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COVID-19: bar chiusi, burocrazia aperta

COVID-19: bar chiusi, burocrazia aperta

Il gestore di un bar bolognese racconta la sua esperienza con la chiusura dell'attività, e la dubbia efficacia delle misure di sostegno previste dallo Stato.

Quando la redazione di Senza Filtro mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza di piccolo commerciante in questa crisi senza precedenti, credevo di dovermi districare tra osservazioni pragmatiche, riflessioni su tasse, ordinanze. Poi, dal nulla, nel pomeriggio del 1 aprile, una notizia mi ha profondamente cambiato l’umore.

Gian Luca Giulietti, titolare insieme a Fabio Guerra di uno dei più importanti negozi di ottica di Bologna, è venuto a mancare. Inutile ribadire il motivo. Un commerciante, uno di noi, uno dei tanti che fino alla chiusura obbligata della serranda “stava benissimo”. Subito un’intera comunità si è come squarciata: un male che per tanti sembrava vicino ma intoccabile ha trafitto al petto decine di persone a me care.

 

I commercianti, il cuore della comunità. Anche in tempi di coronavirus

Noi commercianti siamo il cuore della comunità. In un mondo dove tutto è grande, globalizzato, standardizzato, le botteghe sono ciò che rimane di quell’immaginario felliniano alla Amarcord, in cui ci si conosce tutti per nome, ci si dice buongiorno incrociandosi per strada, ci si vuole bene. Perché il primo, vero capitale del piccolo commercio italiano è umano, emotivo. Il coronavirus ci ha allontanati, per giusti motivi; ma questa distanza ci ha impoveriti.

Personalmente il primo pensiero che ho avuto chiudendo il bar, il 12 marzo, è stato per i clienti. Chi ha un negozio sa bene come questi siano letteralmente una seconda famiglia. Famiglia che, nel caso della nostra attività, è estremamente coinvolta nella lotta al virus. Il nostro locale, “Al Tramezzino”, si trova in Via Massarenti, proprio di fronte al Padiglione 25 del Policlinico Sant’Orsola, una struttura che per tutti noi è “la vecchia cardiologia”, ma che nel giro di pochi giorni si è trasformata in un “ospedale COVID”. Chissà come se la cavano quei medici, quegli infermieri, quegli operatori che incontravamo ogni mattina tra cornetti e cappuccini. So che per loro la vita è stata stravolta, che non si arrendono, che stanno rendendo possibile l’impossibile. E noi, intanto, ci ritroviamo a casa, con una sensazione di impotenza assoluta.

Mentre scrivo questo articolo mi telefona Donatella Daniele, un’amica titolare della “Bottega del Caffè”, in Via Ugo Bassi. “Chissà quando potrò rivedere le mie bimbe (così ‘la Dona’ chiama le clienti più affezionate, N.d.R.). Lo stomaco è contratto, chiuso, se penso alle tante giornate passate con ilarità nei nostri bar. Ora sarà tutto diverso”.

 

L’Italia ammalata di COVID-19. E di burocrazia

Ma non si può stare con le mani in mano. Essere commercianti implica delle responsabilità, in primis verso i dipendenti, nel mio caso quattro. Ed ecco che ci si ritrova in un ginepraio di moduli da compilare, telefonate, affanni per capire il da farsi.

Per quanto concerne la Cassa Integrazione, l’aiuto più grande giunge dalle associazioni di categoria (troppo spesso dimenticate, ma mai come in questo momento fondamentali). Nel mio caso, Confesercenti ha seguito passo passo tutte le procedure. Certo, non è semplice come prima trovare il telefono libero e non rispondono subito alle mail, ma c’è da dire che non hanno mai sostenuto un simile carico di lavoro. In queste ore è arrivata una mail in cui si istruiscono i lavoratori circa la possibilità di ottenere un anticipo della Cig tramite le banche. Personalmente già a colpo d’occhio vedo troppe complicazioni: 6 moduli da scaricare, compilare, firmare digitalmente.

La burocrazia in Italia è un cancro che non si ferma nemmeno in tempo di guerra. Al primo punto delle istruzioni si legge: “Il lavoratore si reca presso una delle banche aderenti alla proposta per l’apertura di un rapporto di conto corrente tecnico”. Ma come? Tra un po’ non dovremmo uscire di casa nemmeno se scoppia un incendio in salotto, e ora ci chiedono di recarci nelle filiali per aprire un conto? Spero ci siano altre soluzioni.

Non meno semplice, poi, la sospensione dei tanti adempimenti e delle scadenze di pagamento. Fogli su fogli su fogli. Lo scanner è diventato improvvisamente il mio migliore amico. Per carità, i problemi sono ben altri, ma davvero più passano i giorni e più mi rendo conto che questo “non è un Paese per vecchi”. Perché mi metto nei panni delle persone più anziane, dei piccoli artigiani, della vecchia generazione di bottegai ora costretta a districarsi tra firme elettroniche, PEC, password, nomi utenti. Quello che potrebbe sembrare semplicissimo per un trentenne non lo è per chi, come ad esempio mio padre, vanta 75 primavere, di cui 60 passate in bottega.

Leggo sui social di tanti colleghi che lamentano il perdurare dei pagamenti, dei mutui, delle bollette. Temo che molti si aspettassero un congelamento automatico delle scadenze. Non è così: bisogna mettersi al telefono, inviare mail, insistere.

Certo, in un Paese che fatica a trovare mascherine non ci si aspetta che la macchina statale si semplifichi in dieci giorni. Se davvero questa situazione emergenziale è nata a fine gennaio, come mai le prime misure a sostegno delle Partite Iva, degli autonomi, arrivano, se tutto va bene, intorno a Pasqua? Come mai le trattative sindacali per gli ammortizzatori sociali sono terminate praticamente a fine marzo? Lo so che non è il tempo della polemica, ma ritengo sia giusto capitalizzare tutto quello che è accaduto in queste settimane. Occorre imparare dall’esperienza, fare sì che in futuro non si ripetano gli stessi errori.

 

Come si sopravvive, e come ci si riprende dalla pandemia?

La mia situazione, per fortuna, è tutto sommato tranquilla. Se penso a quelle famiglie che non riescono a portare il pane in tavola mi sento un privilegiato. Lo Stato ha promesso un aiuto una tantum (i famosi 600 euro) anche per i commercianti. Lo trovo giusto, ma non sufficiente. Lo stesso discorso vale per le Partite Iva. Auspico che lo Stato ci aiuti sul fronte della liquidità, per non mettere a rischio l’occupazione di nessuno. Forse da questa crisi torneremo a mettere il lavoro al centro della politica, non soltanto in maniera retorica. La nostra Costituzione andrebbe seguita alla lettera, non soltanto sbandierata per fini propagandistici.

Per quanto riguarda le strategie per la ripresa, grossa parte del nostro core business è incentrato sui buffet, sui catering “in piedi”. Per molti mesi occorrerà reinventarsi per colmare quel vuoto. Sicuramente amplieremo l’asporto, i servizi per la clientela, l’orario e il raggio di azione delle consegne a domicilio. In molti mi hanno chiesto come mai in questo momento non abbiamo proseguito l’attività consegnando tramite i servizi di delivery. Forse ci arriveremo, ci sto pensando. Abbiamo ritenuto, potendocelo ancora permettere, di chiudere e stare tutti a casa, al sicuro. Per quanto si possano seguire le misure restrittive e di sicurezza, lavorare comporta comunque un rischio: implica avere rapporti con i fornitori, uscire, consegnare; credo sia un atteggiamento responsabile, laddove possibile, ridurre al massimo le interazioni sociali. Chiaro, se la situazione si protrarrà ancora a lungo, ripenseremo al da farsi.

In conclusione, voglio provare a vedere il bicchiere mezzo pieno. È il momento di tirare fuori gli artigli, ringraziare di stare bene e andare avanti. In fondo il detto più banale della storia mai come oggi è scolpito nei nostri pensieri: quando c’è la salute c’è tutto.

Sul finale, però, una nota dolente. Dopo aver scritto questo articolo i miei dipendenti mi hanno riferito che, al momento, le loro banche sono in alto mare sull’anticipo della Cassa Integrazione. Non hanno la minima idea su come muoversi. Ecco, in casi come questi servirebbero meno conferenze stampa e più azioni pragmatiche. Speriamo che l’ABI e l’Inps si sveglino, che diano subito direttive chiare, e si mettano tutti all’opera. Il minimo che la nostra classe dirigente può fare per tutti coloro che stanno sputando sangue negli ospedali è garantire loro un Paese in grado di ripartire. I loro sforzi, altrimenti, resterebbero vani.