metri quadri che lui chiama casa, in Taranto Down, la cittadina scavata nel tufo dove si sono riversati tutti gli abitanti impossibilitati a stare in superficie. Non un progetto visionario di ingegneria civile, ma un’espansione sotterranea disorganica e frammentata, iniziata con l’occupazione di parcheggi sotterranei, gallerie ferroviarie dismesse, cave e bunker mai riconvertiti, alla ricerca di riparo da un mix assassino di sole e afa ustionante.

Solo gli Algoritmici, l’élite tecnologica del Paese, si può permettere una casa climatizzata in superficie. Superficie che nessuno decide di solcare senza un motivo e a cui ha accesso la casta dei tecnici – per lo più manutentori di impianti solari e fotovoltaici – e robot resistenti al calore.

Scendendo, l’aria si fa più stantia, la luce più artificiale e uniforme, gli spazi più compressi: è dove vive la maggioranza, spiazzata da un’automazione che ha corso più veloce della capacità di riqualificazione della forza lavoro, creando un profondo divario sociale e un’economia a due velocità.

Mat è un companion, un gatto ibrido bio-sintetico che Natan ha deciso di portare con sé per sopperire ai momenti di sconforto e solitudine a cui lo espone una vita da disoccupato. I gatti veri, oggi, sono un bene di lusso, uno status symbol pari a una Jaguar, un Rolex, una villa a Malibu.

A Natan il tessuto biopolimerico morbido e texturizzato di Mat ricorda vagamente Briciola, il micio in carne, pelo e ossa che aveva ricevuto in dono da mamma Pia, la sarta più rinomata del paese, per il suo settimo compleanno. Il mondo all’epoca era ancora a dominio umano, prima dell’avvento del Grande Sostituto, un ecosistema globale di intelligenza agentica generativa che ha provocato la soppressione di milioni di posti di lavoro in barba alla propaganda dei transumanisti, tecnocrati fedeli al progresso, fiduciosi nella nostra capacità di gestione della macchina.

Una fiducia del tutto disattesa. Oggi la società è polarizzata tra gli Algoritmici e una massa che vive di sussidi minimi. Le leggi tentano disperatamente di tassare i bit e i movimenti dei robot per finanziare il welfare, ma i capitali digitali sono volatili e difficili da intercettare. La partita del regolatorio è persa.

Natan ripone la tazza con qualche avanzo di microgreen e funghi sul lavabo old style ricavato nella roccia e conteggia i DigiCoins per capire se riesce a ordinare per cena qualche prodotto di fermentazione e proteine da colture microbiche nello spaccio, vicino alla serra verticale dove la popolazione coltiva vegetali a ciclo rapido per ottimizzare acqua ed energia.

Oggi però è un giorno eccezionale. Oggi Natan lavora.

Stamani tramite l’app Onboarding l’IA gli ha assegnato un turno di quattro ore per monitorare una centrale idrica automatizzata in Puglia dal suo salotto, a Taranto.

Indossa il visore e vede attraverso gli occhi di un drone che vola sopra le tubature. Il suo compito non è riparare, ma confermare ciò che l’IA ha già rilevato. Se l’IA dice rottura al 98%, Natan deve solo cliccare conferma senza alcun coinvolgimento intellettivo, come se fosse un passacarte, un banale pigiabottoni.

Poche ore dopo, Natan riceve una notifica: la sua tariffa oraria è stata abbassata del 5% perché un tecnico dal Vietnam si è collegato alla stessa piattaforma offrendo lo stesso servizio a meno. Per restare nel giro, Natan non ha alternative: deve accettare il ribasso.

È guerra fra poveri.

Demoralizzato, con in sottofondo un mix di radio 80 nostalgia che Mat emette in filodiffusione nell’appartamento da appostiti ricettori acustici che fanno del suo corpicino peloso una cassa di risonanza, Natan dedica il pomeriggio a un corso online di etica dei dati, sperando di ottenere una certificazione che lo sposti in un settore meno automatizzabile. Un investimento importante: il corso costa metà del suo guadagno mensile.

Anche oggi non sappiamo se domani ci sarà lavoro, vero Mat?

Blip.

Un tintinnio. Rumore tondo, goccia d’acqua infranta su tubo metallico di canalina di tetto; quello ricorda.

Blip.

Per una frazione di secondo Natan sente una goccia, una goccia piovuta dal cielo, preludio carico di speranza in una pioggia che gli abitanti di Taranto Down non vedono da decadi.

Blip.

Al rumore segue un lieve bagliore.

È un feedback dell’agente Onboarding. Il messaggio dice “Produttività alta, ma velocità di conferma inferiore alla media dei robot. Migliora domani per non perdere il ranking”.

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