Il cane da grembo della politica

La nomina di Giorgia Meloni a “uomo dell’anno” sulla copertina di Libero è l’ennesimo sintomo dello stato della stampa italiana, asservita e partigiana, che fa le pulci ai nemici e si tiene cari gli alleati. Come dimostra una recente vicenda della politica partenopea

31.12.2023
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Si potrebbe derubricare la copertina di Libero che dà a Giorgia Meloni l’onorificenza “uomo dell’anno” come l’ennesima baggianata di poco conto, la provocazione esasperata di una testata che da sempre si comporta così. E credetemi quando vi dico che sono il primo a predicare di non abboccare a tali ami capziosi, lanciati in continuazione da un giornale che deve darsi un motivo per continuare a uscire in edicola; titoli pensati per impressionare, sulla falsariga delle squallide invettive dei Facci e Cruciani di turno, che creano poca attrattiva con quel che è scritto sotto, in quanto l’interesse è tutto nel clamore suscitato e mai su ciò che è raccontato.

Insomma, parliamo di creature che vivono dell’attenzione che gli altri danno loro. Un po’ come Chiara Ferragni: se gli altri smettono di parlare di lei, non esiste più.

La verità però questa volta non è questa. Perché in quell’immagine, in quella foto che raffigura una donna come “uomo dell’anno”, in barba a tutte le battaglie per il riconoscimento di ogni identità di genere, c’è il plastico stato dell’arte del funzionamento dei media in Italia. Asserviti a una parte e a una causa al punto tale da sovvertire le regole di genere, di scrittura, finanche di buon senso, perorando per assurdo quella libertà di definirsi in altri casi demonizzata, quando si parla ad esempio di diritti LGBTQI, su cui il Governo pure dovrebbe essere attenzionato.

Il tutto pur di compiacere. Pur di parteggiare.

Il lettore sarà anche un coglione, perché così viene trattato da anni, ma credete sia possibile credere nell’obiettività delle disamine del Capezzone di turno (già da sé orientate in nome di queste maledette “linee editoriali” molto italiane), in pagina sull’agenda politica da perseguire, se calate in un contesto così evidentemente fazioso?

Lo è Libero con questo centrodestra, lo sono le trasmissioni di approfondimento giornalistico “orientato”, ma lo è tutto l’ormai incancrenito sistema stampa italiano. Lo è nel grande così come nel piccolo, nel locale. Perché plastiche sono anche le dimostrazioni di come la stampa sia ancora ben capace di asservire al ruolo di “cane da guardia”, di fare le pulci ai potenti, ma solo quando sullo scranno più alto finiscono per sedersi le Virginia Raggi o i Luigi de Magistris di turno. Come è giusto che sia, aggiungo. Nelle restanti legislature però non fanno nulla per non sembrare non dico collusi, ma quantomeno innamorati della casacca che indossano.

Ancor più delle vergognose “patate bollenti” lanciate verso l’ex prima cittadina di Roma a mo’ di sassaiola mediatica, è emblematico quanto accade all’ombra del Vesuvio, dove all’ex PM non è bastato aver chiuso la partita sui rifiuti e aver gettato le basi per rinnovare l’immagine di Napoli, ora così accattivante. De Magistris in dieci anni di mandato (certo non perfetti, e perfettibili per tantissimi aspetti) si è visto chiedere la testa sui giornali un giorno sì e uno no per ogni singola cosa che accadesse in città. E ha dovuto fare letteralmente il giro delle sette chiese, in queste settimane, per chiedere con ogni strumento a sua disposizione che il successore – l’ex rettore e ministro Gaetano Manfredi, espressione del PD alle ultime Comunali – rispondesse pubblicamente del patteggiamento di 210.000 euro con la Corte dei conti per incarichi illegittimi, cosa che nella SERP di Google e sui quotidiani (on e offline) troverete con difficoltà.

Insomma, tutto meno quel quarto potere di cui l’Italia avrebbe bisogno.

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