I nuovi poveri, fondati sul lavoro

Diamo una prima istantanea della situazione dei nuovi poveri nel nostro Paese: sono aumentati? E se sì, quanto? La parola alle associazioni di volontari.

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All’inizio lo stop forzato dovuto all’emergenza sanitaria COVID-19 doveva essere di qualche settimana. Poi si è trasformato nello stop forzato di qualche mese, costellato da slogan, annunci, conferenze stampa e Dpcm, che altro non sono se non il racconto confuso di una strategia di ripresa che non si sa bene da che parte possa iniziare per dare risposte chiare a un Paese in affanno. Un Paese che, a seguito di tutto questo, ha rivelato profonde differenze sociali diventate più evidenti e, se possibile, amplificate. Un Paese in cui si è ben capito che non tutti sono uguali o hanno gli stessi diritti, e non tutto è certo; nemmeno un pasto caldo o la spesa al supermercato.

Non si tratta quindi solo di una grave emergenza sanitaria, ma anche di una grave emergenza sociale nella quale la parola d’ordine è povertà. Quella povertà che fino a qualche settimana fa si pensava fosse “solo” la carta d’identità di alcuni è diventata, ora, la carta d’identità di molti. Questa situazione ha mostrato il volto di un Paese diverso, fatto di fatiche, pensieri, preoccupazioni e incertezze. Il resto è un’incognita.

 

La prima istantanea dei nuovi poveri dell’Italia post COVID-19

Chi sono, allora, i nuovi poveri? Chi sono le persone che chiedono aiuti alimentari, di prima necessità o di supporto psicologico? I dati dicono che in questo momento le richieste di aiuto sono in aumento costante, e fare una fotografia attendibile del fenomeno risulta complicato; una settimana basta a fare sì che il quadro di riferimento appaia diverso, e non in meglio, purtroppo. Se le richieste di aiuto prima dell’emergenza erano stabili e riguardavano per lo più persone ai margini della società, ora riguardano persone comuni che, fino a qualche settimana fa, si potevano definire “normali”. Persone che, a seguito del lockdown, si sono trovate senza lavoro, senza stipendio, in cassa integrazione, escluse dalle categorie protette e dai sussidi, senza garanzie per il domani, mentre da pagare restano gli affitti o le rate dei mutui, le rette scolastiche dei figli che non sono state bloccate, le utenze domestiche, i materiali scolastici per i bambini, solo per citare le prime cose che possono venire in mente.

Perché, è bene ricordarlo, questo momento non è stato per tutti solo il passaggio allo smart working e a un nuovo stile di vita. O meglio: per alcuni il passaggio a un nuovo stile di vita è avvenuto; ed è stato a uno stile di vita più povero.

Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca, dice che “i nuovi poveri, se così possono essere definiti, oggi sono non solo coloro che già prima dell’emergenza COVID-19 versavano in uno stato di fragilità – i cosiddetti invisibili – ma anche tutte quelle persone che, ad esempio, prima arrivavano a fatica alla terza settimana del mese; coloro che vivono da soli e non possono uscire; gli anziani; chi ha problemi psichici. Progetto Arca, attraverso i volontari, ogni mese in Italia consegna 1146 pacchi viveri, ma le richieste aumentano in maniera costante e quotidiana. In un fine settimana sono arrivate 140 nuove richieste di aiuto, e a breve prevediamo di raddoppiare. Al Sud i numeri sono ancora più alti perché il tessuto sociale, culturale ed economico è maggiormente compromesso. Per noi fondamentale è il nostro essere strutturati e avere una rete di relazioni attive che ci permettono di essere tempestivi, ma nonostante questo arrivare a sostenere tutti non è semplice”.

Costantina Regazzo, direttore dei servizi della Fondazione, non solo conferma, ma amplia la fotografia di quello che sta accadendo. Dice che “le famiglie e tutti i lavoratori precari, non regolarizzati o atipici rappresentano una buona parte di quelli che si possono definire nuovi poveri; ma sono, appunto, una parte. È bene ricordare che il quadro può diventare più complesso. Il centro servizi per tossicodipendenti che Progetto Arca segue, ad esempio, in questo periodo è attivo sette giorni su sette per 24 ore al giorno; le richieste di aiuto sono in notevole aumento, e sono quelle di giovani già problematici che ora vivono con maggiore difficoltà il disagio e devono essere seguiti con attenzione. A questi si devono aggiungere quei giovani, tra i 20 e i 30 anni, magari emigrati al Nord o in Italia per cercare lavoro, assunti in una delle tante modalità non riconosciute, senza una famiglia presente che li possa sostenere. Loro sono un ulteriore campanello di allarme che dovrà essere monitorato per non ritrovarli in strada oppure nei dormitori nelle prossime settimane”.

Anche Caritas ha attivato la sua rete territoriale intensificando e coordinando le attività di tutti i centri, ben 218, presenti nel Paese. Al 2 maggio i dati raccolti e presentati sul sito dell’associazione confermano il “raddoppio delle persone che per la prima volta si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza. Cresce la richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche la domanda di aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. Nel contempo aumenta il bisogno di ascolto, sostegno psicologico, di compagnia e di orientamento per le pratiche burocratiche legate alle misure di sostegno e di lavoro”. 22.700 i contatti telefonici registrati a cui è stato offerto servizio di ascolto, più di 56.500 coloro che hanno ricevuto pasti da asporto e consegne a domicilio, 290.000 le persone che hanno ricevuto dispositivi di protezione e igenizzanti.

Ci sono, poi, esempi di aiuto che partono dal basso ma altrettanto importanti, come il Gruppo di partecipazione solidale – AiutArci promossa da ARCI Milano, che unisce associazioni, sindacati, gruppi, aziende, realtà sociali della città all’interno della piattaforma Milano Aiuta, lavorando in coordinamento con il Comune di Milano e l’assessorato ai servizi sociali. È stato attivato un centralino sempre attivo seguito da una trentina di persone; sono circa 300 i volontari, di cui molti giovani e studenti, che ogni giorno incontrano chi è in difficoltà. E se all’inizio l’obiettivo era quello di fare la spesa andando incontro alle necessità di chi non poteva uscire o muoversi, ora l’attività prevede la distribuzione dei pacchi alimentari, circa 500 al mese, e la distribuzione di mascherine a chi vive nelle periferie e nelle case popolari. Altri invisibili, altri poveri spesso non tracciati, non riconosciuti. Un mondo nascosto che ancora di più in questo momento è debole, oltre che esposto a evidenti pericoli di salute. E non solo.

 

Gli altri poveri: le famiglie a rischio e quelle monoparentali

Alla voce altri poveri, se fosse possibile pensarlo, ci sono le famiglie che stanno portando avanti una convivenza forzata durante la quale le difficoltà economiche mettono a rischio gli equilibri e le tensioni. Quelle famiglie nelle quali alla povertà si aggiunge il rischio di violenza e di separazione, che incide non solo sugli aspetti emotivi, ma inevitabilmente anche su quelli economici.

Ci sono poi le famiglie monoparentali, fortemente compromesse soprattutto nei casi di perdita del lavoro. E poi loro, i bambini, che poveri non dovrebbero essere per diritto. Sono quei bambini che vivono nei quartieri meno fortunati, che sono figli di immigrati o che stanno con genitori in situazioni difficili. Quei bambini che vivono in parti del Paese in cui i servizi sono carenti, quando non addirittura assenti, e in contesti socioculturali a dir poco compromessi. Rischiano molto del loro presente e del loro futuro, se non altro perché hanno già rischiato il diritto all’istruzione e la possibilità di trascorrere parte del tempo in luoghi adatti alla loro età e alla crescita.

La fotografia che si presenta è quella di un’Italia diversa, più povera, incerta e in difficoltà; un’Italia che ha bisogno, in cui la povertà si è diffusa in modo trasversale. Ancora Alberto Sinigallia ricorda che “la vera sfida non è solo quella di riuscire ad affrontare l’emergenza dando risposte concrete subito, ma sarà quella di creare un sistema di welfare diverso, capace di portare fuori dalla sacca di povertà attuale le persone aiutandole nell’immediato, per poi, nel medio e lungo periodo, orientarle verso una nuova e riconquistabile autonomia professionale. Il sistema di welfare deve attrezzarsi per affrontare questo facendo rete in modo capillare, oltre che strutturale e progettuale”.

Il percorso non sarà breve, non serviranno alcune settimane o pochi mesi, e importanti saranno le persone, che animano un tessuto sociale fatto di valori, concretezza, e di piccole e grandi associazioni, che tutte insieme, in questo momento, stanno portando aiuto. Quell’aiuto di cui si ha bisogno, quell’aiuto che non sono slogan o propaganda ma, spesso, cibo e pasti caldi.

Racconta temi difficili attraverso la semplicità delle storie. Le parole sono il suo strumento di lavoro. Giornalista, da oltre dieci anni, collabora con diverse realtà editoriali e scrive progetti di comunicazione per il terzo settore. Si occupa di comunicazione sociale, etica della comunicazione e linguaggi applicati ai nuovi media. Svolge attività di ufficio stampa ed è docente di Accademia di Comunicazione a Milano. [ Guarda tutti gli articoli ]

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