Dal Vangelo secondo Einaudi 

L'incontro con Carlo Alberto Bonadies, direttore editoriale della Giulio Einaudi. La sua versione su cosa dovrebbe fare oggi un editor di saggistica e su quanto sia cambiata la lettura e l'Italia.

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La sala che hanno riservato a Carlo Alberto Bonadies per la giornata di apertura di The Publishing Fair si chiama Yellow, in effetti le pareti danno al giallo e gli affreschi strizzano l’occhio dal soffitto. Quando inizia il suo intervento sono quasi le tre del pomeriggio, la sala è piena e io arrivo tardi ma proprio accanto a lui c’è un posto ancora libero. Accendo il registratore. Dopo pochi minuti mi accorgo che sto scrivendo: non servirebbe farlo ma la penna chiama più dell’audio tanto è di richiamo ciò che gli sento dire e che ho bisogno di mettere nero su bianco per vederlo meglio. 

Le parole vanno viste per essere capite.

“È uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia”: la frase è di Norberto Bobbio, bella in evidenza sulla loro pagina web alla voce Chi siamo. Un animale carico di valenze ereditato dalla rivista «La Cultura» di cui Giulio Einaudi fu l’ultimo editore prima che nel 1935 il regime fascista la facesse chiudere. Lo struzzo marca anche la collana dei Tascabili dove corre in copertina ma senza motto: fu addirittura Picasso a farne dono al fondatore nel 1951, un disegno in versione originale che gli lasciò durante una visita nella sua residenza di Antibes nel periodo in cui stava ultimando le illustrazioni per una versione francese delle Storie naturali di Georges-Louis Leclerc de Buffon.

Loghi Einaudi, la casa editrice per cui lavora Carlo Alberto Bonadies

Bonadies è per me uno dei nomi più attesi a The Publishing Fair: è lo storico direttore editoriale della Einaudi dove entrò nel 1997, la saggistica è la sua seconda pelle. Si era prefisso di stare nei tempi assegnati e così ha fatto – quarantacinque minuti – ma quando lo avvisano che il tempo è finito si respira nell’aria che nessuno vorrebbe farlo alzare.

“Se vuole potete appoggiarvi una decina di minuti in una saletta qui accanto ma da qui bisogna uscire perché tra poco inizia un altro incontro”.

Ci alziamo tutti, seguiamo lui che segue lei, fino a saturare la stanza d’emergenza.

Riaccendo il registratore e riprendo a scrivere: i dieci minuti diventeranno oltre un’ora. 

Carlo Alberto Bonadies, direttore editoriale della Giulio Einaudi. Photo @Domenico Grossi

Nel frattempo si è unito al gruppo anche Luigi Civalleri che mi dispiace ridurre solo a traduttore, editor e consulente se solo penso a tutta la materia e alla stoffa che si porta in sé (è anche il traduttore de Il dilemma dell’onnivoro, capolavoro di Michael Pollan). 

Il suo quasi decalogo, nero su bianco.

1. Il mercato del libro è un mercato azzardato, paradossale e nevrotico; quello della saggistica è invece molto più pacato e prudente, è la linea più controllabile e quella che potremmo definire la coda lunga dell’editoria. Una volta i libri erano monumenti culturali e in questo senso Einaudi si è sempre mossa con alcune parole d’ordine, la prima in assoluto è sempre stata conflitto. È sempre stato un editore animato da un’idea di conflitto con la realtà circostante, conflitto che andava raccontato e tradotto. Così come si è posto fin dall’inizio la volontà di ricostruire senza presunzioni una classe dirigente, abbattendo confini e non tirandosi mai indietro, costruendo un rapporto fondamentale con le Università ma mai per le Università. 

2. Sono finiti gli anni d’oro della lettura in cui c’era un’idea di “lettore universale” capace di affrontare anche i testi più complessi: al contrario l’idea di incompetenza non doveva esistere. Oggi fatichiamo a ricordare un’Italia simile ma la nostra eredità è stare ancora su quel terreno fertile ma difficile che si colloca tra il trade puro e il libro specialistico: i padri fondatori di Einaudi, riletti alla luce degli strumenti contemporanei, sembrano veri maghi del marketing avendo interpretato positivamente tutto ciò che si poteva fare coi libri.

3. Le parole che usavamo una volta oggi non sono più riproponibili perché i libri si sono fatti gracili rispetto ai media; viviamo anche una totale assenza di canone mentre Einaudi era in assoluto un editore canonizzante. Oscilliamo in mezzo a ondate che travolgono tutto e disorientano tutti, assistiamo quasi impotenti alla messa in crisi del valore dello studio come strumento utile per la vita delle persone e a livello generale non sappiamo più spiegare quanto sia centrale la conoscenza, il sapere, l’argomentazione. Ci sono cose che solo i libri possono insegnare.

4. Il dominio della narrazione si è fatto micidiale perché ha generato a livello diffuso la diffidenza e l’odio per il pensiero astratto e per quasi ogni forma di competenza. Ci spingono a prediligere il libro semplice, persino semplificato, e il modello dell’immagine sta oscurando quello delle parole.  Non si tratta di giudicare il torto o ragione ma di riflettere sul fatto che siamo costantemente immersi dentro un pensiero violentemente riduzionista che azzera tutto il resto e il marketing è diventato l’unico arbitro di mondi interi e al tempo stesso così diversi tra loro.

5. Viviamo gli anni delle case editrici e non più degli editori: va già bene se al loro interno c’è un buon direttore editoriale che nella maggior parte dei casi, purtroppo, è invece solo un manager. 

Le case editrici si sono fatte più snelle, multiformi, esternalizzano appena possono ma soprattutto non ragionano più con una coerenza editoriale attraverso i libri: le case editrici si sono trasformate in editori di autori e in costruttori di eventi, non sono più editori di libri. I detrattori parlano forse a ragione di comparsate e compagnie di giro per descrivere la presenza invadente di certi autori.

6. Fino agli anni ’80 in Einaudi c’erano oltre 350 collaboratori e un libro veniva letto e corretto da 6 persone diverse, impensabile di questi tempi in cui tra altro l’economia personale del redattore incide sulla qualità del prodotto finale: abbiamo spezzettato il lavoro e stimolato la necessità di dover lavorare tanto – e male – oltre che in modo frammentato per raggiungere uno stipendio soddisfacente da più parti. La qualità dei libri ne risente. Mai come oggi l’economia delle case editrici e quella dei collaboratori incide sul valore di un libro.

7. Riguardo all’editoria accademica, si è creato un abisso tra editori e Università e la specializzazione non esce più da lì. È innegabile che esistano materie che non interessano più a nessuno, materie che per decenni hanno avuto un enorme successo ma che sono state anche il risultato di tanta baronia e di un patto che sembrava inossidabile tra docenti e case editrici.

8. Le librerie si lamentano della crisi ma non possono negare di essere diventate supermercati mentre una volta erano vere e proprie chiese. 

9. Serve essere consci della lunga vita dei libri e delle molte vite dei libri. Mentre cercano di travolgerci non possiamo dimenticare quanti anni possono vivere certi volumi e la saggistica su tutti incarna un po’ il senso dell’eterno.

 

Arriva la fine dell’incontro con Bonadies.

Ma quando lei andrà in pensione, chi prenderà in eredità tutto questo?”, gli chiedo. 

“Temo nessuno, mi dispiace dirlo”.

 

Foto di copertina: Archivio Einaudi

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR. [ Guarda tutti gli articoli ]

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