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Adesso o mai più

Adesso o mai più

Mai come sul tema delle città vale la pena riflettere sui luoghi comuni, metaforici o meno. Con uno sguardo all'Italia e l'altro sul mondo.

Stefania Zolotti

17 Settembre 2021

Adesso o mai più. Il tempo per ragionare sul tipo di città di cui abbiamo bisogno ci sta passando addosso e chissà quando tornerà una seconda occasione.

L’Italia e l’Occidente sono figli di un dualismo senza sconti perché cresciuti oscillando tra i due poli massimi della cultura greca – la polis – e di quella romana – la civitas. Che sono due concetti sofisticatissimi ma ci illudiamo di conoscerli e maneggiarli semplicemente perché ce li hanno inculcati sui banchi di scuola. Di fatto li abbiamo traditi entrambi, di fatto non li abbiamo mai compresi.

Siamo più greci o più romani?

Della polis, che aveva la sua centratura nella comunione di una stessa origine dei cittadini, abbiamo sottovalutato il concetto di relazione, che per i greci era alla base di ogni cosa. Proprio perché la polis nasceva su un senso di appartenenza comune, la deriva verso l’esclusione sarebbe stata a un passo e non è un caso, quindi, che almeno da Omero a Ovidio nacque fortissimo il senso di sacralità per lo straniero. Una polis nata esclusiva ma al tempo stesso capace di autobilanciarsi per diventare luogo di totale accoglienza, soprattutto luogo di relazione. Nessuno lo aveva imposto, è dal basso che si era espressa un’intelligenza.

La civitas romana guardava da tutt’altra parte. Dentro la civitas non contava il denominatore comune della stirpe, né la lingua, la religione o la cultura; contava il fatto di essere accomunati sotto le stesse leggi capaci di assicurare una pace comune e di essere tutti mossi dalla leva del fine e non dell’origine, dalla spinta a crescere e a espandersi, dalla presunzione che un mondo intero potesse essere conquistato e ridotto a unica città. Dal tutto a Roma.

La mia sensazione è che il modello normativo, da antica Roma per capirci, sia ancora pericolosamente dominante nel nostro Paese e che con la stesura di leggi e di regole si metta a tacere una coscienza illudendosi di fare sempre e comunque la cosa giusta. La legge non è sempre giusta, è un buon tentativo di riuscirci ma è fatto da uomini. Sarà che non credo nelle visioni univoche e rettilinee e benedico piuttosto i cerchi e i cicli dentro cui i greci accettavano gli inizi e le fini, e ogni volta si rigeneravano ascoltandosi intorno. I greci che si espandevano quando le cose erano propizie e se ne stavano immobili quando c’era da temere.

I romani hanno sempre inseguito la grandiosità senza avere un senso della misura. Per una comunità, e quindi per le città, le regole sono necessarie e sono strette; ma le regole sono strette per natura, ci devi camminare sopra come un funambolo.

Le città degli ultimi decenni hanno vissuto di arroganza sulla natura, sulle persone, sul tempo, sulle distanze, sui legami tra persone, sull’assenza di ascolto. Mi illudo sia ancora possibile rigenerare le città anche dal basso, senza che ce lo impongano leggi o regolamenti, ma bisogna farci sentire, uscire allo scoperto, usare la voce e le azioni. La pandemia ci ha fatto un regalo: poter ricostruire una cultura. Il timore è che non tutti amino le sorprese.

Virtù dal mondo: le città contro i luoghi comuni

Il grande corto circuito è lì, nella superbia di credere che si possa imporre un modello fisso alle città, quella taglia unica che fa cadere male i vestiti a molte più persone di quanto si pensi. Chi gestisce oggi la politica, e le nostre vite, con la pandemia si è trovato di fronte a responsabilità immense rispetto al passato: sindaci, presidenti di regione, ministri che hanno dovuto guardare ben oltre e ben più in profondità. Dalla salute pubblica a un nuovo concetto di mobilità, mai avrebbero pensato di doversi rimboccare tanto su le maniche fin quasi a non avere più stoffa da girare intorno ai gomiti.

Buttare un occhio fuori dall’Italia restituisce un senso alla parola inclusione che da noi, al contrario, pare essere più che altro un vocabolo che si spera risuoni negli altri senza aver risuonato prima in chi lo usa. Le parole possono essere innocue o divisive, dipende dallo scopo con cui le tiriamo fuori. C’è una data cha ha segnato il nostro pianeta e il suo rapporto con l’uomo: è il 2009, anno in cui si è avuto il sorpasso tra il numero di persone che vivono nelle città rispetto a quelle che risiedono nelle zone di campagna. Fu un punto di non ritorno e lo scarto tra popolazione urbana e rurale è proseguito di anno in anno, inesorabile. Se la pandemia non altererà questa tendenza, le proiezioni finora in corso dicono che entro il 2030 oltre il 70% degli esseri umani sarà ammassato dentro o intorno ai centri urbani. Il primo effetto che mi genera la lettura di un simile dato è pensare al senso di responsabilità che incombe sulle città, da chi le governa a chi ci vive, passando soprattutto per chi, dentro le città, ci si muove da un punto all’altro. Mobilità è un’altra parola chiave di cui dovremmo avere cura. Ormai non pensiamo più al disastro derivante dal fatto che le persone sono state totalmente escluse dal disegno di vivibilità delle città: la mobilità collettiva è impostata sul dominio delle auto e dei mezzi e i pedoni sembrano essere spariti. Per non parlare dei bambini: con la scusa di proteggerli da possibili pericoli o incidenti, abbiamo creato il paradosso per cui da un lato li abbiamo progressivamente tolti dalle strade e dall’altro abbiamo regalato alle strade l’egemonia indiscussa dei motori, dei gas, dell’aria che va a farsi benedire.

Le città italiane sono in perfetto allineamento con questo quadro ma dal resto del mondo emergono virtù da cui i luoghi comuni ci terrebbero lontani: due casi su tutti sono quelli di Shenzhen in Cina e Bogotà in Colombia.

Shenzhen ha più di 13 milioni di abitanti, oggi la chiamano la Silicon Valley della Cina se mai può essere considerato un complimento vista la crisi del modello; sta di fatto che in quell’area a sud-est della Cina, Shenzhen concentra i marchi mondiali della tecnologia eppure è stata la prima megalopoli al mondo a elettrificare completamente la mobilità urbana coinvolgendo i 16.000 autobus pubblici e i 22.000 taxi, garantendo il vero nutrimento di una tale rivoluzione vale a dire le stazioni di rifornimento (una rete di circa 200 stazioni di ricarica per i mezzi pubblici e quasi 100 per i taxi, il tutto attrezzato con bar, palestre e ristoranti da utilizzare in attesa della ricarica). Fine dei mezzi diesel o benzina in circolazione, inizio di una cultura matura del vivere: e Shenzhen lo ha saputo fare in appena 5 anni.

La storia di Bogotà tocca invece le corde della sostenibilità incarnandola nei valori sociali. Stavolta parliamo di 9 milioni di abitanti dentro uno stereotipo collettivo intriso di narcotraffico e fatica del sopravvivere. Il genio di Bogotà è stato eleggere figure illuminate nel corso di varie sindacature: dalla fine degli anni Novanta si sono succedute figure come Antanas Mockus, matematico e filosofo, o come l’economista Enrique Peñalosa, che non a caso era figlio del Responsabile ONU che attivò il progetto Habitat volto al migliorare le politiche urbane in giro per il mondo. Bogotà è sinonimo di Transmilenio: 115 chilometri di autobus su linee preferenziali che ha messo in contatto le periferie col centro economico e professionale della capitale. Il lavoro ha bisogno di essere reso disponibile e non soltanto offerto. C’è anche un pezzo d’Italia in Transmilenio perché è EnelX, su realizzazione da parte di BYD, ad aver fornito gli ultimi mezzi elettrici della flotta. A questo si aggiungono chilometri infinti di piste ciclabili – di cui gli ultimi 70 costruiti in piena pandemia – messi a disposizione dei milioni di abitanti che ogni giorno si spostano, vivono, comunicano, lavorano, respirano, sperano. Chapeau a Bogotà.

Qual è il punto vero del discorso? Che per migliorare la qualità della vita delle persone serve una politica matura che metta lo sguardo ben oltre il presente, servono governi non smaniosi di fondi a pioggia o Recovery Fund da usare come panacea delle proprie incompetenze nel pieno della più confusa adolescenza. Le grandi crisi economiche strappano inesorabilmente il velo all’assenza di idee e di visioni costruttive e rivelano di cosa siamo fatti: l’Italia ne sa qualcosa.

Che poi i soldi non fanno la felicità ma nemmeno la politica.

Photo credits: Tom Podmore on Unsplash