L'audizione di Mark Zuckerberg in seguito al caso Cambridge Analytica.

Cambridge Analytica ti dorme accanto

Il caso Cambridge Analytica ha scatenato il dibattito sul trattamento dei dati online. Ma noi utenti lo stiamo affrontando in modo adeguato e costruttivo?

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Si potrebbe dire che il 2018 è stato l’anno dei dati online: si è aperto con il caso di Cambridge Analytica, che ha messo sotto accusa Facebook per la gestione dei dati personali, e si chiude con un’inchiesta del New York Times del 18 dicembre, che di nuovo rileva problemi del social network di Mark Zuckerberg nella condivisione di dati degli utenti con altre aziende. Allo stesso tempo il 2018 è stato anche l’anno che ha oscurato l’importanza dei dati online: proprio il fatto che il tema sia rimasto sotto i riflettori ha prodotto una sorta di distrazione su aspetti fondamentali della questione. In questo pezzo, in cui avrei dovuto scegliere un tema salito alla ribalta e poi perso per strada nel corso dell’anno, vorrei parlare di ciò che ci siamo persi durante l’anno proprio mentre stavamo parlando dei dati e della loro importanza.

 

Il caso Cambridge Analytica e il sisma dei social

Ricordiamo tutti il caso Cambridge Analytica scoppiato nella seconda metà di marzo, proprio in quel mese in cui le elezioni hanno capovolto gli equilibri politici nel nostro paese. Nelle cronache mediatiche, soprattutto online, è stato un susseguirsi di commenti, notizie, considerazioni sul tema dell’uso dei dati per fini commerciali e campagne di comunicazione basate sulla profilazione degli utenti. Riflessioni che inevitabilmente sono diventate politiche, visto che le attività di Cambridge Analytica sembravano collegate alla campagna elettorale di Trump del 2016, e dato che tutto ciò si sposava perfettamente con un tema ricorrente nel dibattito, proveniente già dagli anni precedenti, secondo cui sia le elezioni americane sia la Brexit erano state in qualche modo decise dai social network (di fatto, lo si è detto anche a proposito delle nostre elezioni).

Sui giornali in quel periodo campeggiavano titoli come Facebook, Trump e Cambridge Analytica: perché è a rischio la sicurezza dei nostri dati, e venivano riportate citazioni come: “Convincere qualcuno a votare un partito non è molto diverso da convincerlo a comprare una certa marca di dentifrici”, attribuita a Richard Robinson, manager dell’azienda. Si è arrivati fino a proporre guide su “come cancellarsi da Facebook per proteggersi dalle manipolazioni” visto che, come titolava una testata statunitense, “Facebook is scanning your message for abuse”.

Un dibattito che assumeva a tratti toni allarmistici (e sensazionalistici) sulla paura del controllo sociale tramite la tecnologia, ma che sembrava anche seguire interessi precisi: come rilevavano già allora alcuni analisti, molte delle organizzazioni mediatiche che all’epoca “calcavano la mano” su Facebook erano le prime a servirsi di sistemi per raccogliere dati degli utenti. Insomma, se il caso ha avuto il merito di sollevare una questione oggi cruciale – quella dell’uso dei dati online – ha portato con sé anche visioni riduttive e spesso animate più da interessi di parte che da un limpido senso del dovere di cronaca verso i cittadini.

 

Dati online: più controllo, non sempre più chiarezza

Nei mesi successivi il dibattito è stato costantemente attraversato dalla questione dei dati. A maggio è arrivato l’obbligo per tutti di adeguarsi al GDPR (General Data Protection Regulation), il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati; un importante passo, anche se discusso, verso norme più chiare e a tutela degli utenti. Ma il tema è tornato a più riprese e in varie altre forme: le valutazioni sulle strategie di comunicazione del Movimento 5 Stelle basate principalmente su social e web, fino ad arrivare alla famosa “Bestiadi Salvini: il fantomatico software in grado di scegliere in base a un algoritmo quali contenuti mettere online per raccogliere consensi.

Di tutte le cose dette, ricordo all’inizio della crisi Cambridge Analytica un articolo di Pierluigi Battista sul Corriere dal titolo: Il caso Facebook. L’algoritmo? Possiamo imbrogliarlo, che nel sottotitolo prometteva: “Manuale combattivo per disorientare, zigzagare, far impazzire chi vuole sapere tutto di te”. Il testo proponeva sostanzialmente di mettere like a caso e in modo contraddittorio: un giorno per il movimento gay, l’altro per i “Legionari di Cristo” o le “Sentinelle in piedi” (era scritto proprio così). In sostanza, una proposta (abbastanza impraticabile e a tratti ridicola) di comportarsi come folli online come unica soluzione per non essere profilati e quindi manipolati.

Ho un’altra scena in mente: quella di un collega, un giornalista scientifico di spessore, il quale dopo aver scambiato due chiacchiere sul tema dei dati mi diceva: all’inizio ho cercato di farlo, mi sono messo a leggere bene tutte le avvertenze prima di accettare servizi e app online, ho provato a stare dietro alla questione dal punto di vista legale, ma la realtà è che alla fine mi sono arreso.

 

Il paradosso del dibattito sui dati online

È questo l’effetto paradossale che ha avuto parlare dei dati online in chiave di falle di Facebook, di manipolazioni di società e di politici senza scrupoli, di leggi spesso inadeguate, della difficoltà di regolamentazione in questo campo. Il risultato è stato creare grande preoccupazione e sensibilità, ma con una scarsissima ricaduta in termini di azioni nella vita concreta delle persone.

È l’effetto di distanziamento che si provoca quando i problemi sono raccontati in un certo modo: appaiono così ampi e sovrastanti (distanziamento verticale) e così lontani dalle possibilità quotidiane (distanziamento orizzontale) da far rimanere immobili, impotenti. C’è una grande sensibilità, ma in fondo si fa poco o nulla: sia la proposta di vivere online in modo sconclusionato per nascondersi ai radar dei manipolatori, sia quella di riuscire a tenere sotto controllo ogni minimo aspetto legale della cessione dei dati, appaiono impossibili da praticare.

I dati online invece sono una questione vicinissima e quotidiana, che non può che essere affrontata a partire dal protagonista della vicenda: ciascuno di noi. La nostra è ormai una vita iperconnessa in cui la tecnologia ha un peso cruciale. Gran parte delle azioni che compiamo ha a che fare con lo scambio di dati. Quando inviamo messaggi, quando usiamo le mappe, quando consultiamo le nostre timeline, quando facciamo ricerche, quando usiamo un servizio, diamo informazioni e in cambio ne riceviamo. Questo ha comportato un cambiamento anzitutto culturale nelle nostre vite: siamo diventati tutti dei piccoli personaggi pubblici. Come tali dobbiamo imparare a valutare i significati delle azioni che compiamo online, ricordando che in rete siamo in una dimensione dove rimane traccia di tutto ciò che facciamo; quella traccia costruisce la nostra identità e definisce le nostre relazioni con i contenuti e con gli altri, siano essi aziende, amici, sconosciuti, politici.

 

Una questione di sovraccarico

Da questo punto di vista le sfide sono fondamentalmente tre e riguardano il sovraccarico in cui siamo immersi. La prima è quella del sovraccarico informativo: tra i mille dati che riceviamo e che possiamo scambiare online, siamo in grado di fare ordine e scegliere, trasformando il caos di contenuti in possibilità di conoscenza? La seconda è quella del sovraccarico valutativo: quello che facciamo online è sotto gli occhi di tutti molto più di prima, e rimane a disposizione; sapremo trovare modi di agire, muoverci e partecipare, comunicando ciò che siamo, senza disperdere o spiattellare in pubblico ciò che dovrebbe rimanere nel nostro privato?

Infine la terza sfida, forse la più importante di tutte: il sovraccarico di discussioni. La rete ci ha reso tutti più vicini, ognuno dice la sua e le differenze si incontrano costantemente, tanto che si può trovare tutto e il contrario di tutto. Lo stesso dibattito sui dati lo mostra: la tentazione è quella di ridurre il sovraccarico a opposizioni binarie in cui schierarsi (a favore/contro, buoni/cattivi, spegnere/accendere la tecnologia), che però non aiuta a giudicare una realtà complessa, che richiede di essere osservata da più punti di vista. Sapremo stare in questo costante incontro con le differenze mettendo alla prova le nostre convinzioni, oppure ci rifugeremo in schieramenti ridotti e circoscritti dove trovare solo opinioni confortevoli che confermano le nostre convinzioni?

Ecco, nel 2018 abbiamo affrontato il tema dei dati online soprattutto nella sua parte distante e apparentemente fuori dalla nostra portata. Siamo rimasti un po’ fermi a guardare. Speriamo che nel 2019, al prossimo riflusso di casi alla Cambridge Analytica, possiamo iniziare a notare che la questione è talmente vicina da entrare nel nostro smartphone, fin dentro la prossima azione che compiremo online. Perché è dal significato che daremo a quelle azioni, una dopo l’altra, che verrà la capacità di chiedere a chi ci governa e alle aziende che offrono servizi online quello che ci aspettiamo da loro, invece di aspettare che siano loro a decidere che forma debba assumere la nostra vita connessa.

 

Photo Credits by https://www.interris.it/tag-mark-zuckerberg

Filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni di Rai3 e Rai1. Si occupa di discussioni online, conflitti e comunicazione di crisi (www.brunomastro.it); assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze; insegna Reti e social media, Comunicazione politica e Etica della comunicazione presso Uninettuno. Recentemente ha scritto "La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico" (Cesati 2017) e “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (con Vera Gheno, Longanesi 2018). [ Guarda tutti gli articoli ]

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