Le Olimpiadi sono nate come celebrazione dello sport, della lealtà, dell’incontro tra popoli. Il motto di Milano Cortina 2026 è “Together“: insieme. L’Agenda 2020 del CIO parla di sostenibilità, di inclusione, di un movimento olimpico che sia un punto di riferimento per il pianeta.
C’è qualcosa di amaramente familiare in questo linguaggio. Undici anni fa, Expo 2015 campeggiava sotto lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Prometteva un confronto mondiale sulla fame, sullo spreco alimentare, sulla sostenibilità. La Carta di Milano – firmata da capi di Stato, ministri, politici e cittadini – doveva essere il grande lascito morale dell’evento. Barbacetto la definì “un colossale esercizio di ipocrisia”. Michel Roy, segretario generale della Caritas Internationalis, fu ancora più duro: “È una Carta scritta dai ricchi per i ricchi. Non si sente la voce dei poveri del mondo. Non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, OGM, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”. La Carta rimase “un elenco di buone intenzioni, subito dimenticate non appena si sono spente le luci dell’esposizione”.
Adesso Milano Cortina ripete il copione con parole diverse. “Together”. Insieme. Eppure, guardando la realtà di Milano Cortina, si fatica a trovare qualcosa che si avvicini a quei valori.
Prendiamo il viaggio della fiamma olimpica, iniziato a dicembre 2025. Dovrebbe essere un momento altamente simbolico, un tributo allo sport e ai suoi valori. Invece è diventato l’ennesimo carrozzone. A Roma, i primi a prendersi la scena sono stati vip che con lo sport non hanno nulla a che fare: Claudia Gerini, piazzata da uno sponsor; Giuseppe Tornatore, grande regista, ma notoriamente amico del presidente Malagò e socio dell’Aniene; Lavinia Biagiotti, che grazie alle sue conoscenze aveva già ottenuto di ospitare la Ryder Cup di golf nel suo circolo privato; Achille Lauro, pupillo dell’assessore allo Sport di Roma e il cui fratello Luigi ha un ruolo di primo piano nella Fondazione Milano Cortina. Amici degli amici. Marchette. Logiche di marketing, non di merito.
Alex Bellini, campione di traversate oceaniche estreme, ha dedicato un post alla questione: “Mi girano i coglioni. Stiamo trasformando lo sport in puro intrattenimento, e ogni volta che lo facciamo lo impoveriamo un po’. Il punto qui non è chi porta la torcia, ma cosa rappresenta quella scelta. Le Olimpiadi non hanno bisogno di diventare più spettacolari. Lo sport è la forma più pura di spettacolo”.
Ma c’è un prezzo ancora più alto, che si paga lontano dalle telecamere e dai riflettori. La notte dell’8 gennaio 2026, mentre i preparativi olimpici entravano nella fase finale, Pietro Zantonini, 55 anni, originario di Brindisi, moriva congelato in un cantiere olimpico a Cortina d’Ampezzo. Lavorava come vigilante notturno allo stadio del ghiaccio in costruzione. Il termometro era sceso a -11 gradi. Ogni due ore doveva uscire dal gabbiotto, riscaldato solo da una stufetta, per fare il giro di ricognizione nel cantiere. Contratto precario, già prorogato, in scadenza a fine gennaio. Si era trasferito dal Sud nel settembre 2025 in cerca di lavoro stabile, senza trovarlo.
È morto prima di arrivare in ospedale. La famiglia ha denunciato le condizioni in cui era costretto a lavorare: turni massacranti, notturni prolungati e consecutivi, nessuna protezione dal gelo delle Dolomiti. La Procura di Belluno ha aperto un’indagine. Simico, la società delle infrastrutture olimpiche, ha espresso “le più profonde condoglianze”, precisando però che “si tratta di un cantiere che non è di propria competenza“. Lo scaricabarile classico: appalti, subappalti, responsabilità che si disperdono. Intanto un uomo è morto di freddo. Nel 2026. A pochi metri dalle strutture olimpiche su cui sono stati spesi miliardi.