Reportage

Il messaggio di erogazione del bonus di 600 euro ai lavoratori autonomi

Bonus lavoratori autonomi: troppo fragile, troppi esclusi

Il bonus di 600 euro previsto dal governo è una prima misura ancora insufficiente. Che cosa servirebbe, dati alla mano, per tutelare i lavoratori autonomi?

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Su 5,2 milioni di lavoratori indipendenti in Italia (dato ISTAT, febbraio 2020), non si sa bene quanti siano i freelance, poiché non esiste una definizione condivisa e utilizzata dalle fonti statistiche. Come ACTA, da tempo definiamo freelance tutto il lavoro professionale svolto in maniera autonoma, includendo ordinisti (avvocati, ingegneri, commercialisti, giornalisti) e non ordinisti (informatici, designer, formatori, traduttori, lavoratori per il web, consulenti vari). In mancanza di una classificazione statistica coerente, abbiamo stimato i lavoratori autonomi ad alta qualifica nell’ambito dei servizi non commerciali: in Italia rappresentano un po’ più di 1,4 milioni. Un insieme molto eterogeneo di professionisti, al cui interno convivono posizioni lavorative forti e altre fragili, in un quadro che si è fortemente deteriorato dopo la grande crisi iniziata nel 2007, che ha comportato per tutti una significativa compressione dei compensi.

 

La crisi, i risultati del monitoraggio

Nel timore delle ripercussioni della nuova crisi in corso, abbiamo deciso di monitorare ciò che stava succedendo. Abbiamo condotto un primo sondaggio a fine febbraio, in seguito all’adozione delle prime misure restrittive entrate in vigore in alcune aree del Paese per contrastare la diffusione del virus. Hanno risposto prevalentemente i professionisti non ordinisti, che sono la maggioranza dei nostri soci. È emerso che a fine febbraio una parte dei freelance aveva già sperimentato un calo dell’attività, in particolare chi svolgeva professioni che prevedono un impegno in presenza e/o in settori colpiti dai primi provvedimenti: interpreti, guide turistiche, organizzatori di eventi e formatori. Per gli altri freelance l’impatto sembrava ancora limitato.

Al secondo sondaggio, effettuato a metà marzo, dopo il lockdown, il quadro era drasticamente peggiorato. Iniziava a sentirsi l’effetto del rallentamento dell’economia, e la metà dei rispondenti aveva già perso più di 2.000 euro per la cancellazione di alcune commesse. Si stava delineando in maniera più chiara l’impatto della situazione. Molti freelance iniziavano a mettere a punto strategie personali di sopravvivenza, ampliando l’impegno in attività secondarie e trasformando le attività che normalmente vengono svolte in presenza. Il lavoro a distanza non è certo una novità per i freelance, da tempo abituati a questa modalità di lavoro, ma in questa situazione sono spesso stati necessari degli adattamenti. Ad esempio, i formatori stanno cercando di convertire la propria attività in formazione a distanza.

I sondaggi sono stati rilanciati dai giornali, hanno circolato molto e hanno avuto il merito di far parlare dei problemi dei freelance. Coi sondaggi abbiamo pubblicato anche le nostre prime proposte.

 

La novità del bonus, anche per i lavoratori autonomi

Da subito il governo ha deciso di intervenire a sostegno di tutti i lavoratori: per i dipendenti con la cassa integrazione, inclusa la cassa in deroga per comprendere tutte le imprese; per i non dipendenti con un bonus, e su questo siamo stati interpellati.

Per la prima volta in Italia è stato utilizzato un ammortizzatore sociale per i lavoratori autonomi. Non era mai successo sia perché l’idea dominante era che chi è autonomo deve tutelarsi da solo, sia perché non si sapeva come valutare lo stato di disoccupazione di un freelance, che raramente si manifesta con una chiusura totale dell’attività (la chiusura della partita Iva avviene solo quando non ci sono più speranze di ripresa).

In realtà da un po’ di tempo le associazioni di freelance stavano pensando alla creazione di ammortizzatori sociali per il loro mondo, senza però essere riuscite a rendere operative le proposte, anche perché il tema non era percepito come urgente neppure dagli stessi freelance. Non c’era una sensibilità diffusa. La disoccupazione era una condizione sperimentata solo da poche persone; molti freelance si sono sempre sentiti sicuri della propria professionalità e del proprio mercato, e non sentivano l’esigenza di questo strumento, che era visto come qualcosa che poteva essere utile solo per i più deboli, gli sfigati. Con il lockdown improvvisamente in moltissimi abbiamo dovuto fare i conti con il lavoro fermo o in riduzione, con l’esperienza della disoccupazione.

In una situazione di emergenza e in mancanza di un sistema di supporto alla disoccupazione dei lavoratori non dipendenti, di canali e strumenti collaudati per l’individuazione delle situazioni di difficoltà, il governo ha dovuto inventare una misura che consentisse di fornire un primo veloce aiuto a superare le difficoltà attuali. La scelta è stata quella di dare ai lavoratori non dipendenti una indennità di 600 euro, indipendentemente dall’entità del danno subìto e dall’effettivo stato di necessità.

 

Gli esclusi dal bonus ai lavoratori autonomi

Il sussidio non è però andato davvero a tutti i lavoratori. In primo luogo, non ne hanno potuto fruire tanti lavoratori che operavano con più attività contemporaneamente e inquadrati con più contratti, senza riuscire a entrare in nessun ammortizzatore sociale a causa dell’esistenza di incompatibilità.

Ad esempio: artisti inquadrati con partita Iva e con contratto a chiamata non attivo non hanno potuto accedere né al bonus né alla CIG. In secondo luogo, lavoratori che operano con modalità classificate come “non lavoro”: traduttori, creatori di immagini, giornalisti in regime di diritto d’autore; artisti e freelance vari con collaborazioni occasionali; stagisti un po’ in tutti i settori. Situazioni classificate come non lavoro, appunto, ma usate in maniera crescente in molti settori. Sono il risultato di un modello di competizione basato sulla minimizzazione del costo del lavoro, ottenuto con la combinazione di compensi minimi e contratti che non prevedono il pagamento di contributi.

Una realtà che va avanti così da tempo, soprattutto negli ambiti legati alla cultura, e che coinvolge i lavoratori più fragili. Un pezzo del mondo del lavoro che si è arrangiato a sopravvivere con compensi minimi e che ora è davvero in grande difficoltà. Proprio per questo è importante che venga incluso tra i destinatari delle misure di sostegno.

 

Le proposte per l’emergenza, e per il dopo

La nostra proposta è di continuare a erogare un’indennità nei prossimi mesi (come peraltro già previsto per aprile), agendo al contempo in maniera più inclusiva e più selettiva. Più inclusiva per recuperare le situazioni che sono sfuggite, come i lavoratori di cui sopra, ma anche i percettori dell’assegno di invalidità, che sorprendentemente (l’assegno di invalidità non è sostitutivo del reddito) sono stati esclusi dal provvedimento. Più selettiva perché si potrebbe introdurre un meccanismo di restituzione dell’indennizzo, qualora a consuntivo risultasse non esserci stata una concreta riduzione dell’attività.

Altrettanto urgente è un intervento sulla liquidità dei professionisti autonomi, da attuare con due misure:

  • il rinvio al 2021 delle scadenze fiscali e contributive, perché a causa della crisi i lavoratori autonomi non avranno la disponibilità necessaria per provvedere ai pagamenti;
  • l’istituzione di un Fondo di garanzia al 100% per sostenere investimenti e formazione, e aiutare così la ripresa.

La crisi che stiamo vivendo ha portato in evidenza lo sfilacciamento del mercato del lavoro, l’ampia diffusione degli abusi e le carenze del nostro sistema di welfare. Riteniamo che occorra cogliere la discontinuità creata dalla crisi per ridefinire alcune regole e per trasformare il sistema di welfare, in modo da garantire a tutti i lavoratori, indipendentemente dalle forme contrattuali usate, un’assistenza nelle situazioni prolungate di non lavoro (disoccupazione, ma anche gravidanza e malattia duratura) che sia forte, tale da garantire dei minimi consistenti, e pervasiva, in grado di adattarsi ai cambi di status lavorativo e alla presenza di più attività in contemporanea.

Un primo passaggio è l’adozione di una definizione di disoccupazione coerente con un’attività autonoma, in cui il cambiamento di status non è netto come nel lavoro dipendente. Va introdotta una tutela di disoccupazione parziale, definita in termini di caduta del fatturato rispetto alla media del triennio precedente. Il secondo passaggio richiede un’omogeneizzazione del sistema di assistenza, attualmente suddiviso in comparti non comunicanti, e la sua estensione a tutte quelle forme che attualmente sfuggono. Siamo impegnati a definire una proposta che vada in questa direzione.

Ricercatrice economica, si occupa principalmente di lavoro ad alta qualifica e di imprenditorialità. Ha redatto il primo programma di attività di ACTA nel 2004, intorno a cui si è raccolto il nucleo di fondatori e da allora ricopre l’incarico di presidente, pronta a lasciare ad ogni nuova tornata elettorale. [ Guarda tutti gli articoli ]

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