Reportage

Oriana Fallaci

Essere l’assistente personale di Oriana Fallaci e respirare tutto

L'intervista a Daniela Di Pace, la donna che ha vissuto gli ultimi diciotto mesi di vita di Oriana Fallaci come assistente personale, professionale, umana.

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Lei la chiama solo Oriana, mentre rivive i suoi diciotto mesi di tenace lavoro al fianco, e ha tutti i diritti di farlo. La ascolto raccontarmi i dialoghi con lei, le parole sono certa essere riportate fedelmente perché le usa scandendole senza imprecisioni e senza ripensamenti, le racconta una ad una mentre mi arriva l’illusione di essere di colpo con loro al telefono o dentro il loro ufficio a New York.

Chi omette il cognome di un personaggio celebre quando ne parla in pubblico lo fa solo per vivere di luce riflessa e chissà se lo ha mai realmente vissuto da vicino: chi lo fa dovrebbe trascorrere anche solo mezz’ora con Daniela Di Pace e rimettere a posto le proprie caselle del rispetto, l’arroganza, la fiducia.

Lavora da ventidue anni nel gruppo del Corriere della Sera, prima in Direzione generale, poi alla Direzione del personale, il marketing e ancora altro; la visione organica di un’azienda composta da ogni lato. Era il 2005 quando le diedero l’incarico non semplice che alla fine durò solo diciotto mesi vissuti quasi giorno e notte accanto alla Fallaci della malattia, dell’isolamento mediatico dopo la trilogia impavida sull’Islam, la Fallaci della risolutezza estrema e del non piegarsi mai se non davanti alla solitudine e alla morte. Dopo aver lavorato come sua assistente personale e dopo il lungo periodo delle mostre itineranti organizzate dal Gruppo editoriale per onorarla, Daniela Di Pace oggi ha sessantuno anni ed è la Responsabile delle visite guidate di scolaresche e adulti al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport. Vuol dire gestione delle visite, spiegazione di cosa fa un giornale, come nasce il loro Corriere, il periodo storico di ieri e di oggi, coordinamento dei giornalisti alle visite. “Quanti studenti di quinta superiore che non sanno nulla della Seconda guerra mondiale o delle Brigate rosse o delle Torri Gemelle, non parlo solo di storia parlo della nostra contemporaneità. Quante volte mi hanno chiesto “Ma lei cosa mi suggerisce di votare?”: lo trovo terribile e preoccupante al tempo stesso, i giovani non leggono nulla e non sono interessati al reale. Sbrighiamoci a correre ai ripari”.

 

 

Da come mi riporta i dialoghi, le dava sempre del lei.

Non mi sono mai permessa di darle del tu. Non era mia sorella, era Oriana Fallaci, era una donna nota, una persona di livello, e poi lavoravo per lei. Io la chiamavo Signora, lei Daniela. Mi sembrava doveroso. Non era una mia amica anche se di affetto ne sentimmo molto. Pensi che sul letto di morte mi volle relegare un suo bracciale “Così Daniela, quando non ci sarò più, si ricorderà di me”. “Mi creda non ce n’è bisogno e poi c’è tempo, ancora, Signora Oriana”. Invece da lì a un mese morì. Il nostro fu un rapporto che andò oltre quello dell’assistente, c’era un legame strettissimo ma non è detto che la confidenza abbia bisogno del tu, soprattutto quando si lavora.

Il libro “Con Oriana” – che porta la sua firma insieme a quella di Riccardo Mazzoni – mi ha colpita per la scelta della preposizione. Il con non è così frequente nel mondo del lavoro.

Confesso che mi ha convinta Mazzoni a partecipare al progetto e che molte cose le ho volute tenere nel mio ricordo di lei, con lei, per non metterle sulla piazza. A me è sembrato bello non dimenticare quel periodo, una memoria storica del mio rapporto con lei. Spesso apro il libro e torno a ricordare ciò che abbiamo fatto insieme perché il rischio è perdere per strada chi siamo stati.

E cosa siete state, insieme?

Diciotto mesi che per altri possono sembrare anni se penso ai ritmi.

Una volta mi chiamò alle due di notte, dormivo, svegliai tutta la famiglia. “Ma sono le due di notte, Signora”. Mi rispose “Che problema c’è? Ormai è sveglia. Scriva, Daniela”, mentre in sottofondo la mia famiglia mi mandava una serie di improperi. Oppure quando mi chiamò che avevo quaranta di febbre, rispose mia figlia. “Mia madre ha la febbre alta e non ce la fa”. “Bene, me la passi lo stesso”. Lei era così, estrema e pura. Nell’agosto precedente all’ottobre della sua morte io avevo in programma un viaggio in Israele, mia figlia viveva lì e volevo andarla a trovare però era periodo di guerra e aveva paura per me, fece di tutto affinché non partissi e alla fine non partii. Fu proprio in quel periodo che iniziò il suo peggioramento, passai i miei dieci giorni di vacanza al mare con la famiglia stando seduta attaccata ad uno scoglio con le sue telefonate di totale angoscia e solitudine finché non si decise di farla rientrare con un aereo privato da New York a Firenze messo a disposizione da Berlusconi: in realtà volevamo portarla con noi a Milano sperando potesse migliorare ma non ci arrivò mai perché morì prima, nella sua città. 

Quando le affidarono l’incarico conosceva molto bene il Gruppo editoriale.

“Ero interna al Corriere, sì. Lavoravo come segretaria del Responsabile al Digitale e a un certo punto mi chiamò il nuovo Presidente, il Professor Marchetti, che aveva come nuova assistente una mia vecchia compagna di scuola che non sapeva davvero nulla dell’azienda, devo dirlo. L’ho instradata sui ruoli, le cariche, i metodi; dopo alcuni mesi mi chiesero di affiancarli e, dopo poco, di seguire personalmente la Signora Fallaci che in pochi mesi aveva licenziato in tronco il segretario che era lì a New York, Sandro Sechi. 

Arrivò quindi da lei dopo una rottura brusca.

Molto brusca e con un emerito imbecille, se vuole lo scriva proprio così. Ha scritto un libro osceno “Gli occhi di Oriana” che divenne poi anche piece teatrale a New york dove lui viveva, un vero approfittatore.

Mi passa lo spunto per aprire una porta su uno dei lati più umani della Fallaci, impavida ma anche fragile nel concedere troppo di sé ad alcuni.

Non percepiva che le persone erano lì anche per approfittare della sua disponibilità e per sfruttarla. Era una persona che pretendeva moltissimo ma così generosa, profondamente generosa.

Le bastò il carattere che si era già formata per starle professionalmente accanto?

Venivo da anni e anni di volontariato ospedaliero e poi avevo una famiglia e stavo crescendo due figli adolescenti. Non ero una ragazzina sprovveduta, mettiamola così. A quel tempo ero anche molto paziente, adesso meno. Lei percepiva questa mia attitudine e la sentiva ancora più potenziata perché stava male. Quando ci chiedono aiuto nella malattia, anche se chiesto male o in modo brusco, quell’appello va preso nella sua totalità e va riempito perché loro sanno che il tempo sta per scadere e noi sappiamo che non sono più in condizione di chiedercelo nel modo giusto o nel modo che vorremmo.

Per la mia esperienza diretta Oriana è stata sfruttata per tutta la vita, dall’inizio alla fine, anche dalla famiglia che lei ha mantenuto. Guadagnava cifre enormi ma il punto non è solo questo.

Qual è il punto?

Era una professionista di quelle che non esistono più. Era completa, era manager di se stessa, non aveva agenti, sapeva promuovere la sua pubblicità dei libri, era capace di vendersi gli articoli non solo alle testate italiane ma anche alle straniere, li traduceva lei. Mi sarebbe piaciuta averla qui oggi perché sarebbe rimasta sconcertata di questa pochezza politica o culturale, dello svuotamento dei valori istituzionali e del valore di comunità. Probabilmente avrebbe scritto chissà quali articoli di denuncia, la sua voce era un grido fortissimo anche per chi la massacrava.

La Fallaci che scriveva, la Fallaci che viveva. Erano simili?

C’era una donna preparatissima nel lavoro, concreta e risoluta, e una donna che non aveva alcun senso pratico, come se non le interessasse averlo. Le faccio un esempio. A New York spendeva migliaia di dollari per la chemioterapia e per le visite ma non aveva mai pensato di farsi rimborsare, nessuno l’aveva mai consigliata eppure aveva la Casagit. Insieme riuscimmo ad ottenerlo. Spesso mi diceva che nella mia vita ero stata chiamata a farle da mamma. Avvicinandosi la morte, Oriana sentì forte l’assenza del calore familiare, la sorella inesistente, i nipoti erano quello che erano e il legame non era mai stato saldo. Non parliamo poi dell’isolamento che aveva subito dopo la Trilogia, veniva considerata un’appestata. Riconosco che le furono molto vicini Feltri e Mazzoni oltre a me e Fisichella (ndr; Monsignor Rino Fisichella, Rettore dell’Università Lateranense e vescovo ausiliare di Roma che in un’intervista del 2007 raccontò soddisfatto di esser riuscito a far suonare le campane del Duomo di Firenze prima del suo funerale, “nonostante le solite beghe”). Molto vicina anche la sua dottoressa di Firenze, Mirella Florida. Insomma si contarono sulle dita di una mano le persone che furono capaci di volerle bene e senza alcun interesse.

Segretaria, persona di fiducia, persino “amica”. È concessa una progressione in questo divenire, col tempo, ben più di un ruolo professionale per chi fa il suo mestiere?

Lei mi accordò da subito una estrema fiducia tant’è che ero diventata il filtro di tutto col mondo. Mi mise in mano ogni richiesta, ogni invito, ogni passo; una responsabilità enorme che ho vissuto mettendo lei sempre al primo posto, proteggendola, consigliandola.

Il suo telefono non era accessibile a nessuno e mi ritrovavo il sabato pomeriggio a gestire qui in ufficio un ponte telefonico con chi si presentava. Io la chiamavo e le giravo su vari telefoni le telefonate delle persone con cui lei voleva parlare. 

 

 

Oriana Fallaci è sepolta al Cimitero degli Allori, nel quartiere fiorentino del Galluzzo, la tomba è quella di famiglia. Quando fu sepolta chiusero con lei anche una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d’oro che le donò l’amico Franco Zeffirelli a dispetto della città di Firenze che in mezzo alle polemiche non volle conferirle il premio. Lì vicino c’è un cippo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita.

Io, che della Fallaci ho letto tutto, durante l’intervista a Daniela di Pace non resisto. Voglio sapere qualcosa in più di Un uomo, chi fu davvero Panagulis; non avevo nemmeno vent’anni quando mi volò l’estate sulle seicento pagine. 

“La storia di Panagulis è vera ma nasce così. Lei era innamoratissima del giornalista François Pelou, lui anche di più, ma dopo alcuni anni viene lasciata. Ebbi poi l’occasione di conoscerlo di persona più volte, venne alle manifestazioni di New York e di Milano. Ero andata a trovarlo anche in Francia a Conques, nella sua città natale, per un’intervista; tra l’altro ho saputo che è morto da pochi mesi, lo scorso marzo, e quindi ho contattato la nuova compagna per dirle che avevo un po’ di foto di lui. Un passo indietro. Era sposato con una attrice di Broadway (il padre un produttore) quando conobbe Oriana in Vietnam, erano gli anni a cavallo tra Sessanta e Settanta. Adottò un figlio con lei e partirono per la Corea dove venne mandato come inviato, una vita agiata e uno stile profondamente cattolico. Lei si rivelò essere una alcolizzata e con grande senso di responsabilità verso il figlio non abbandonò mai la famiglia, non divorziò mai. Oriana un giorno prese tutte le lettere ricevute da lui e le spedì alla moglie.

 

Daniela Di Pace e François Pelou a Conques, Francia.

Pelou mi disse personalmente “Lì capii che non aveva avuto fiducia in me e decisi di chiudere”. Dopo un mese lei intervista Panagulis e cade in trance con quest’uomo che aveva dieci anni meno di lei, lo aiutò a inserirsi, gli procurò la prefazione di Pasolini, lo introdusse da Pertini come l’eroe greco che non si piegava. Per me fu un gran paraculo. A mio giudizio Panagulis lo visse come il suo lato maschile, Pelou al contrario fu il grande ispiratore, l’uomo che le insegnò davvero il mestiere e le tirò fuori ciò che lei era, la spinse lui a intervistare Kissinger e lui teneva le cassette delle interviste di Oriana. Come sentimenti erano molto vicini. Chiesi espressamente a Pelou se avesse mai letto Un uomo. Mi rispose “No, merde”. Non lo lesse mai e mi spiegò che aveva chiamato sempre lui con quell’espressione e che sicuramente scelse quel titolo per ferirlo. “Quando venni a sapere del tumore le scrissi una lunga lettera. Sono certo che l’abbia letta ma me la rimandò indietro senza nessuna spiegazione”, mi raccontò. Era tipico di Oriana questo gesto. Oriana fu segnata da piccola in famiglia, l’ho sempre sentito forte. Una madre che incise su di lei un solco difficile da gestire. Lei troppo piccola per reggere certi incarichi nel fare la staffetta partigiana o nell’essere la più brava della classe; una volta vinse un premio letterario a scuola, vinse dei soldi, ma la madre buttò tutto essendo loro totalmente antifascisti.

Quando mi trovai a lavorare per la mostra mi lessi tutti i suo diari, la madre c’era sempre. Devo chiamare la mamma. Regalo per la mamma. La madre, e l’essere madre, la segnarono per tutta la vita.

Donne che abbiano preso a riferimento la Fallaci ne ha conosciute?

Su tutte Christiane Amanpour, la giornalista anglo-iraniana inviata della CNN, che ha sempre sostenuto di essere diventata la giornalista delle grandi interviste solo grazie a lei. Al convegno di New York aggiunse che la prima cosa che Oriana le disse fu: “Non fare come me, fai figli”. La Amanpour la ascoltò e infatti ha una sua famiglia oltre ad essere quello che è diventata. Oriana non aveva grande stima delle giornaliste, mi diceva spesso “Io andavo in prima linea e mi buttavo giù dagli aerei, queste si mettono la pashmina al collo e fanno le interviste dalle stanze degli alberghi. A me toccava fare i bisogni in Vietnam in mezzo agli uomini che mi facevano da guardia”. Ma nemmeno tra gli uomini aveva molte figure giornalistiche che stimasse. Era una minuziosa, di una precisione infinita. Al Corriere tenevamo spesso ferme le macchine e non sapevamo quando saremo andati in stampa la notte perché fino all’ultimo lei correggeva, controllava. Non sopportava il pressappochismo diffuso del giornalismo. Per lei le parole pesavano.

Occasioni di imbarazzo ne ha mai avute con lei, per la sua irruenza?

Accidenti, sì, con l’allora Ministro della Giustizia Castelli quando un suo collaboratore postò integralmente un suo articolo senza citare la fonte e copiancollò anche la scritta “Riproduzione riservata”. Ho dovuto chiamarlo e leggergli il testo del messaggio di Oriana al telefono, era un testo pieno di parolacce e di insulti, me ne scusai ma Oriana era così: non vedeva i ruoli, vedeva le persone e le loro azioni. Certo i ruoli li sapeva anche rispettare, sia chiaro.

Il primo giorno di lavoro fu fisico o a distanza? 

Fu a distanza ma il primo periodo fu criptato, mi parlava quasi in codice perché aveva la sensazione di essere ascoltata. Non fu facile, tanto più che aveva ricevuto le fatma dagli arabi e non poteva viaggiare su nessuna compagnia aerea se non Alitalia. Persino sulla stessa Alitalia veniva inizialmente registrata con un nome fasullo fino al baording pass finale che le davano col suo vero nome; ci facevano salire e scendere defilate dall’aereo ma credo che nessuno l’avrebbe riconosciuta. Persino io quando la vidi per la prima volta a New York rimasi sconcertata perché non trovai niente del fascino a cui eravamo abituati in foto, niente della sua presenza d’immagine. Mi trovai una vecchina magra magra, i capelli raccolti, trentotto chili appena. Del resto solo la Loren, con cui rimase sempre in amicizia, a ottantacinque anni è ancora nel fiore ma grazie a tutti i lifting che si è fatta; quando l’attrice ebbe quei problemi di salute, Oriana ridendo mi ripeteva “Sofia la deve smettere di farsi tutti quei lifting che poi, vedi, le viene un coccolone. E la deve smettere di girare con quella parrucca in testa”. 

Chi non l’ha rispettata prima, durante e dopo?

Mi infastidì molto un servizio mandato in onda da Mentana. La giornalista era Francesca Forcella, inviata di Mediaset a New York, che le mise una telecamera nascosta sul tavolo della cucina. Mandarono in onda il servizio ovviamente solo dopo la sua morte. Le dissi chiaramente in faccia come fosse stata scorretta quando la rividi là, tanto più che Oriana aveva interceduto per lei proprio tramite Mentana quando sembrava che Mediaset volesse toglierla dagli Stati Uniti come inviata. “Sei stata disgustosa. Hai rubato le immagini senza permesso e in un momento delicatissimo per Oriana”. La sua risposta fu “Mi aveva promesso un’intervista che non mi ha mai rilasciato”. Pensai a come siamo miseri, a come magari lei si illudesse con quel tipo di giornalismo di poter diventare la nuova Fallaci e invece non avrebbe meritato nemmeno di baciarle i piedi.

 

Daniela Di Pace in occasione della mostra dedicata ad Oriana Fallaci.

 

Foto di copertina: Thevision.com

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR. [ Guarda tutti gli articoli ]

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