Cortesi, forse

Il vino piemontese è un unicum nello scenario italiano: qualità altissima legata a realtà piccole che però faticano a comunicare tra loro e con il mondo.

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Cortesi forse, e non sempre, ma non simpatici. Non siamo i romagnoli, non siamo i napoletani, non siamo nemmeno i veneti. Simpatia è una parola greca che significa, più o meno, esistenza di un legame fondato su un sentire comune e condiviso, che appare al primo incontro. I piemontesi condividono poco, e soprattutto non subito. Fidarsi di qualcuno o di qualcosa è una cosa complicata, che richiede riflessione, ponderazione del pro e del contro, tempi di sedimentazione.

Il “tradizionalismo” del Piemonte è tale perché noi vorremmo anche seguirle, le mode, ma quando noi siamo pronti le mode sono già passate. Per questo ci chiamano “bogia nen”, che vuol dire, nella nostra lingua gallo-italica, “non si muove”. Eppure pochi sanno che questa espressione trae origine da un atto di eroismo militare. Nel 1747, durante la battaglia dell’Assietta, il Conte di San Sebastiano, che comandava un contingente sabaudo, incalzato dalle preponderanti truppe francesi respinse l’ordine di abbandonare la posizione, che una staffetta gli aveva recapitato dal comando supremo. Con sdegno gridò: “Nojàutri da si bogioma nen!”, noi da qui non ci muoviamo. Dopo una giornata di aspri combattimenti i francesi furono respinti oltre il colle dell’Assietta. La fermezza e il senso dell’onore: saranno anche virtù, ma non tali, appunto, da renderti “simpatico”.

 

Il vino piemontese “bogia nen”, anzi avanza

Venendo al vino, questo episodio mi fa pensare agli anni Ottanta e Novanta, quando l’Italia subì l’assalto dei vitigni francesi. Toscana, Umbria, Lazio, Sicilia, tutti a piantare Cabernet, Merlot, Chardonnay. In Piemonte solo pochi ettari. Non c’è mai stata la riscossa degli autoctoni, perché non si è mai puntato veramente su nulla d’altro. Qui non c’è mai stato un fenomeno “Supertuscan”, e questo malgrado il legame molto forte che il Piemonte ha con la Francia, per motivi storici, geografici, culturali, linguistici.

Dire che il Piemonte è anche una terra di innovazione sembra una contraddizione. Anzi lo è; ma il mondo è pieno di contraddizioni. L’innovazione piemontese spazia dalla meccanica di precisione all’alta tecnologia digitale, fino all’enogastronomia, ma soprattutto all’elaborazione culturale che intorno all’enogastronomia il Piemonte ha costruito, dalla nascita di Slow Food fino alla fondazione della prima Università di Scienze Gastronomiche del mondo. In Piemonte è nata Eataly, è sorto il primo birrificio artigianale, Baladin; il Piemonte ha una smisurata e forse eccessiva quantità di prodotti a DOP, tra vini e formaggi; in Piemonte si tengono Cheese e il Salone del Gusto.

Questa regione ha subito in passato l’impatto dell’industrializzazione legata all’automobile, che ha drenato dalle campagne molte delle migliori risorse, da quelle economiche e imprenditoriali a quelle umane e intellettuali. Ma è forse anche la regione che prima e più delle altre ha cercato di restituire dignità al mondo contadino. Una dignità che non ha mai perso nella realtà delle persone, nemmeno in quel “mondo dei vinti” raccontato da Nuto Revelli, ma si è smarrita nell’immaginario collettivo di una civiltà urbana per la quale “braccia rubate all’agricoltura” è il modo di designare un cretino.

La dignità anche nella povertà, la non ostentazione della ricchezza quando c’è (anzi, ci si vergogna un po’), il non vantarsi e mantenere un certo understatement (“esageroma nen”, non esageriamo), la sacralità della parola data, il non arretrare davanti agli ostacoli, la passione per il “lavoro ben fatto”, erano le virtù tradizionali. Sopravvivono nel Piemonte di oggi? Non saprei. Però sopravvivono nel Piemonte che amo, e che, per il mio lavoro, si identifica largamente con il mondo del vino.

Il Piemonte che amo è Beppe Colla, da poco scomparso, che, intervistato da un telegiornale al tempo della tragedia del metanolo, 1986, pensando al colpo terribile al prestigio del vino piemontese e alle vittime dell’azione criminale, non riesce a trattenere le lacrime. È il racconto di Giacomo Oddero, ultranovantenne ancora gagliardo: “Quando mio nonno vinse una medaglia all’Esposizione Universale di Torino nel 1911, al ritorno, organizzò un pranzo sull’aia con i vicini della frazione, e disse: ‘Na vota ‘nt ‘la vida a ‘s peu blaghé”. (Una volta nella vita si può “blagare”, cioè mettesi in mostra, fare i pavoni).” È Angelo Gaja che va in America, e un giornalista gli dice “lei non venderà mai i suoi vini a questi prezzi, questi sono prezzi da vini francesi, non italiani” ma lui, come il conte di San Sebastiano sull’Assietta, non arretra di un passo e dopo anni di fatica impone i suoi, di prezzi, e trascina verso l’alto anche i suoi concorrenti. È Walter Massa che, a dispetto di chi non ci credeva, me compreso, ripesca dall’oblio il Timorasso, e insieme a un gruppo di giovani produttori ne fa un caso enologico mondiale.

 

I dolori del modello vitivinicolo in Piemonte

Il Piemonte è un modello per il mondo vitivinicolo? Non saprei, ma sono propenso a rispondere di no, perché il Piemonte è un caso a sé stante, e non riproducibile. Pieno di eccellenze, ma anche di irrazionalità. Per esempio, parlando della cooperazione, che trasforma gran parte delle uve: mentre in altre regioni, soprattutto Veneto ed Emilia-Romagna, la concentrazione di imprese ha ormai creato giganti, il Piemonte resta affetto da nanismo. C’è stato un solo caso importante di fusione, quello tra le cantine sociali di Mombaruzzo (zona di Barbera d’Asti soprattutto) e Ricaldone (zona di Moscato soprattutto) che ha creato la cantina Tre Secoli; ma nell’area compresa tra Tanaro, Bormida e Orba ci sono 17 cooperative in un raggio di 14 chilometri. Strutture nate quando l’uva si portava in cantina con il bue e il carro. I tempi sono cambiati, ma loro non abbastanza.

Torniamo al punto di partenza. E le troppe denominazioni, le troppe divisioni di territori, spesso confusionarie e sovrapposte, sono il segno di una regione che ama piantare bandierine per marcare un’appartenenza più che seguire una logica di marketing. Non è un problema solo piemontese, ma il fatto che il Piemonte sia “venuto prima”, con la prima legge sulle DOC con primo relatore il senatore piemontese Paolo Desana, e l’istituzione di molte denominazioni di origine già negli anni Sessanta, non ha consentito al Piemonte di farsi un’esperienza sull’uso dello strumento; e ci sono stati errori quasi impossibili da correggere a posteriori. Produzioni troppo piccole e frammentate.

Intendiamoci, non è che per essere efficienti si debba necessariamente essere grandi: vale per le aziende come vale per le DOC. Ci sono tante piccole cantine familiari che funzionano. Le Langhe soprattutto sono, sotto questo aspetto, molto simili alla Borgogna. Ma in altre zone, dove il valore delle uve, del vino e della terra sono molto lontani dalle cifre ormai astronomiche (parlando soprattutto della terra) delle terre del Barolo, il piccolo è bellonon funziona più. Stanno in piedi certe aziende storiche, con un mercato consolidato all’estero, ma altri faticano.

Il turismo è la nuova risorsa di zone come il Monferrato e il Canavese, territori molto belli e attrattivi; questo aiuta chi ha saputo cogliere le nuove opportunità, e molte aziende vitivinicole l’hanno fatto. Per dare una spinta a questi territori si dovrebbero valorizzare alcuni vini piemontesi meno conosciuti, tra cui si trovano molte perle straordinarie (ci saranno, credo, altri casi Timorasso negli anni a venire), perché la terra, il clima, e il know-how sempre piemontesi sono, e vi si aggiunge una ricchezza varietale di uve di pregio che ha pochi rivali.

Ma se c’è una cosa per cui i piemontesi sono obiettivamente negati è la comunicazione: con le dovute eccezioni, come Oscar Farinetti, Angelo Gaja e Carlo Petrini, che appartengono però, forse non a caso, alla stessa zona del Piemonte, quella più “mercantile” che sta tra Alba e Bra. Io vivo nel Monferrato settentrionale, presso Casale Monferrato. È una zona molto bella, di colline vitate e boscose, poco o nulla invase dal cemento, a un’ora di macchina dalle tre città del triangolo industriale; vi si fanno ottimi vini. Eppure quando ancora mi interessavo di turismo c’era chi mi chiedeva: ma perché la gente dovrebbe venire qui, che non c’è la montagna e neanche il mare?

 

Maurizio Gily è un agronomo torinese consulente di aziende vitivinicole in diverse regioni d’Italia. Si concentra in particolare sulla viticoltura sostenibile e biologica e sulle strategie di impresa. Affianca a questa attività principale quella di divulgatore scientifico e comunicatore. È giornalista e ha diretto per vent’anni la rivista tecnica “Millevigne” (prima si chiamava “Vignaioli Piemontesi”); è stato responsabile ricerca e sviluppo e assistenza tecnica dell’associazione Vignaioli Piemontesi fino al suo passaggio alla libera professione nel 2002. Ha un master in enologia ed è stato giudice in vari concorsi enologici italiani e internazionali. Dal 2014 è docente a contratto di viticoltura all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Vive in una casa di campagna nel Monferrato, dove ha anche il suo studio. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • paolo baretta

    l’understatement è una cosa, la scarsa dimestichezza con la fiducia, la simpatia, la prospettiva collaborativa (non quella retorica del “dobbiamo fare squadra” ripetuto per stanchezza, senza saper dare un contenuto vero) è tutt’altro..sull’understatement si può anche costruire una bella comunicazione, sulla diffidenza no: qualche problema (antropologico?) il Piemonte l’ha..e a mio parere ciò coincide solo marginalmente con l’usata, e usurata, diatriba sul “piccolo è bello?” (come sempre, dipende)

  • Maurizio Gily

    La dimensione delle imprese non è estranea alla difficoltà di fare rete. È più facile far collaborare i grandi che non i piccoli. Questo non perché i piccoli siano egoisti, ma perché sono abituati a non delegare nulla ad altri mentre fare rete vuol dire delegare. Non vale solo per il Piemonte, vale sempre, per il Piemonte vale solo un po’ di più.

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