Intelligenza artificiale e ricchezza: scacco all’uomo

Il paper più importante del 2026 non parla di intelligenza artificiale, ma della ricchezza che l’intelligenza artificiale produrrà. Assieme a tutti i rischi che la collocazione di quella ricchezza può comportare: i dati lasciano intendere che, a un certo punto, la repressione potrebbe essere più conveniente della redistribuzione

29.06.2026
Intelligenza artificiale e ricchezza redistribuita: un uomo gioca a scacchi contro un braccio robotico

Ci sono paper che affinano una teoria e paper che cambiano il modo in cui guardiamo un fenomeno. I primi fanno avanzare la ricerca; i secondi, molto più di rado, spostano il dibattito pubblico e il pensiero critico. Automation and Repression, pubblicato il 5/6/26 da Daron Acemoglu insieme ad A. Arda Gitmez e Mehdi Shadmehr, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Non perché sia destinato a diventare una profezia (la buona scienza costruisce modelli per comprendere meglio il futuro), ma perché affronta la questione che, sorprendentemente, continua a rimanere ai margini del dibattito sull’intelligenza artificiale: non quanto sarà intelligente, non quanto aumenterà la produttività, non quanti posti di lavoro sostituirà, ma come cambieranno gli equilibri della ricchezza e, di conseguenza, quelli del potere e della società.

Non è un caso che un lavoro di questo tipo porti la firma di Daron Acemoglu. Da almeno vent’anni rappresenta una delle menti più brillanti dell’economia contemporanea: mentre una parte della letteratura economica si è via via lasciata sedurre da una narrazione deterministica dell’innovazione (secondo cui a ogni progresso tecnologico corrisponde un progresso sociale), Acemoglu ha continuato a ricordarci una verità elementare spesso dimenticata, cioè che la tecnologia non è mai neutrale. Ogni innovazione redistribuisce incentivi, modifica rapporti di forza, crea vincitori e perdenti, e costringe le istituzioni a ridefinire di continuo il proprio equilibrio. È una lezione che abbiamo imparato con il vapore della rivoluzione industriale, con l’elettricità della società moderna, con l’Internet della società contemporanea, e oggi, forse in misura ancora maggiore, con l’intelligenza artificiale.

Per chi comanda l’IA, reprimere conviene più che redistribuire

Da oltre due anni osservo un dibattito quasi ossessionato dalla tecnologia. Ogni settimana si discute del modello più potente, del benchmark più elevato, dell’agente più autonomo, del chip più performante e della startup più promettente. È una conversazione affascinante, ma spesso superficiale. Sembra quasi che il vero oggetto della discussione siano le macchine, quando invece la questione centrale dovrebbe riguardare le persone.

La domanda che dovremmo porci non è quanto in fretta evolverà l’intelligenza artificiale. La domanda è molto più antica: chi beneficerà della ricchezza che questa rivoluzione produrrà? Perché ogni rivoluzione tecnologica, prima ancora di essere una rivoluzione tecnica, è sempre stata una rivoluzione economica. E ogni rivoluzione economica, inevitabilmente, è diventata una rivoluzione politica, quindi sociale.

Questo è proprio il punto di partenza del paper. Gli autori costruiscono un modello teorico nel quale l’automazione aumenta man mano la quota di reddito destinata al capitale e riduce quella attribuita al lavoro. Fin qui nulla di sorprendente, è una dinamica ampiamente studiata nella letteratura economica degli ultimi anni. L’elemento originale arriva dopo.

Quando questa distanza cresce oltre una certa soglia, aumenta anche il rischio di instabilità sociale. Il conflitto non nasce dalla tecnologia in sé, ma dal modo in cui i suoi benefici vengono distribuiti. A quel punto chi controlla il sistema economico dispone, secondo il modello, di tre possibili strategie: può rallentare l’automazione; può redistribuire parte della ricchezza prodotta; oppure può investire in strumenti di controllo sempre più sofisticati.

La conclusione è quella che ha attirato l’attenzione di osservatori e media internazionali: in determinate condizioni economiche, la repressione diventa meno costosa della redistribuzione.

Una questione economica, non ideologica

È una tesi destinata a far discutere, ma credo che sarebbe un errore leggerla come un annuncio del futuro. Acemoglu non sostiene che l’intelligenza artificiale condurrà verso società autoritarie. Sarebbe una caricatura del suo lavoro. Il paper afferma qualcosa di molto più sottile e, proprio per questo, molto più inquietante: quando ricchezza e capitale si concentrano in maniera progressiva, gli incentivi economici possono rendere più conveniente investire nel controllo sociale piuttosto che nella redistribuzione del valore.

La differenza è sostanziale. Le imprese non automatizzano perché desiderano creare disuguaglianza, ma perché hanno convenienza economica a farlo. Allo stesso modo, nessun sistema investe nella sorveglianza perché rappresenti un ideale politico: lo fa quando ritiene che il costo del controllo sia inferiore al costo della condivisione della ricchezza. È una logica economica, prima ancora che ideologica. Ed è qui che il paper smette di essere soltanto un contributo accademico e diventa una provocazione culturale.

Per anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come una General Purpose Technology, una tecnologia destinata ad aumentare la produttività di ogni settore economico, proprio come fecero il motore a vapore, l’elettricità e la plastica. È una definizione corretta, ma ormai insufficiente. L’intelligenza artificiale è anche una tecnologia che redistribuisce il potere. Ogni algoritmo che prende una decisione al posto nostro ridefinisce il rapporto tra chi possiede quella tecnologia e chi la utilizza, non automatizza soltanto un’attività. Ogni agente intelligente che sostituisce una funzione cognitiva umana non genera soltanto efficienza, bensì sposta capacità decisionale. Ogni incremento di produttività modifica anche la distribuzione del valore economico.

Con ogni probabilità, è questa la vera questione del prossimo decennio. Perché il lavoro, lungi da essere solo una modalità attraverso cui le persone percepiscono un reddito, è il principale meccanismo con cui una società distribuisce ricchezza, riconoscimento, autonomia e partecipazione economica. Ridurre il peso del lavoro significa modificare il peso politico di chi vive del proprio lavoro.

Scienza e religione sono d’accordo: dal paper all’enciclica

Se osserviamo ciò che sta accadendo con uno sguardo più ampio, emerge un fatto sorprendente. Ambiti culturali che non dialogano tra loro stanno iniziando a convergere sulla stessa domanda.

Da una parte troviamo Acemoglu e la sua economia politica dell’automazione. Dall’altra troviamo Papa Leone XIV, che nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas. Sulla salvaguardia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio 2026 nel 135esimo anniversario della Rerum Novarum, richiama con forza il tema della dignità del lavoro e della centralità della persona. È un documento sull’uomo: il Pontefice ci ricorda che la tecnologia non è mai neutrale, perché assume i caratteri di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza. E denuncia un nodo che il modello economico di Acemoglu illumina dall’altro versante: la tendenza del pensiero tecnocratico ad amplificare il potere di chi già possiede risorse economiche, in un’epoca segnata da uno squilibrio crescente tra la velocità della tecnologia e il più lento sviluppo delle norme e delle istituzioni capaci di governarne gli effetti. È un messaggio che appartiene alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma che oggi assume una sorprendente attualità.

All’estremo opposto troviamo Peter Thiel, figura controversa, certo, ma anche uno degli imprenditori che ha riflettuto più in profondità sulle conseguenze geopolitiche dell’innovazione. Da anni sostiene che il XXI secolo sarà caratterizzato dalla competizione tra sistemi capaci di controllare le infrastrutture tecnologiche fondamentali. Nelle sue riflessioni sull’intelligenza artificiale, sulla sicurezza, sulla sovranità digitale e sul ruolo strategico delle Big Tech emerge un’idea precisa: il nuovo ordine mondiale non sarà definito soltanto dal controllo delle risorse naturali o della finanza, ma dalla capacità di governare le piattaforme cognitive sulle quali si organizzeranno economia, informazione e difesa.

Si può essere in disaccordo con molte delle conclusioni di Thiel. Anch’io lo sono su diversi punti. Ma sarebbe superficiale liquidarle come semplici provocazioni, perché rappresentano il punto di vista di una parte significativa dell’élite tecnologica americana, e quando quella parte del mondo inizia a ragionare di ordine mondiale, forse dovremmo ascoltare con maggiore attenzione.

È curioso osservare come un economista del MIT, il Pontefice e uno degli imprenditori simbolo della Silicon Valley, partendo da prospettive quasi inconciliabili, finiscano per interrogarsi sullo stesso tema. Nessuno di loro discute realmente di prompt, benchmark o modelli linguistici; tutti parlano, in modi diversi, di lavoro, ricchezza, potere e responsabilità.

Forse è questo il segnale che dovremmo cogliere. L’intelligenza artificiale sta uscendo dal perimetro della tecnologia e sta diventando la principale questione economica e politica del nostro tempo. Credo tuttavia che il lavoro di Acemoglu, per quanto straordinario, lasci aperta una domanda ancora più profonda.

I rischi cognitivi della dipendenza da IA

Il paper descrive in modo magistrale la concentrazione della ricchezza. Dice meno su un’altra concentrazione che considero altrettanto decisiva: la capacità di pensare.

Da tempo sostengo che il rischio più sottovalutato dell’intelligenza artificiale non sia soltanto occupazionale, ma cognitivo. Ogni volta che deleghiamo in modo sistematico una funzione mentale a un algoritmo, non stiamo solo risparmiando tempo, ma stiamo modificando il nostro rapporto con il ragionamento, con l’apprendimento e con la decisione. È un processo graduale, quasi invisibile, che produce una forma di dipendenza diversa da quelle che abbiamo conosciuto in passato: non dipendiamo dalla macchina perché non sappiamo fare qualcosa, ma perché, con lentezza, smettiamo di esercitare quella capacità. È ciò che si definisce debito cognitivo.

L’automazione economica concentra ricchezza. L’automazione cognitiva rischia di concentrare intelligenza operativa.

Qui non possiamo non citare il CEO di Anthropic Dario Amodei, che nel 2024, in Machines of Loving Grace, ha formalizzato la dirompente metafora di “un Paese di geni in un data center”: un’infrastruttura in cui milioni di istanze e agenti IA, ciascuno con capacità superiori ai migliori esperti umani e agli scienziati da premio Nobel, cooperano a velocità machine-to-machine per rivoluzionare la ricerca e l’economia. Ma è nel saggio successivo, The Adolescence of Technology (2026), che Amodei conduce quella stessa premessa fino alla sua conclusione più scomoda. Le autocrazie, scrive, sono oggi limitate nella loro capacità di reprimere dal fatto di dover affidare gli ordini a esseri umani, che hanno un limite a quanto sono disposti a essere disumani. Un’autocrazia potenziata dall’IA non avrebbe più quel limite. È, detta dall’interno dell’industria, la stessa intuizione che Acemoglu formalizza dall’esterno con il linguaggio dell’economia: quando il controllo diventa meno costoso dal punto di vista tecnico, diventa anche più conveniente da quello economico.

Le due automazioni, quella economica e quella cognitiva, sono due fenomeni distinti ma collegati in profondità. Il primo modifica la distribuzione del reddito; il secondo modifica la distribuzione della capacità di decidere. Quando queste due concentrazioni iniziano a procedere insieme, il problema non riguarda più soltanto il mercato del lavoro, ma il modello di società che stiamo costruendo.

È qui che, a mio avviso, il dibattito dovrebbe compiere un ulteriore salto.

La quarta possibilità: il Co-Thinking, l’IA che accresce il valore del pensiero umano

Il modello di Acemoglu, come già detto, descrive tre risposte possibili: rallentare l’automazione, redistribuire la ricchezza, investire nel controllo. Esiste però una quarta possibilità che il modello economico, per costruzione, non considera, perché appartiene al terreno dell’organizzazione e del management: possiamo aumentare il valore dell’intelligenza umana.

È questo il principio che sta alla base della mia visione di Co-Thinking. Non una collaborazione generica tra uomo e macchina, ma un modello organizzativo progettato affinché l’intelligenza artificiale aumenti la qualità del pensiero umano invece di sostituirlo. Il vero obiettivo non dovrebbe essere costruire imprese nelle quali servono sempre meno persone, ma organizzazioni nelle quali ogni persona, grazie all’IA, è in grado di generare più valore, prendere decisioni migliori e contribuire in modo più significativo alla creazione della ricchezza.

Sarebbe però ingenuo, e intellettualmente disonesto verso il paper che ho appena elogiato, presentare il Co-Thinking come una soluzione che si afferma da sola. Perché la lezione più dura del modello di Acemoglu è proprio questa: chi deciderebbe di adottare un’organizzazione che valorizza l’intelligenza umana è lo stesso attore che, secondo il modello, ha convenienza economica a fare il contrario. L’impresa non sceglie il Co-Thinking per virtù, e in assenza di altri vincoli l’incentivo economico spinge nella direzione opposta: verso la sostituzione, la concentrazione, e infine il controllo. Il paper lo dimostra fino in fondo, indicando che, a partire da una democrazia, l’accumulazione di capitale può spingere chi lo possiede a sostenere persino un colpo contro le istituzioni democratiche, quando queste diventano un ostacolo.

Il Co-Thinking, in altre parole, non è un’alternativa spontanea alla repressione. È una possibilità che ha bisogno di condizioni per esistere. Ha bisogno di istituzioni che rendano il valore dell’intelligenza umana economicamente riconoscibile, e non soltanto moralmente auspicabile. Ha bisogno di regole che riequilibrino il rapporto tra capitale e lavoro prima che la distanza superi la soglia oltre la quale, come scrive Acemoglu, il controllo diventa più conveniente della condivisione. Ha bisogno di quella che Leone XIV chiama la capacità delle istituzioni di tenere il passo della tecnologia. Senza queste condizioni, l’invito ad aumentare il valore dell’intelligenza umana rischia di rimanere un auspicio destinato a essere travolto dagli stessi incentivi che il paper descrive.

È una differenza in apparenza sottile. In realtà cambia del tutto il significato dell’innovazione, e anche quello della mia stessa proposta. Il Co-Thinking è la descrizione di ciò che dovremmo costruire, e delle condizioni politiche e istituzionali senza le quali non lo costruiremo.

Per questo considero il lavoro di Acemoglu uno dei paper più importanti pubblicati nel 2026. Non perché ci dica come andrà a finire, ma perché ci obbliga a riconoscere che il management, da solo, non basta; che ogni modello organizzativo vive dentro un perimetro di incentivi che non ha creato e che non può ignorare.

L’intelligenza artificiale è qualcosa di più della più grande rivoluzione tecnologica della nostra generazione: è la più grande redistribuzione di ricchezza, capacità decisionale e potere che il capitalismo abbia conosciuto dalla rivoluzione industriale. Ed è da come sceglieremo di distribuire questi tre elementi, non dalla velocità dei modelli o dalla potenza dei processori, che dipenderà la qualità della società nella quale vivremo.

Perché la vera domanda va oltre la possibilità che le macchine diventeranno sempre più intelligenti. La vera domanda è se sapremo costruire le istituzioni dentro le quali anche gli esseri umani continueranno ad avere un valore crescente.

 

 

 

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Photo credits: Pavel Danilyuk via Pexels

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