Dove si abita il terremoto

Dieci anni dopo il sisma, il centro storico di Camerino porta ancora le ferite del sisma e la quotidianità si è spostata in periferia. Tra nuove case, socialità da reinventare e lavori che cambiano, il racconto di chi ha imparato a vivere “nonostante” le scosse

30.10.2026
Un bancomat abbandonato nel centro di Camerino, dopo il terremoto

Quando arrivi a Camerino, se non conosci il territorio, un po’ ti perdi; anche se, come dicono i camerti, «è tutto vicino». Succede in una città che, da quando il terremoto l’ha colpita, il 26 e il 30 ottobre del 2016, non ruota più attorno al centro storico, ma si è costruita un po’ più in là, nel Sottocorte Village (area commerciale) e nella periferia.

Una periferia senza centro

Manca quel centro che doveva essere una bellezza, a sentire i racconti: feste medievali con tantissima gente, tanti locali e quelle vie che, quando la gente te le racconta, ti sembra di salire su una macchina del tempo per farci un salto. Ma nel 2026 quello che si vede sono locali fermi a dieci anni fa, case con le X delle travi di legno a dirti che lì non si entra e che per ora si deve stare bene con i cerotti che coprono le ferite. Ti affacci dentro una banca e vedi ancora cumuli di macerie, e magari scopri che il Caffè Concerto, che un tempo pullulava di vita, oggi non esiste più. O meglio: i locali ci sono ancora, è “il” locale che non c‘è più. A differenza di altri esercizi che hanno aperto al Sottocorte Village – che guai a chiamarlo centro commerciale – o che si sono trasferiti con le attività in località costiere, il proprietario pare abbia cambiato vita e sia andato altrove.

Un edificio nel centro di Camerino. Foto dell'autrice
Un edificio nel centro di Camerino. Foto dell'autrice

 

Il centro però non è silenzioso, almeno non di giorno: si sente il suono delle ruspe e dei cantieri che tengono viva questa parte di città dove ci sono poi due posti che trasudano voglia di esserci e di normalità: il bar ristorante Noè Errante e il Nuovo Museo Diocesano all’interno del palazzo vescovile. Sembrano quasi due cattedrali nel deserto, un deserto di cui fa parte anche la cattedrale di Santa Maria Annunziata, che al momento a malapena si riconosce, vestita com’è di travi e impalcature. Poi, dopo le 18, quando i lavori si fermano e gli operai che ormai vivono nei dintorni tornano a casa, il silenzio ammanta ogni cosa. Le strade quasi deserte, le foto appese ai pannelli di una piazzetta che ricordano com’era Camerino in passato, gli edifici ancora chiusi. Quel centro che, come dice Roberto Frifrì, titolare del Noé Errante, «non esiste più, non c’è più il passeggio».

Indicazione per "Il -Noè errante"

Eppure basta andare in Largo Boccati, nel cuore del ghetto ebraico, per trovare vita, cibo, bevande e gli studenti. Si deve a Roberto, che è stato il primo ad aprire in centro nel 2021 e che ci tiene a precisare che no, non è un eroe: «Lo è solo chi fa qualcosa nonostante ne abbia paura, ma qui non ci sono paure»; ma per attrarre la gente «bisogna organizzare qualcosa di dedicato. C’è una specie di aggregazione, ma necessita di un input».

Una di queste serate la viviamo anche noi della redazione: l’aperitivo all’aperto con il clima piacevole, la musica dal vivo con le canzoni note che canticchi in silenzio e diversi ragazzi seduti ai tavoli fanno sembrare tutto normale. Anche se, alle spalle della band che suona in strada, ci sono le mura del teatro Filippo Marchetti, uno degli edifici più importanti di Camerino, costruito nel 1857 e chiuso da dieci anni.

«Il terremoto ha colpito in particolare il tetto e alcune pareti portanti» ci ha spiegato il giorno prima Giuliana Piscitelli, che collabora con la Pro Loco e fa la guida turistica. «Solo che la copertura è arrivata dopo 18 mesi. I danni che non ha fatto il sisma li sta facendo il tempo».

D’altra parte, chi vuole andare a teatro oggi lo fa all’auditorium Benedetto XIII, in periferia. È qui che si è spostata in questi anni gran parte della vita cittadina: università, centri culturali, attività commerciali, abitazioni e abitanti. Una periferia fatta di strade da percorrere in macchina, oppure a piedi e in bus, ma anche correndo, su cui si affacciano monti e un cielo stupendo. Una periferia che sembra sussurrare che anche senza centro, in fondo, si può vivere.

A Camerino «si vive bene», nonostante tutto

Vive, in questa città, sono di certo le persone. Quelle che ho incontrato e hanno scelto di restare a Camerino ti investono con il loro amore per questi luoghi, con la voglia di fare di chi si è rimboccato le maniche, ma anche con quella sincerità che a te, che vieni da fuori, lascia spiazzata.

«Il centro è rimasto senz’anima, ma nonostante ciò noi ci siamo abituati a vivere così. Qui ci si conosce tutti» mi dice Marialuisa Rinaldi, presidente della Pro Loco, quando la incontro all’ufficio informazioni che prima del terremoto aveva sede in centro e ora si trova in una stanzetta al Sottocorte Village. Sulle pareti i colori delle locandine annunciano le iniziative per l’autunno, come la riapertura della Rocca Varano, rimasta chiusa dieci anni.

«È l’indole dell’uomo. Ci siamo un po’rassegnati, forse troppo». Eppure, aggiunge, «nonostante sia così, ci si sta tanto bene».

Quell’a Camerino si vive bene è un po’ il leitmotiv dei due giorni che passo qui: lo conferma l’autista che mi viene a prendere alla stazione, lo dicono le persone con cui parlo, e lo dicono anche gli studenti, alcuni dei quali sono tornati a vivere in centro.

Lo dice anche chi vive nelle SAE. La sigla indica le Soluzioni Abitative in Emergenza, consegnate dopo alcuni anni dal terremoto a chi era rimasto senza casa. Quando ci arrivo, accompagnata da Alessandro Salvetti – dottorando nella transizione energetica nell’ambito di Legal and Social Sciences tornato dal Belgio, e oggi consigliere comunale – quello che mi aveva preannunciato riesco a intuirlo tutto: «Le persone ci vivono bene e c’è anche chi sta facendo domanda per abitare qui, come previsto quando si libera una casa perché chi ne aveva diritto la lascia per tornare a quella che aveva prima del terremoto».

Delle SAE, a Camerino. Foto dell'autrice
Delle SAE, a Camerino. Foto dell'autrice

 

D’altronde a guardarle, queste case – costruite come antisismiche – sembrano formare un piccolo paese, basse con il patio e il giardinetto davanti, le une accanto alle altre e il panorama sulla montagna che si staglia di fronte. E forse è proprio la sicurezza che offrono a far sentire bene chi ci abita, soprattutto dopo aver vissuto un terremoto come quello del 2016. Anche se questo non significa che la paura scompaia del tutto, perché quando l’hai vissuta così forte ti entra dentro, e forse non va più via.

«C’è una vita prima e dopo il terremoto. Ma qui sono a casa mia»

Michela Croia, 27 anni, con in braccio il suo cagnolino, in parte me lo conferma quando la incontro davanti alla SAE della sua famiglia – 80 metri quadrati, più grande rispetto alle altre perché quando sono venuti a viverci erano in cinque: mamma, babbo, Michela, suo fratello e la nonna, che ora non c’è più.

«Ci si sta bene» dice – rieccolo, il leitmotiv –, ma ammette anche che la sua famiglia continua a considerarla un po’ precaria, tanto che alcuni oggetti sono ancora nelle scatole. «Mamma dice: “Li portiamo nella casa vera”».

«Prima qui c’erano campi agricoli, oggi ci sono circa 130-140 casette» le fa eco il padre Carlo mentre mi mostra la loro abitazione. Racconta che il suo percorso, dal terremoto in poi, è stato comunque «sempre in meglio». Prima ha vissuto due mesi in roulotte, poi nei container, con i servizi in comune. «Vivevamo proprio l’emergenza pura» ricorda. Fino all’arrivo della casetta, che Carlo e la sua famiglia hanno cercato di abbellire, in attesa di rientrare in possesso dell’abitazione fuori Camerino che avevano prima del sisma.

Michela, quando è arrivata in queste Cortine – così sono chiamate, suddivise tra Centro, Est e Ovest – aveva 19 anni. Oggi vive con il suo compagno a Civitanova. Nonostante il miglioramento di cui parla il padre, secondo lei «la mentalità è cambiata. Prima nella nostra casa facevamo pranzi e cene la domenica, anche con 30 persone, visto che la famiglia di mia mamma è composta da sei sorelle; era una casa a due piani in cui facevamo di tutto. È come se fosse un’altra vita, prima del terremoto e dopo il terremoto. Io la vedo come una cosa lontana, non ne parliamo spesso tra noi ragazzi».

Ma è soprattutto il centro, che manca a Michela: «Passeggiamo spesso in centro, nonostante non ci sia nulla, ma ci diciamo “Quanto ci ha gustato farla”. Incontri sempre qualcuno, gente di fuori. C’è proprio la mancanza del centro, e io la sento tutta, l’anima del centro. I ricordi più belli li ho lì».

Poi, facendo riferimento a chi ha lasciato la città, aggiunge: «Secondo me torneranno a Camerino. Ogni volta che percorro la superstrada per tornare, penso: sono a casa mia».

La socialità della periferia: se la “grande botta” cambia le persone

A una manciata di minuti a piedi dalle SAE, ancor meno in macchina, c’è il Quartiere delle associazioni, dove hanno sede 15 realtà. Alessandro mi mostra questi locali nuovi, con le stanze dedicate alle associazioni, le librerie, giochi vari e una sala dove i ragazzi si riuniscono la sera. «Essendo degli edifici nuovi, vengono qui, giocano, guardano un film. Si sta bene, non fa freddo, è coibentato, e quando c’è bel tempo c’è anche il barbecue a disposizione. Prima andavano in centro, ora si rifugiano in questo posto. È una nuova socialità, a compartimenti stagni, com’è il Sottocorte».

L’area commerciale – il Sottocorte Village, appunto, inaugurato nel 2018 – è anche il nuovo luogo di lavoro di Carlo, il luogo in cui ha riaperto il suo negozio di abbigliamento dopo il terremoto. «Essendo un posto di passaggio, qualcuno, vedendo la vetrina, può essere invogliato ad acquistare, mentre prima ero in una zona isolata e dovevi venire proprio apposta» racconta. Oggi si trova vicino a una macelleria, un alimentari, una farmacia e un fruttivendolo. «Il transito è di certo maggiore, quindi qualche vantaggio ne ho tratto».

La stessa cosa non si può dire della socialità, che per Carlo è cambiata parecchio. Prima bastava uscire per incontrare qualcuno, mentre oggi bisogna organizzarsi, mettersi d’accordo, decidere dove vedersi. «Non c’è più niente di scontato» dice.

Roberta Grifantini e Carlo hanno molto in comune: entrambi vivono nelle SAE ed entrambi hanno dovuto ripensare la propria attività dopo il terremoto; anche se Roberta, farmacista, ha cambiato del tutto lavoro, o come amiamo dire oggi, si è reinventata. Aveva aperto una parafarmacia in centro nel 2001, poi è arrivata quella che lei chiama “la grande botta” e in un attimo si è ritrovata senza casa e senza negozio, entrambi inagibili.

Eppure quando la incontro, nel suo negozio al Sottocorte, la sensazione non è di chi si sta leccando le ferite o ha poca speranza per il futuro. «Il terremoto è stato di sicuro la frattura più importante per tutti noi, e non parlo di mura, di case, di città, ma a livello personale. Ti cominci a ricostruire pezzettino dopo pezzettino, però inizi anche a togliere quello che forse non faceva del tutto parte di te».

Oggi Roberta ha un laboratorio olfattivo al Sottocorte Village, una scelta i cui semi erano stati già piantati prima del terremoto, quando si era avvicinata, appunto, al mondo dell’olfatto e del marketing olfattivo. In città aveva già fatto i primi esperimenti creando un profumo dedicato proprio a Camerino, scelto dai cittadini tra tre campionature e diffuso nel museo civico e nel foyer del teatro.

Un profumo che, dopo il terremoto, è diventato ancora più iconico come quando si è perso tutto e ci si attacca a quel poco che rimane. «I cittadini che erano dislocati negli alberghi lungo la costa, quando tornavano in città, mi chiedevano una fialetta del profumo di Camerino» racconta Roberta. «Li faceva ritrovare qualcosa di familiare, riconquistare i propri spazi».

Il lavoro è mutato, ma anche la vita: «Oggi abito con mio marito in una SAE di 40 metri quadrati, mentre prima avevo una casa di 140» racconta con il sorriso di chi ha ritrovato la tranquillità, il contatto con la natura e una vita più essenziale. «Sono cambiata io» dice. Anche se «la paura è uno choc che ti rimane dentro».

E sul futuro di Camerino non nasconde che ci vorrà ancora molto tempo. Secondo lei, la ricostruzione potrebbe richiedere altri 40-50 anni. «Noi stiamo vivendo il ponte da quello che era prima a quello che sarà. Sarà uno spettacolo, ma noi dobbiamo traghettare».

Un traghettamento in cui c’è chi sta male per quello che ha perso, anziani che muoiono senza tornare più a casa loro e altri che trovano nuovi equilibri, cambiano lavoro, imparano ad abitare luoghi diversi, senza per questo aver dimenticato quello che c’era prima. Forse abitare il terremoto significa proprio questo: imparare a vivere con i cerotti che coprono le ferite, mentre si prova a costruire qualcosa di nuovo. Qualcosa che, per alcuni, nasce proprio perché quel terremoto c’è stato.

 

 

 

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In copertina: un bancomat abbandonato nel centro di Camerino. Foto dell’autrice

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