Il modello di Acemoglu, come già detto, descrive tre risposte possibili: rallentare l’automazione, redistribuire la ricchezza, investire nel controllo. Esiste però una quarta possibilità che il modello economico, per costruzione, non considera, perché appartiene al terreno dell’organizzazione e del management: possiamo aumentare il valore dell’intelligenza umana.
È questo il principio che sta alla base della mia visione di Co-Thinking. Non una collaborazione generica tra uomo e macchina, ma un modello organizzativo progettato affinché l’intelligenza artificiale aumenti la qualità del pensiero umano invece di sostituirlo. Il vero obiettivo non dovrebbe essere costruire imprese nelle quali servono sempre meno persone, ma organizzazioni nelle quali ogni persona, grazie all’IA, è in grado di generare più valore, prendere decisioni migliori e contribuire in modo più significativo alla creazione della ricchezza.
Sarebbe però ingenuo, e intellettualmente disonesto verso il paper che ho appena elogiato, presentare il Co-Thinking come una soluzione che si afferma da sola. Perché la lezione più dura del modello di Acemoglu è proprio questa: chi deciderebbe di adottare un’organizzazione che valorizza l’intelligenza umana è lo stesso attore che, secondo il modello, ha convenienza economica a fare il contrario. L’impresa non sceglie il Co-Thinking per virtù, e in assenza di altri vincoli l’incentivo economico spinge nella direzione opposta: verso la sostituzione, la concentrazione, e infine il controllo. Il paper lo dimostra fino in fondo, indicando che, a partire da una democrazia, l’accumulazione di capitale può spingere chi lo possiede a sostenere persino un colpo contro le istituzioni democratiche, quando queste diventano un ostacolo.
Il Co-Thinking, in altre parole, non è un’alternativa spontanea alla repressione. È una possibilità che ha bisogno di condizioni per esistere. Ha bisogno di istituzioni che rendano il valore dell’intelligenza umana economicamente riconoscibile, e non soltanto moralmente auspicabile. Ha bisogno di regole che riequilibrino il rapporto tra capitale e lavoro prima che la distanza superi la soglia oltre la quale, come scrive Acemoglu, il controllo diventa più conveniente della condivisione. Ha bisogno di quella che Leone XIV chiama la capacità delle istituzioni di tenere il passo della tecnologia. Senza queste condizioni, l’invito ad aumentare il valore dell’intelligenza umana rischia di rimanere un auspicio destinato a essere travolto dagli stessi incentivi che il paper descrive.
È una differenza in apparenza sottile. In realtà cambia del tutto il significato dell’innovazione, e anche quello della mia stessa proposta. Il Co-Thinking è la descrizione di ciò che dovremmo costruire, e delle condizioni politiche e istituzionali senza le quali non lo costruiremo.
Per questo considero il lavoro di Acemoglu uno dei paper più importanti pubblicati nel 2026. Non perché ci dica come andrà a finire, ma perché ci obbliga a riconoscere che il management, da solo, non basta; che ogni modello organizzativo vive dentro un perimetro di incentivi che non ha creato e che non può ignorare.
L’intelligenza artificiale è qualcosa di più della più grande rivoluzione tecnologica della nostra generazione: è la più grande redistribuzione di ricchezza, capacità decisionale e potere che il capitalismo abbia conosciuto dalla rivoluzione industriale. Ed è da come sceglieremo di distribuire questi tre elementi, non dalla velocità dei modelli o dalla potenza dei processori, che dipenderà la qualità della società nella quale vivremo.
Perché la vera domanda va oltre la possibilità che le macchine diventeranno sempre più intelligenti. La vera domanda è se sapremo costruire le istituzioni dentro le quali anche gli esseri umani continueranno ad avere un valore crescente.
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