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L’uomo che coltivava i ragazzi

L’uomo che coltivava i ragazzi

Un professionista, tre lavori diversi. L'attore Andrea Gherpelli, protagonista del docu-reality su Discovery Italia: "A Wild Teens i giovani hanno imparato che chi semina raccoglie".

“Impegnarsi a non cercare responsabilità negli altri, schiarirsi le idee e capire se il mondo ha qualcosa di più importante da offrire rispetto a situazioni che sembrano non poter cambiare”.

Questo è il primo consiglio di Andrea Gherpelli, classe 1975, di Reggio Emilia. Attore, ma non solo. Infatti, nella sua vita reale è anche agricoltore, specializzato nella coltivazione di semi e produzione di farine. Tra i suoi lavori più recenti ci sono la fiction di Rai1 Cuori, dove interpreta il ruolo di un rigoroso capo-chirurgo, e il docu-reality prodotto da Discovery+ Wild Teens, in cui veste i panni di un fattore con il compito di far conoscere la vita in fattoria a un gruppo di adolescenti viziati. Attore, agricoltore e anche ingegnere. Gli abbiamo chiesto come riesce a conciliare questi diversi ruoli e quali consigli può dare ai giovani per esprimersi al meglio dal punto di vista lavorativo.

Andrea Gherpelli, ingegnere, attore, agricoltore e conduttore del programma "Wild Teens".
Andrea Gherpelli, ingegnere, attore, agricoltore

Ingegnere, agricoltore e attore. Come si conciliano queste tre anime?

Le diverse professioni che svolgo appartengono ad ambiti lavorativi apparentemente distanti tra loro. Ma le competenze da ingegnere si sono rivelate utili per gestire le molte criticità della mia azienda agricola. Dal seme al prodotto messo in tavola ci sono tanti passaggi importanti: i rapporti con gli artigiani e i clienti, la definizione della linea dei prodotti, il nome da dare a ognuno. In pratica ho rimesso in carreggiata l’azienda di famiglia e gestito il cambiamento generazionale e societario. Ho imparato che bisogna avere antenne puntate verso le radici e verso il mondo che cambia, e se una di queste non funziona, c’è il collasso. Sono nato e cresciuto in campagna, ma con il desiderio di conoscere persone, farmi coinvolgere in situazioni virtuose che mi hanno permesso di rielaborare un preciso modo di esprimermi.

Per questo ti definisci un creativo?

Tratto allo stesso modo un ruolo e un prodotto: in entrambi i casi lavoro per ottenere e trasmettere il massimo, in termini di emozioni e di esperienza. In un film devo dare corpo, sensazioni, sorrisi e lacrime a un personaggio scritto su carta. Anche lo spaghetto deve trasmettere un’esperienza, che passa dal raccontare il modo in cui ho mantenuto il seme in purezza, come ho ottenuto la semola, trafilato la pasta, come cuocerla per avere il massimo del suo rendimento organolettico e nutrizionale. Anche lì c’è molta emozione, ma in tutti casi c’è bisogno di competenza. Bisogna passare da informazioni noiose per ottenere la creatività.

Quale tra questi lavori è più redditizio?

Ci sono stati periodi dove un’attività sosteneva l’altra. Ho trattato ogni progetto come una startup, un acceleratore, affinché ciascuno potesse poi funzionare in autonomia. All’inizio la recitazione necessitava di essere sostenuta economicamente e ho attinto dalle rendite dell’azienda agricola. In epoca più recente, per la parte agricola ho dovuto fare degli investimenti, resi possibili grazie a ciò che ho guadagnato facendo l’attore. È stato uno scambio continuo, che ha permesso poi di rendere ogni attività autosufficiente. Un’attività per essere redditizia richiede un periodo durante il quale deve essere predominante rispetto all’altra.

Quale tra le tue professioni consiglieresti a un ragazzo?

Dovrei conoscere il ragazzo, ma qualunque sia l’attività che si intraprende è importante trovare lo spazio per esprimere la propria creazione personale. Per quanto mi riguarda, la mia attività principale è l’agricoltura virtuosa, sempre esistita e che sempre esisterà. La pandemia ci ha insegnato che molte professioni sono state messe in stand by, tra le quali quella di attore, a differenza dell’agricoltura, in particolare quella volta alla cura della persona e al rispetto del pianeta. Pertanto, il mio consiglio è di imparare a fare l’agricoltore, un mestiere che si può fare in tutte le misure, piccole o grandi che siano.

Wild Teens – contadini in erba, un format che appare distante dal modus vivendi dei giovanissimi. Qual è l’interesse di Discovery+ nel proporre un programma così distante dallo stile di vita dei ragazzi?

Parliamo di giovani che sono nati digitali, che vivono in città asfaltate e non hanno avuto l’opportunità di avere un contatto diretto con la natura. Quando i ragazzi sono arrivati in fattoria sembravano atterrati da un altro pianeta, ma nonostante ciò ho voluto insegnare loro un mantra che si riveli utile per qualsiasi evento della loro vita: “Chi semina raccoglie”. Un mantra che deriva dalla legge botanica, e la natura resta sempre la grande maestra. Discovery+, pertanto, ha intercettato la possibilità di raccontare questa enorme distanza tra asfalto e natura, un racconto che si è rivelato di crescita personale per questi ragazzi. Vangare l’orto o sbadilare il letame è stato solo un mezzo per far superare i loro limiti personali; siamo riusciti a far scattare un click nella testa e nel cuore di questi ragazzi, e solo per questo è valsa davvero la pena di fare il programma. Ora sono tornati nel loro habitat, ma siamo rimasti in contatto e sento che lasciano un‘orma più piena quando passano. Se dovessero passare il mio mantra – bada a cosa a semini – a un loro compagno, per me sarebbe una festa, un Carnevale.

Sei un esperto nel cambiare abito con disinvoltura e riesci a vestire bene i panni che indossi. Quanto lavoro c’è dietro?

C’è un grande lavoro. Il lavoro attoriale non è soltanto intuito ed espressione, il talento non basta. Ho iniziato circa vent’anni fa con i laboratori teatrali, vincendo la borsa di studio dell’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, e lì sono iniziati in guai: mi sono trovato a un bivio della mia via che non ho inforcato. Ho mantenuto in parallelo l’attività di attore e agricoltore, perché ne valeva la pena. C’è molta preparazione e rispetto verso la divulgazione delle emozioni. L’attore è un amplificatore di sensazioni di qualcun altro, e l’unico modo per trasmetterle allo spettatore è farle risuonare dentro di te. Il mio metodo è di immergermi nel personaggio, il che implica un processo di conoscenza personale nel corso del quale vengono allo scoperto difetti e leggerezze umane, e più emergono più li accetti. Più ti conosci, più puoi metterti a disposizione di un ruolo. È un lavoro intenso, per il quale non sono contemplate distrazioni. Quando sono sul set esiste solo quello, l’azienda è gestita dalla mia compagna e dai miei genitori. Ho affrontato gli studi di recitazione con la stessa determinazione degli studi in ingegneria e dello studio approfondito dei frumenti antichi. Se mi guardo indietro riconosco che c’è una linea comune tra questi tre progetti: sono stato molto solido su ciascuno, ogni passo l’ho fatto con molta concretezza.

Cosa consigli a un giovane che, lavorativamente parlando, sente stretti i panni che indossa?

Di impegnarsi a non cercare responsabilità negli altri e capire se il mondo ha qualcosa di diverso da offrire. Mentre stanno vivendo una situazione “stretta”, consiglio di aprirsi allo studio e alla ricerca. Aprire qualcosa che è rimasto chiuso in un cassetto; non si tratta di sogni, ma di intuizioni di una mente libera, propria di quando si è giovani, rispetto all’età del lavoro. Riprendere quelle intuizioni, essere onesti con sé stessi e capire se c’è la possibilità di cambiare la propria vita. Questo è il momento storico per farlo. Si è capito che il contratto a tempo indeterminato non è una garanzia, e in più nella nostra società ci sono sempre meno artigiani. Porto un esempio. Conosco un ragazzo che ha lavorato in una fabbrica meccanica, ben inquadrato e con un ruolo di responsabilità. A un certo punto, si è innamorato del profumo di un calzolaio e dopo i turni in fabbrica andava a imparare il mestiere. Alla fine ha rilevato l’attività e lasciato il posto fisso. Guadagna il giusto, vive bene con sé stesso e con gli altri. Non è stata una decisione presa dall’oggi al domani, ma ha capito che lo sforzo di imparare il mestiere di calzolaio è decisamente più appagante rispetto alla fatica del lavoro in fabbrica.

Leggi il mensile 114, “Il silenzio degli indigenti“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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