Editoriale 94. Terzo settore, quasi primo?

Editoriale 94. Terzo settore, quasi primo?

Un po’ alla volta vedremo i cerchi concentrici creati dal Covid-19, che come un sasso si è scagliato sull’Italia. Dal centro alla periferia, la società e le città potrebbero cambiare assetti e vibrazioni – non si sa per quanto, ma non sarà breve – e faremo bene a registrare ogni sussulto perché mai come dentro simili emergenze si corre il rischio di perdere di vista chi e cosa era già sottotraccia, invisibile ai più.

Il virus, anche lui un po’ alla volta, chiederà qua e là il conto.

Ogni volta che si parla di Terzo settore si sente quasi un fastidio allungarsi dalle due parole che strizzano il mondo del non profit – anche questa è semplificazione rischiosa – sull’ultimo gradino del podio. Un ombrello enorme sotto cui si riparano associazioni, imprese, fondazioni e comitati che hanno come religione comune quella di non dividere utili, anche quando si tratta di attività commerciali.

Dire Terzo settore è dire tutto e niente, ma soprattutto non è dire volontariato e basta.

Come le partite IVA, ridotte ad unica categoria imbarazzante, anche il Terzo settore è multiforme e spinoso e lo Stato ci mette poco le mani forse per paura di pungersi. Un giardiniere con la fobia delle spine però non si è mai visto.

Un settore disomogeneo, laico, santo, imprescindibile, riformato sempre a metà, parafulmine, ossigeno, opportunità, cerniera, alibi.

L’emergenza in corso ha messo a nudo il corpo dell’Italia: una struttura ossea fragile – il sistema, le scelte politiche e sociali degli ultimi decenni, le logiche pubblico-privato, il tradimento delle prevenzioni – con una buona circolazione sanguigna – l’associazionismo, il popolo che cura se stesso, il senso di responsabilità professionale. Anche la burocrazia si è fatta vedere e sentire in tutta la sua spinta, come l’ernia che a un certo punto sbuca perché ormai è cresciuta troppo e cerca strada; come un’ernia che pulsa, e che batte proprio lì dove a noi cittadini fa male.

La sensazione è che il virus abbia attaccato non solo i singoli dentro le proprie vite ma l’Italia stessa nella sua interezza.

Se lo intendiamo come associazionismo e supporto, il Terzo settore ci ha fatto da anticorpo; si è rimboccato più del solito le maniche davanti a un Paese bravo invece a fare solo gli orli e ad accorciare a piacimento per interesse più privato che pubblico.

Alcuni giorni fa, durante una diretta You Tube, invitata a dire la sua sulla situazione attuale Ilaria Capua ha usato un’espressione semplice ed efficace: “Il virus non cambia i suoi comportamenti, siamo noi a doverlo fare”.

Per fortuna da qualche settimana si comincia a sottolineare il rischio di deriva delle diseguaglianze sociali in tanti campi e a tanti livelli.

Il disagio alzerà la voce.

Grandi e piccoli, forti e deboli: tutti esaspereranno la propria natura.

Chi già era al margine forse cadrà fuori dalla riga.

Della disabilità capiremo meglio il senso e l’uso della parola, perché ad ognuno di noi verrà a mancare qualcosa – a molti mancherà qualcuno; lo capiremo nell’accezione pura della disabilità intesa come quella “condizione di chi, in seguito a una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerata la norma: ne risulta meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale”.

Il Terzo settore vive anche di donazioni sotto tante forme, dal fundraising al 5 per mille: questa emergenza sta dando una spallata violenta anche a lui.

Complice anche l’IBAN pigliatutto di una Protezione civile che i palinsesti televisivi hanno sbattuto in sovrimpressione costante: dai canali pubblici della Rai, che certamente drena attenzione per il Dipartimento del Governo, ai canali Mediaset che lo hanno spinto dietro progetti di solidarietà che andranno comunque a finire in quell’imbuto. 

Sia chiaro, fanno bene gli italiani a donare ma la storia ci impartisce anche lezioni di memoria; non si dovrebbe donare per inerzia, certo per generosità (ma consapevole).

Credo di non essere l’unica a vedere da tempo una Protezione civile che con una mano si prodiga e con l’altra confonde.

Il paradosso crudele delle emergenze è che chi sta male, starà ancora più male e il Terzo settore lo ha già annusato che stavolta anche lui è a rischio ossigeno.

È chiaro che i grandi cannibalizzeranno i piccoli ed è per questo, adesso più che mai, che servirà premura nel donare e senso di responsabilità, premura nell’intercettare chi ha più bisogno di altri per sostenersi. Inerzia rima male in emergenza.

Si parla continuamente di collaborazione, di colpo sembriamo tutti disposti a cambiare metodi e stili, tutti con la certezza che solo insieme ce la faremo.

La scienza per prima sembra battersi il petto quando compare in televisione o sui giornali e non c’è giorno in cui qualcuno non ricordi quanto spirito di unità sia nato al suo interno: credo poco alle evoluzioni repentine e radicali anche se converrebbe sperare che avvengano.

Poche settimane fa il CNR ha diramato un comunicato che ricordava come “Un articolo scientifico su cinque, indipendentemente dal settore di studio, nel periodo tra il 2016 ed il 2019, non ha rispettato la prescrizione della condivisione dei dati genomici e metagenomici pubblicati o utilizzati nello studio, creando un danno al progresso scientifico globale e alla credibilità della scienza”. Lo ha evidenziato una ricerca condotta dal Gruppo di ecologia molecolare (Meg) dell’Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irsa) di Verbania, supportata da molti studiosi impegnati nella lotta all’antibiotico-resistenza. Un campo nel quale questo problema ne crea altri, in quanto limita la conoscenza delle caratteristiche dei tanti e diversi geni che conferiscono le resistenze agli antibiotici, ponendo un gravissimo problema per il futuro della medicina moderna.

Tutti a caccia di primati in segreto, arrivare primi è la prima malattia.

Primo, secondo o terzo settore che sia, ancora una volta ci ritroviamo ad essere italiani di un’Italia disorganizzata e sfilacciata, lenta nel pensare e nell’agire.

La vittoria finale di tutto ciò che stiamo vivendo non sarà un farmaco o un vaccino ma sarà un sistema: costa di più ma ci usura meno.

Da piccola mia nonna mi portava in Chiesa, dopo cena, durante tutto il mese di maggio. Ogni sera. Oppure si andava in qualche casa del vicinato dove si pregava in modo più carbonaro: era il mese dei fioretti e delle rinunce, era un mondo che non capivo ma che vivevo e per lo più era un mondo che mi serviva per uscire e buttare un occhio alle amiche o ai primi amori. Se lo ripenso, vedo il sacro e il profano che convivevano perfettamente, rispettosi della reciproca dignità.

Cittadini e istituzioni dovrebbero fare più o meno lo stesso.