Milano Cortina: la lezione che non abbiamo imparato

Dovevano essere i più sostenibili, i più trasparenti, i più esemplari della storia dello sport. Tra pochi giorni si apre il sipario sulle Olimpiadi Invernali, l’ennesimo tradimento della politica e degli affari; un Grande Evento che non sta riscuotendo l’atteso interesse di pubblico e turisti.

04.02.2026
L'uomo gatto, ex campione di Sarabanda, fa da tedoforo per le Olimpiadi di Milano Cortina 2026

Quando, il 24 giugno 2019, il Comitato Olimpico Internazionale annunciò la vittoria di Milano Cortina sulla concorrenza della sola Stoccolma — dopo che Innsbruck, Calgary e Sion si erano già ritirate — il dossier di candidatura brillava di parole perfette. Cinque pilastri a guida della spedizione: Olimpiadi a costo zero. Olimpiadi sostenibili. Olimpiadi trasparenti. Olimpiadi a sostegno della montagna. Una decisa Legacy.

Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana le presentò come le prime Olimpiadi “risparmiose e sostenibili economicamente e per l’ambiente”. Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti assicurò che il Governo avrebbe garantito un sostegno “morale ma non economico”. Un dossier molto preciso: solo due nuove strutture permanenti, finanziate interamente da investitori privati. Nessuna cattedrale nel deserto.

Luca Zaia, presidente del Veneto, nel suo discorso di presentazione a Tokyo non lasciò spazio a equivoci: “Nessuna ombra monumentale, nessuna cementificazione, nessuno spreco di denaro ed energia”.

Discorsi da politici, sempre uguali a se stessi.

Personaggi, interpreti, errori e bugie: il copione già visto di Expo 2015

Prima di parlare di Milano Cortina 2026, vale la pena tornare al 2015; Milano ospitò Expo, l’esposizione universale che avrebbe voluto porre l’attenzione sul tema dell’alimentazione, diritto di ogni popolo e che si rivelò poco più di una mega Fiera del Cibo da cui Slow Food per primi presero le distanze con grande disappunto da parte di Carlin Petrini che per l’occasione litigò con Oscar Farinetti e tutto il carrozzone di favoritismi che si portava dietro in barba all’etica e alle pari opportunità con le aziende del settore.
Il commissario dell’evento era Giuseppe Sala. Il presidente della Regione era Attilio Fontana.

Expo 2015 fu presentata come un successo clamoroso. Sala comunicò numeri trionfanti: 6,1 milioni di visitatori nei primi due mesi. Purtroppo, come ha documentato Gianni Barbacetto nel suo libro Contro Milano, i file degli ingressi registrati dai tornelli raccontavano una storia molto diversa. I visitatori nei primi due mesi erano al massimo 4 milioni, compresi addetti, personale dei padiglioni, volontari e omaggi. Depurati da queste categorie, i visitatori veri non superavano i 3,5 milioni: meno della metà delle previsioni ufficiali.

Sala aveva chiesto al sindaco Giuliano Pisapia di mantenere segreti anche i dati sui viaggiatori del metrò e sulla raccolta dei rifiuti, per non permettere calcoli indiretti sui visitatori. I numeri di Expo, scrisse Barbacetto, erano diventati un “segreto di Stato”. Un evento pagato con denaro pubblico, condotto con la trasparenza di un’azienda privata che deve proteggere il proprio marketing.

Quando nel marzo 2022 la società Expo chiuse definitivamente la liquidazione, Sala festeggiò con un video su Instagram: “Sono ritornati ai soci 50 milioni rimasti in cassa. Ditemi voi, io non ricordo un’opera pubblica in Italia che sia stata fatta in tempi giusti, per bene e spendendo meno del previsto”. Ma i conti veri raccontano altro: Expo è costato 2,4 miliardi di euro di soldi pubblici. I ricavi da biglietti, sponsor e royalty sono stati circa 700 milioni. Sala si è vantato di restituire 50 milioni su un investimento pubblico di 2,4 miliardi. Sette anni dopo la chiusura, l’area Expo rimaneva – nelle parole di Barbacetto – “un cantiere dal futuro incerto”.

Adesso, undici anni dopo, la stessa governance — Sala, Fontana — è al centro di un altro maxi-evento, e il copione delle promesse grandiose smentite dalla realtà si ripete pari pari. Con la differenza che i risultati stanno arrivando ancor prima del taglio del nastro.

Da "costo zero" a sei miliardi

Il budget iniziale delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, secondo il dossier di candidatura, ammontava a circa 1,36 miliardi di dollari. Tutto con soldi privati: diritti televisivi, sponsor globali, sponsor nazionali, biglietti, merchandising. Nessun onere per le casse dello Stato.

Oggi, a pochi giorni dall’inaugurazione, quei numeri sono un ricordo vago e un po’ imbarazzante. Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha dichiarato che i soli costi organizzativi ammontano a 1,9 miliardi di euro. La società Simico S.p.A., incaricata delle infrastrutture, gestisce un portafoglio di oltre 90 interventi per circa 3,4 miliardi di euro. Le stime complessive di S&P Global Ratings parlano di un costo totale tra i 5,7 e i 5,9 miliardi di euro. La senatrice Elena Sironi del Movimento 5 Stelle ha denunciato in parlamento che i costi sono “lievitati fino a quasi 6 miliardi di euro, gran parte dei quali coperti con fondi pubblici“.

S&P ha quantificato lo sforamento rispetto al budget iniziale in un fattore vicino all’80%. Le Iene, nella puntata del 18 gennaio con il giornalista Gaetano Pecoraro, hanno documentato come le Olimpiadi stiano assorbendo oltre 3 miliardi di fondi pubblici tra opere non concluse o ancora da avviare, a fronte di un impegno iniziale delle tre Regioni coinvolte (Lombardia, Veneto, Trentino) di circa 200 milioni per ammodernare le strutture esistenti. Report ha messo in luce le carenze tecniche, i pericoli strutturali e la totale ignoranza da parte dei diretti interessati dell’andamento dei lavori e degli affidamenti delle opere.

Peggio: si dicono bugie sulle competenze delle imprese a cui sono stati affidati – per esempio – gli impianti di risalita.

Dalle promesse del dossier alle cifre odierne, la distanza è abissale. E per giunta non si tratta di sfori prevedibili: la campagna di monitoraggio civico Open Olympics 2026, lanciata da una ventina di organizzazioni della società civile, ha evidenziato che il Budget Lifetime della Fondazione Milano Cortina – il documento che dovrebbe contenere un quadro completo dei conti – non è pubblico.

Le opere: completate solo 16 su 98

Dall’ultimo rapporto di Open Milano Cortina emerge che su 98 opere totali, solo 16 sono concluse. 51 sono ancora in fase di esecuzione, 28 in fase di progettazione e 3 in gara d’appalto. La maggior parte delle opere — quelle stradali, che rappresentano il 68% del totale – non sarà completata prima delle Olimpiadi. Alcune non prima del 2027 o del 2033.

Che Zaia dica bugie è un dato di fatto. Nella puntata di Report dichiara che è normale che alcune opere “a contorno”, come strade e bretelle,rientrino all’interno del capitolato, non strettamente collegate all’evento, bensì inserite al fine di migliorarne lo stato attuale. Altra bugia.

Un rapporto promosso dall’organizzazione Libera e da altre organizzazioni civiche ha messo in luce un dato che da solo racconta tutto: soltanto il 13% della spesa finanzia le opere essenziali per i Giochi. Il restante 87% va a infrastrutture di “legacy” – cioè a opere che, in tesi, dovrebbero restare dopo le gare. In pratica, per ogni euro speso sui Giochi ne vengono destinati 6,6 a contorno. E di queste opere di contorno, la maggior parte — per un valore di 3 miliardi di euro — non sarà completata entro la fine dell’evento.

La Corte dei conti ha lanciato un severo monito, richiamando in modo esplicito il rischio che le opere si trasformino in quelle famigerate “cattedrali nel deserto” che la candidatura aveva giurato di evitare.

La pista da bob come l'Albero della Vita: a futura memoria dell'ennesima speculazione

Se c’è un’opera che concentra in sé tutte le contraddizioni di Milano Cortina 2026, è la pista da bob nel bosco di Ronco, alle pendici delle Tofane a Cortina d’Ampezzo.

Il 21 febbraio 2024 le motoseghe hanno cominciato a lavorare. Nel giro di qualche ora, su un’area di poco più di due ettari, sono stati abbattuti circa 500-560 larici, la maggior parte di età compresa tra i 100 e i 200 anni – alberi che avevano resistito a due guerre mondiali e alla tempesta Vaia del 2018. Oltre 20.000 metri quadrati di bosco distrutti in un colpo solo, una quantità di alberi equivalente a quella abbattuta a Cortina nell’arco di dodici anni.

Il progetto è stato approvato senza assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale. La Procura della Repubblica di Belluno ha aperto un fascicolo d’indagine. Il primo bando per l’appalto è andato deserto; due multinazionali si sono ritirate per i rischi geologici. Il lavoro è stato infine affidato in modo diretto.

Il costo della pista? All’inizio stimato in meno di 48 milioni di euro, oggi è lievitato a oltre 120 milioni. Per otto atleti in tutta Italia che praticano il bob, lo skeleton e lo slittino.

E qui il paragone diventa impossibile da evitare. A Cortina c’era già una pista da bob, la “Eugenio Monti”: chiusa nel 2008 perché troppo onerosa da mantenere. A Cesana, in Piemonte, c’era un’altra pista, costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 per oltre 110 milioni di euro: è stata abbandonata nel 2011 per gli stessi motivi. Due ferite di cemento ancora visibili sulle montagne italiane. Lo stesso CIO aveva chiesto all’Italia di utilizzare sedi preesistenti – Innsbruck, ad esempio, sarebbe stata un’opzione concreta e poco costosa. La risposta è stata una questione diprestigio“.

Ancora a Zaia il compito di difendere la situazione a colpi di creatività: “Gli alberi sono preziosi, però ogni anno 100.000 ettari di prato diventano bosco in Italia, perché il bosco divora i prati. Far credere che ci sia una deforestazione incombente vuol dire non conoscere i dati”.

Si fa davvero fatica anche a sorridere per pietà. Ricorda quando Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia ed ex presidente di Assolombarda, diede la colpa del COVID-19 alle flatulenze delle vacche.

Il conto ecologico: ghiaccio che non tornerà mai e sponsor green a tutto fossile

Oltre ai larici di Ronco, c’è un costo ambientale che le Olimpiadi lasciano scritto nell’atmosfera e nei ghiacciai alpini.

Il rapporto di un’organizzazione indipendente con sede in Lancaster ha pubblicato un rapporto le cui conclusioni non lasciano spazio a interpretazioni. Basandosi sui soli dati ufficiali, il rapporto stima che le Olimpiadi Milano Cortina 2026 causeranno emissioni di gas serra per circa 930.000 tonnellate di CO₂ equivalente, con il maggior contributo dovuto ai viaggi degli spettatori. Questa cifra si tradurrà nei prossimi anni in una perdita di circa 2,3 chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale.

Ma non finisce qui. Tre dei principali sponsor delle Olimpiadi sono ENI, Stellantis e ITA Airways. Il rapporto SGR ha calcolato che gli accordi di sponsorizzazione con queste tre società altamente inquinanti aggiungeranno circa 1,3 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – circa il 40% in più rispetto al resto dell’impronta di carbonio dell’evento. L’impatto totale, sponsor compresi, arriva a 5,5 km² di perdita di copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale.

Il contesto è terrificante. Le Alpi sono in crisi strutturale e noi stiamo costruendo nuove piste, nuovi bacini idrici per l’innevamento artificiale, nuove infrastrutture che dipenderanno sempre di più da una natura che sta cambiando in modo irreversibile.

Torino 2006: la storia che non abbiamo imparato

Milano Cortina 2026 non è la prima volta che l’Italia ospita un evento olimpico invernale dopo una lunga astinenza. L’ultima edizione casalinga fu Torino 2006, vent’anni fa. Quei Giochi costarono circa 3,5 miliardi di euro, con il governo che stanziò 1,4 miliardi e Comune e Regione altri 600 milioni.

Che cosa ne è rimasto? La pista da bob di Cesana Pariol: 110 milioni di euro, chiusa nel 2011, saccheggiata dei cavi di rame, abbandonata. I trampolini di Pragelato: 37 milioni di euro di cemento armato, con oltre un milione all’anno di manutenzione, poi abbandonati. Il villaggio olimpico di Torino: diventato un luogo di occupazioni abusive e saccheggio. Nel 2011, cinque anni dopo i Giochi, le perdite derivanti dagli impianti olimpici abbandonati pesavano ancora per 300 milioni di euro sul bilancio della città.

Ecco cosa si intende per  “cattedrali nel deserto”, che il dossier di Milano Cortina 2026 aveva giurato di non ripetere.

I valori che dovrebbero contare

Le Olimpiadi sono nate come celebrazione dello sport, della lealtà, dell’incontro tra popoli. Il motto di Milano Cortina 2026 è Together: insieme. L’Agenda 2020 del CIO parla di sostenibilità, di inclusione, di un movimento olimpico che sia un punto di riferimento per il pianeta.

C’è qualcosa di amaramente familiare in questo linguaggio. Undici anni fa, Expo 2015 campeggiava sotto lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Prometteva un confronto mondiale sulla fame, sullo spreco alimentare, sulla sostenibilità. La Carta di Milano – firmata da capi di Stato, ministri, politici e cittadini – doveva essere il grande lascito morale dell’evento. Barbacetto la definì “un colossale esercizio di ipocrisia”. Michel Roy, segretario generale della Caritas Internationalis, fu ancora più duro: “È una Carta scritta dai ricchi per i ricchi. Non si sente la voce dei poveri del mondo. Non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, OGM, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”. La Carta rimase “un elenco di buone intenzioni, subito dimenticate non appena si sono spente le luci dell’esposizione”.

Adesso Milano Cortina ripete il copione con parole diverse. “Together”. Insieme. Eppure, guardando la realtà di Milano Cortina, si fatica a trovare qualcosa che si avvicini a quei valori.

Prendiamo il viaggio della fiamma olimpica, iniziato a dicembre 2025. Dovrebbe essere un momento altamente simbolico, un tributo allo sport e ai suoi valori. Invece è diventato l’ennesimo carrozzone. A Roma, i primi a prendersi la scena sono stati vip che con lo sport non hanno nulla a che fare: Claudia Gerini, piazzata da uno sponsor; Giuseppe Tornatore, grande regista, ma notoriamente amico del presidente Malagò e socio dell’Aniene; Lavinia Biagiotti, che grazie alle sue conoscenze aveva già ottenuto di ospitare la Ryder Cup di golf nel suo circolo privato; Achille Lauro, pupillo dell’assessore allo Sport di Roma e il cui fratello Luigi ha un ruolo di primo piano nella Fondazione Milano Cortina. Amici degli amici. Marchette. Logiche di marketing, non di merito.

Alex Bellini, campione di traversate oceaniche estreme, ha dedicato un post alla questione: “Mi girano i coglioni. Stiamo trasformando lo sport in puro intrattenimento, e ogni volta che lo facciamo lo impoveriamo un po’. Il punto qui non è chi porta la torcia, ma cosa rappresenta quella scelta. Le Olimpiadi non hanno bisogno di diventare più spettacolari. Lo sport è la forma più pura di spettacolo”.

Ma c’è un prezzo ancora più alto, che si paga lontano dalle telecamere e dai riflettori. La notte dell’8 gennaio 2026, mentre i preparativi olimpici entravano nella fase finale, Pietro Zantonini, 55 anni, originario di Brindisi, moriva congelato in un cantiere olimpico a Cortina d’Ampezzo. Lavorava come vigilante notturno allo stadio del ghiaccio in costruzione. Il termometro era sceso a -11 gradi. Ogni due ore doveva uscire dal gabbiotto, riscaldato solo da una stufetta, per fare il giro di ricognizione nel cantiere. Contratto precario, già prorogato, in scadenza a fine gennaio. Si era trasferito dal Sud nel settembre 2025 in cerca di lavoro stabile, senza trovarlo.

È morto prima di arrivare in ospedale. La famiglia ha denunciato le condizioni in cui era costretto a lavorare: turni massacranti, notturni prolungati e consecutivi, nessuna protezione dal gelo delle Dolomiti. La Procura di Belluno ha aperto un’indagine. Simico, la società delle infrastrutture olimpiche, ha espresso “le più profonde condoglianze”, precisando però che “si tratta di un cantiere che non è di propria competenza“. Lo scaricabarile classico: appalti, subappalti, responsabilità che si disperdono. Intanto un uomo è morto di freddo. Nel 2026. A pochi metri dalle strutture olimpiche su cui sono stati spesi miliardi.

Il braciere si accende, ma i turisti mancano e i biglietti non si staccano.

Il 6 febbraio il braciere olimpico si accenderà a San Siro, lo stadio del calcio. Il contesto quantomeno rappresentativo di uno sport invernale. Ma Milano fa di tutto per esserci sempre, anche imbucarsi in un’Olimpiade che di fatto si svolgerà addirittura in un’altra Regione, proseguendo quella narrazione distorta che vorrebbe convincere che Milano sia “un brand che rappresenta l’Italia”.

Le telecamere del mondo intero punteranno dunque di nuovo qui, e lo spettacolo non sarà dei migliori: sotto la neve, sotto il sorriso promosso dal marketing olimpico, c’è un conto che non torna. Un conto che Expo 2015 ci ha già insegnato come leggere, e che Torino 2006 ci ha già insegnato come finisce. Un conto che questa volta, almeno, qualcuno sta cercando di fare prima della fine: scienziati, giornalisti, associazioni ambientaliste, magistrati della Corte dei conti.

Scenette della politica, promesse di continuità e di lasciti per il futuro, a cui sembra che nessuno sia più disposto a credere.
I biglietti venduti per le Olimpiadi sono al di sotto dell’aspettativa del milione e mezzo annunciato. Ci sono ancora 25.000 biglietti disponibili per l’inaugurazione, hotel e b&b stanno lamentando un flusso turistico al ribasso. Questo sebbene la tassa di soggiorno già da mesi sia salita fra 5 e 10 euro (tre e cinque stelle).

C’è già un cimitero, ambientale, progettuale, valoriale a cielo aperto; e per una volta addirittura i giornali fanno fatica a fingere che tutto sia a posto.

 

 

 

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