Editoriale 24. Metti la cera, togli la cera.

Le fiabe, insieme ai genitori e ai tanti calci a un pallone, ci hanno fatto crescere più in fretta di quanto pensiamo ma purtroppo lo abbiamo scordato. Quel mondo, con cui più o meno tutti abbiamo fatto i conti, all’improvviso scompare per fare spazio al fiume in piena delle azioni. Ecco che il fare, a un […]

Le fiabe, insieme ai genitori e ai tanti calci a un pallone, ci hanno fatto crescere più in fretta di quanto pensiamo ma purtroppo lo abbiamo scordato.
Quel mondo, con cui più o meno tutti abbiamo fatto i conti, all’improvviso scompare per fare spazio al fiume in piena delle azioni. Ecco che il fare, a un certo punto, conta più che immaginare. Cresciamo a scomparti di età, sogni da bambini e delusioni da grandi, convinti che avere cinque anni sia più semplice che contarne cinquanta. Ma chi l’ha detto che siamo così diversi rispetto al passato? I bambini conoscono spensieratezza e gioco ma anche fatica e paura, ci mettono l’anima per vincere una sfida e se non ce la fanno penano l’inferno come noi.

Ogni fase della vita ha voglia di crescere bene se glielo permettiamo fino in fondo, la differenza sta negli strumenti che prendiamo in mano per formarci. Le fiabe hanno sempre avuto un potere smisurato: parlavano la lingua dei bambini, descrivevano bisogni ed emozioni, favorivano l’identificazione e allentavano le paure. Insomma, con le fiabe abbiamo avvicinato i mostri e li abbiamo guardati in faccia stando al sicuro dentro un libro. Nelle fiabe abbiamo riconosciuto l’eroe racchiuso in noi, altro non era che fiducia o autostima, e tutto ci è sembrato possibile anche solo per il tempo di una notte.

Nel lavoro di oggi, trenta o quarant’anni dopo quelle pagine, cerchiamo le stesse rassicurazioni per imparare bene mestieri e valori, vorremmo sperimentare l’errore senza l’ansia ma ci mancano delle buone sale prova. Chi sta nei piani alti ci fa capire che la formazione o è un costo da ridurre o non serve proprio a nulla. Per la maggior parte delle aziende, la formazione conta solo se l’idea è originale e nuova ma dagli anni Duemila ad oggi ne abbiamo visti fin troppi di manager appesi ai ponti tibetani o con le mani infarinate ad imbracciare matterelli fra le zdaure. Sia chiaro, ogni progetto di formazione vale nella misura in cui restituisce coerenza di valori aziendali e congruenza con le azioni del giorno dopo.

La formazione che abbiamo raccontato in questo numero di Senza Filtro parla di ciò che vediamo tutti i giorni: i rischi di un tuttologo in azienda, cosa abbiamo studiato a fare, come evitare il bullismo nelle scuole, lo scadimento formativo nei mestieri tra turismo e ristorazione, come ci si forma all’estero, il valore dello sport come metodo di insegnamento, il significato di parole come privacy, certificazioni e sicurezza, la resistenza dei capi a frequentare corsi per se stessi, il groviglio delle offerte formative, l’importanza di una beata ignoranza.

I modelli formativi fanno da specchio alla società e alle sue scale, decennio dopo decennio. Anni ’50: produrre tanto e presto. Anni ’60: è ora di formare il management. Anni ’70: cala l’autoritarietà, nasce il coordinamento. Anni ’80/90: i modelli americani monopolizzano e illudono, dilagano i master e i post laurea, sale la confusione tra ciò che vale e ciò che luccica. Anni 2000: toglietemi tutto ma non l’esperienza.
Le lotte interiori dei bambini coi personaggi delle fiabe stimolano da sempre la formazione di un proprio senso morale, là dove i personaggi non possono mai ambivalere. Mostri o eroi, non c’è via di mezzo quando si è ancora piccoli. Crescendo sviluppiamo per fortuna un equilibrio più completo ma continuiamo ad aver bisogno di identificazioni positive: che non se lo scordino mai le aziende e i board indaffarati. Fateci sbagliare più spesso, mostrateci più etica, provate a tirar fuori il nostro eroe e assumetelo anche solo per un giorno.  Rendeteci liberi nella nostra espressione e mai dipendenti da voi. Non ci bastano più le briciole tracciate nel bosco a suon di formatori: lo sapete meglio di noi che per crescere professionalmente non basta segnare un percorso. O vi servono Hansel e Gretel come consulenti?

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