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Editoriale 98. Burocrazia incompresa

Editoriale 98. Burocrazia incompresa

Stefania Zolotti

18 Novembre 2020

È facile puntare il dito per noi italiani che tiriamo sempre a lucido l’indice.

La parola Burocrazia, in effetti, è tra i parafulmini più usati e a basso costo delle discussioni con cui si affrontano analisi sullo stato di salute dell’Italia. E negli ultimi mesi, alla notizia dei 209 miliardi in arrivo dalla rampa europea, si sono scatenati i disfattisti non costruttivi che non mancano mai in mezzo ai media e agli analisti.

La nostra redazione si è voluta fare una domanda diversa e ha messo sul tavolo non solo e non tanto i numeri o il malcontento bensì i perché: il giornalismo dovrebbe offrire sempre al lettore la possibilità di non partire dallo scontato e dal già detto. Per questo siamo andati a capire dove c’è il buono della burocrazia e perché non viene detto; cosa c’è da migliorare, invece, abbiamo scelto di farlo dire a voci indiscutibili e con profonda cognizione di causa.

C’è una burocrazia incompresa che viene travisata dai cittadini.

C’è una burocrazia incompresa che viene tradita e usata dalla politica.

C’è una burocrazia incompresa che viene rivendicata dai buoni dipendenti pubblici.

Per una volta mettete da parte il pregiudizio, per quanto siano innegabili mancanze, responsabilità e sacche profonde di malfunzionamento dentro la macchina organizzativa del Paese. C’è un mondo del lavoro pubblico che da fuori chiamiamo palude ogni volta che non risponde ai nostri bisogni di cittadini eppure dentro quel mondo si riflettono milioni di italiani che ogni giorno mangiano dentro la palude. Per una volta proviamo a bonificare i preconcetti, a capire meglio le logiche e a chiederci se l’atteggiamento con cui guardiamo allo Stato è solo troppo comodo.

Per polemizzare, il tempo poi si trova.

Foto di copertina Daisy Anderson da Pexels