Un lavoratore delle Brianze all'opera

Brianze, quante?

Le Brianze, al plurale, sono un territorio variegato ma unito da una precisa identità culturale. L'abbiamo descritta tra cultura, lavoro e politica.

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La Lombardia è la regione più popolosa d’Italia. Qui si genera la parte maggiore del PIL nazionale. Dopodiché, la Lombardia contiene al suo interno diverse realtà territoriali che contribuiscono in forme diverse ai risultati, non soltanto economici. Senza voler nulla togliere agli altri, uno dei luoghi cruciali della Lombardia è quell’area che si trova a nord di Milano e a sud dei due rami del lago di Como. Stiamo parlando delle Brianze.

 

Perché le Brianze sono più di una?

Sì, avete letto bene, non è un refuso: c’è scritto proprio Brianze, al plurale. Perché ci sono più Brianze? Per il semplice motivo che nelle diverse ripartizioni territoriali e amministrative, dall’unità d’Italia in poi – ma anche prima – questa grande area operosa si trova oggi a cavallo di ben tre ambiti provinciali: Como, Lecco e Monza Brianza, al singolare. Insomma, siamo di fronte a una specie di Kurdistan italico con tante Brianze, ma in fondo una sola e forte identità territoriale.

In tempi come questi, nei quali sovranismi e spinte identitarie investono tutto il continente europeo e non solo, bisogna dire che i brianzoli hanno anch’essi un forte senso identitario, che nel corso dei secoli hanno saputo mantenere e ogni tanto difendere. Anche e nonostante la vicinanza con Milano, che con la sua area metropolitana ha influenzato l’intera regione e, talvolta, anche il resto d’Italia.

Le terre delle Brianze ospitano oltre il 12% dell’intera popolazione lombarda e gran parte dell’industria, manifatturiera e non, capace di generare ricchezza. Parliamo di ricchezza vera: le prime 50 aziende, di cui il 70% manifatturiere, fatturano oltre 26 miliardi di euro, mentre le prime 800 arrivano a 48,2 miliardi di euro. Tutto questo poi si traduce in cittadine ben organizzate, curate, pulite, con livelli di servizi di standard fra i più elevati e avanzati a confronto con tante altre regioni europee.

Nonostante queste diverse appartenenze provinciali, diciamo che Monza è comunemente considerata la capitale della Brianza. Anche perché a nord sia Como sia Lecco hanno un forte legame con il Lario, il loro lago, e quelle aree a sud le considerano abitate da quasi terroni. Come è noto, tutti siamo sempre a sud di qualcun altro; esattamente come gli svizzeri del Canton Ticino considerano “terroni” i comaschi e gli italiani in genere. Che volete farci, purtroppo va così.

Monza, terza città di Lombardia dopo Milano e Brescia, in questo suo ruolo di capitale della Brianza si trova a suo agio, anche se per troppo tempo ha vissuto male la vicinanza con Milano. È apparsa spesso la cugina ricca, anche carina, ma sempre snobbata da quell’altra che, pur avendo tanti difetti, aveva tutto: fama, rispetto e prestigio. Per troppo tempo Monza si è chiusa nel suo essere provinciale; tant’è che quando a metà degli anni Sessanta si discuteva del tracciato della prima linea metropolitana milanese furono forti e feroci le ostilità verso l’infrastruttura. La gran parte della comunità monzese, specialmente i commercianti e la ricca borghesia urbana, fece emergere tutto il suo disappunto. Il timore era che poi i monzesi – con la comodità del metrò – sarebbero andati a fare acquisti in Corso Buenos Aires, la shopping street milanese più lunga di d’Italia. Inutile aggiungere che si sbagliavano, e solo recentemente è andato in porto il progetto che porterà a Monza ben due linee di metropolitana entro il 2026. Come una vecchia trasmissione RAI in bianco e nero: non è mai troppo tardi.

 

La realtà economica

Le terre brianzole sono fra le più densamente popolate della Lombardia dopo Milano, ma nonostante questa grande pressione demografica le amministrazioni locali hanno sempre potuto contare su una pianificazione territoriale equilibrata che ha guardato lontano. Così facendo hanno garantito la protezione di vaste aree a parco e a riserva ambientale.

Il solo parco di Monza, che circonda la Villa Reale, è il più grande parco cintato d’Europa con oltre 700 ettari di prati e boschi. A questi si aggiungono il Parco regionale della Valle del Lambro, che si estende dal triangolo lariano (dove c’è la sorgente dell’omonimo fiume, il Lambro, per lungo tempo sinonimo di degrado e inquinamento idrico) fino alle porte di Milano, il Parco delle Groane che ne delimita il confine occidentale, quello dell’Adda a est, e poi un ricco sistema di parchi e spazi di verde agricolo sull’asse est-ovest. Tutto ciò negli anni ha saputo mettere in connessione tutti i sistemi verdi, con reti ciclabili e percorsi nella natura.

Eppure qui in Brianza c’è anche una delle più alte densità di capannoni e aree industriali, sebbene alcune oggi siano dismesse e in disuso. Negli anni a venire potranno diventare un nuovo fattore di sviluppo se riconvertite, rigenerate e rese funzionali a nuove domande di lavoro, servizi e residenza. In fondo è opportuno ricordare che in questi territori le popolazioni residenti hanno sempre avuto grande talento produttivo e attaccamento al lavoro, nonché capacità di resilienza e accettazione del cambiamento.

Provate anche solo per un istante a immaginare che cosa produsse, verso la fine del Settecento, la costruzione della Reggia di Monza, più conosciuta ancora oggi come Villa Reale. Maria Teresa d’Austria fece dono al suo figliolo Ferdinando di questa sontuosa dimora, che contava ben 770 stanze. Quelle stanze andavano comunque arredate e corredate del necessario per accogliere ospiti; ebbene, da quel problema prese corpo una grande opportunità. Un intero territorio, allora rurale e contadino, iniziò a cambiare mestiere e cominciò a produrre anche mobili e oggetti d’arredo, una vocazione poi mantenuta negli anni a venire. Così pure avvenne nell’attività di allevamento del baco da seta, che ha resistito a lungo fino al vorticoso sviluppo industriale di fine Ottocento e inizio Novecento. Il resto è storia recente.

Il secondo dopoguerra e la ricostruzione hanno visto all’opera fior di imprenditori che hanno saputo trasformare letteralmente in oro intuizioni e bisogni. Ci sono storie d’imprenditoria di eccellenza e di qualità spesso mai raccontate, neppure nelle cronache locali. Quasi sempre si tratta di casi di cultura d’impresa che hanno saputo generare come in nessun altro posto quel tipo di impresa familiare che resta con solide radici nel suo territorio, ma è capace di crescere, innovare e affrontare la competizione mondiale. Oggi, tante di quelle aziende sono il cuore pulsante e operativo di brand di successo riconoscibili, apprezzati e ambiti. Sono davvero tantissimi, e qui non possiamo raccontarveli tutti per ovvie ragioni di contesto e di spazio. Ci limitiamo, quindi, a qualche nome.

Il signor Mario Colombo nel 1923 ha fatto la Colmar, che trent’anni dopo ha inventato la giacca a vento per lo sport e il tempo libero: un marchio di livello mondiale riconosciuto e apprezzato ovunque. Lo stesso dicasi per Angelo Molteni che a Giussano ha fondato nel 1934 la Molteni & C, oggi un gruppo industriale leader nel settore del legno, arredo e design, che fu fra i fondatori del Salone del Mobile insieme con altri imprenditori, quali Cassina, Sormani, Villa, Bonacina, Boffi, Borsani. E che dire di Sapio, l’azienda che dal 1922, sotto la guida di Pio Colombo e Piero Dossi, è diventata uno dei primi gruppi europei nella produzione di idrogeno, ossigeno e gas nobili. I Fossati nel 1948 a Muggiò hanno fondato quello che poi sarebbe diventato il gruppo alimentare Star; le famiglie Fontana e Agrati, a Veduggio, nel cuore delle Brianze, hanno creato un polo leader per la bulloneria e le viti; così pure in quel di Lissone il signor Egidio Brugola ha inventato l’omonima vite a testa esagonale incassata, che nel 1969 sarebbe arrivata perfino a bordo del LEM, il modulo della missione Apollo 11, che ha portato il primo uomo sulla Luna. Oltre ad aver fatto la fortuna di un’altra marca globale come Ikea, che senza le viti con lo standard nato a Lissone forse non esisterebbe.

 

Quando c’è da fare e costruire, sempre pronti

Costruttori di tutto quello che si può costruire: macchine utensili, edifici, scuole, ospedali, palazzi, strade, fabbriche, capannoni, centri commerciali, impianti industriali di ogni tipo. Insomma un saper fare artigiano che cresce, si trasforma e muta; una capacità di costruire reti d’impresa informali ma solide. Indubbiamente anche qui per tanti anni nelle imprese, di ogni tipo e settore, lo sport più praticato era quello della lotta dura senza fattura, con l’elusione e l’evasione fiscale che facevano da boost alla crescita e sostegno alla competizione sui mercati. Oggi coloro che hanno saputo reggere il duro impatto della crisi globale del 2008 sono ancora in piedi, più solidi finanziariamente e attivi soprattutto sui mercati esteri: Europa, USA, Medio Oriente, Emirati. Fino all’Estremo Oriente: Cina e Giappone.

L’impresa familiare continua a esistere, con i suoi pregi e i suoi difetti. Quello che possiamo affermare con certezza è che, quando si cresce in un ambiente in cui si impara a conoscere fin da piccoli i temi dell’impresa, è un valore aggiunto senza pari. Poi se ci si aggiungono buone basi culturali, si imparano un paio di lingue straniere, si maneggiano con maestria lettura dei bilanci e strategie di marketing, si è pronti per fare la propria parte nel variegato mondo dell’imprenditoria.

 

Luoghi comuni e stereotipi del brianzolo medio

Se volessimo addentrarci in un’analisi socio-antropologica potremmo scoprire che i brianzoli devono il loro successo a fattori caratteriali e culturali in cui sono cresciuti e di cui si sono nutriti.

In primo luogo dovremmo considerare il forte profilo etico rispetto al lavoro: ül laurà, come si chiama qui. Rispetto ad altri territori, regionali e nazionali, in Brianza il lavoro ha una sorta di sacralità. Sembra quasi che la forte carica religiosa cattolica ambrosiana, da sempre presente, abbia ricevuto un innesto di rigore calvinista-luterano, calato non si sa come dalle valli alpine oltre confine. Il lavoro come un dono di cui rendere grazie, ma allo stesso tempo un sacro rispetto per il fare impresa. Non è un caso che alla Camera di commercio, per la sola Brianza monzese, si contano oltre 90.000 aziende censite e attive.

Darsi da fare, non piangersi addosso, propensione al rischio, sono tutti valori che nelle famiglie di Brianza si apprendono fin da piccoli, così come s’impara ad andare in bicicletta o a servire messa in chiesa. Anch’io, che in Brianza ci sono arrivato da piccolo dalla natia Castellammare di Stabia, ricordo che un giorno sentii mio padre che diceva, rivolto a un suo amico, anche lui stabiese: “Mimì, mo’ non siamo più napoletani che si arrangiano, dobbiamo diventare brianzoli che si organizzano”. E così fu.

Non si può fare non abita qui. Merita di essere raccontato un altro fattore distintivo. Quando i grandi designer e i creativi milanesi progettavano sedie, letti, poltrone, armadi e ogni tipo di elemento di arredo, avevano l’abitudine di realizzare i loro prototipi con le botteghe artigiane della Brianza. Sapete perché? Perché in ogni situazione, anche la più improbabile e cervellotica, trovavano sempre qualcuno che rispondeva: “Ci proviamo”. La risposta “non si può fare” non è nel dizionario dei brianzoli. Anzi: in tanti casi è capitato che il saper fare e la maestria artigiana hanno saputo dare soluzioni e risposte a situazioni a cui il progettista e l’archistar non avevano neppure pensato. Vere e proprie magie.

 

Volontariato come stile di vita e senso di comunità

Pochi sanno che un altro valore molto presente nelle comunità e nei paesi delle Brianze è lo spirito del volontariato. Il fare del bene, la gratuità, l’impegno verso gli altri e chi ha bisogno sono un tratto distintivo trasversale, in ogni ambito e contesto sociale. Che sia la locale sezione degli Alpini, il gruppo della Croce di Assistenza o quello di Protezione Civile poco importa: quasi un brianzolo su due si dedica con continuità ad attività di volontariato. Questo senso di appartenenza alla comunità locale, oltre a produrre bene comune, crea valore con opere sociali che alimentano il grande canale della sussidiarietà. La capacità della società di autoorganizzarsi quando lo Stato e le istituzioni non fanno il loro dovere, per carenze strutturali o volontà politiche, è da sempre una dote dei brianzoli.

 

I brianzoli e la politica

Abitava qui la Balena bianca, ovvero la Democrazia Cristiana, che dal dopoguerra fino ai primi anni Novanta ha governato tutti i comuni della Brianza tranne rare eccezioni. Il benessere diffuso, l’impresa, la rete degli oratori e un vero e profondo senso religioso sono stati la base popolare che ha fatto il successo della DC. Per oltre quarant’anni un sano pragmatismo e una cultura del fare, senza ideologismi e rituali “romani”, hanno creato classi dirigenti vere e capaci che traducevano l’impegno politico in servizio alla comunità, senza se e senza ma.

Per certi aspetti la Brianza ha molte analogie con l’Emilia rossa. Lì il blocco di potere costruito intorno al PCI e al sistema cooperativo governò a lungo con lo stesso spirito di pragmatismo e senso della realtà. A rifletterci scopriamo che erano le due facce della stessa medaglia: un’Italia concreta, attenta allo sviluppo, alla crescita e al lavoro.

Quando la Prima Repubblica è crollata a causa della corruzione e dell’ingessamento del sistema politico, in Brianza più che altrove è iniziato a spirare il vento del nord, alimentato dalla neonata Lega Lombarda di Umberto Bossi. A seguire e a credere nell’idea di federalismo e secessione, dietro lo spadone di Alberto da Giussano, si sono ritrovati in molti, e così tante cittadine brianzole, prima democristiane, sono diventate leghiste. Una breve stagione, perché con la discesa in campo di Berlusconi la maggioranza dei brianzoli seguì fedelmente lo “zio Silvio” per più di vent’anni, condividendo gioie e dolori del Cavaliere. Infatti Silvio Berlusconi, milanese di nascita e formazione, già prima di essere baciato dal successo aveva costituito il suo quartier generale proprio sulle rive del Lambro. Il cancello di Villa San Martino ad Arcore, per anni, è stato una postazione fissa dei notiziari televisivi. Dietro quel cancello si decidevano le sorti di imprese, politiche monetarie, rapporti internazionali fra le superpotenze e l’acquisto di campioni di calcio. Reti televisive, fiction, telequiz e telepromozioni, gossip e informazione: tutto passava da Arcore e dintorni. A Macherio c’era la villa dove risiedeva tutta la famiglia; al Gernetto di Lesmo, un’altra dimora belusconiana, si tenevano le cene eleganti e i post cena.

Forse nessuno come Berlusconi ha incarnato, per un quarto di secolo, il vero e profondo spirito del brianzolo. Un mix nel quale impresa, affari e politica si incontrano e si mischiano con altre passioni: il calcio, la formula, le belle donne. Talvolta generando cose buone, talaltra molto meno. Il giudizio sul periodo lo daranno gli storici fra qualche anno.

E oggi? come la pensano e come si schierano i brianzoli? Senza dubbio il volto sogghignante del cosiddetto “truce padano” ha trovato proseliti e simpatie. Per la verità la giunta regionale lombarda da sei anni è a trazione leghista, e oggi è guidata da Attilio Fontana, a lungo Sindaco di Varese e amministratore accorto, oculato e moderato. Non di certo un ruspista salviniano. La paura per la perdita di certezze e di un po’ del benessere goduto (in dieci anni sono molte migliaia i posti di lavoro persi), oltre alle preoccupazioni per la sicurezza individuale (qui più percepita che reale) hanno trovato terreno fertile e hanno attecchito bene.

Molto meno consenso, invece, per l’altro partito di governo, ovvero il Movimento 5 Stelle. Una visione assistenzialista fondata su reddito di cittadinanza e lo stop a infrastrutture e cantieri, di ogni tipo, non solo grandi opere, nei territori del fare ha trovato poco ascolto. In ogni modo quasi un brianzolo su cinque ha ascoltato le sirene grilline della decrescita felice.

Il futuro, come è noto, nessuno lo conosce – per fortuna. Detto ciò, qui in un territorio fra i più ricchi e importanti d’Europa, c’è la consapevolezza che bisogna giocare da protagonisti. Non si può restare alla finestra per capire come si fa a tenere barra dritta evitando di andare a sbattere.

Qui rimane attivo e forte un ecosistema industriale e imprenditoriale unico, ma anche un sistema territoriale ricco di associazionismo e buon governo, che insieme possono essere di aiuto e stimolo ad altri. Come sempre la differenza la faranno le persone. Se prevarranno ottimismo, razionalità e ragione si aprirà una nuova stagione per le Brianze, per la Lombardia, l’Italia e l’Europa. Viceversa, con il prevalere di pessimismo, irrazionalità e paure variamente assortite, le sane spinte identitarie potranno solo generare mostri. Speriamo di no.

Dal Kurdistan italico è tutto. Alla prossima.

 

Photo credits by Instgram – Anselmi porte e arredamenti

Lino Longobardi è un professionista con un passato ultratrentennale nel mondo della Consulenza di Direzione aziendale per la Comunicazione, il Marketing, le Relazioni pubbliche. Tante esperienze diverse gli hanno permesso di sviluppare competenze multidisciplinari che spaziano dagli aspetti gestionali a quelli ideativi e progettuali. Nell’ultimo decennio ha focalizzato le proprie attenzioni sui temi dello sviluppo e del marketing territoriale. È stato fra i fondatori e gli animatori del progetto “Brianza Experience”, un’aggregazione spontanea fra comuni della Brianza monzese e comasca, da Lissone a Cantù; tutte Città dove è forte la presenza di aziende del settore Arredo e Design. Questa esperienza ha fatto nascere la piattaforma BrianzaDesignDistrict.it Negli anni più recenti ha creato un proprio modello di narrazione d’impresa, dedicato, in primo luogo, alle imprese lombarde di eccellenza. Nel 2017 la perdita tragica (suicidio) del figlio 19enne Misha lo porta ad utilizzare le sue competenze per promuovere iniziative positive verso i giovani. Nel 2018 pubblica “La Versione di Misha” un libro che racconta la sua terribile esperienza come condivisione del dolore e come guida e manuale di aiuto. [ Guarda tutti gli articoli ]

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