Fondazioni bancarie: angeli custodi con le tasche piene

Parliamo di Fondazioni bancarie, nate per finanziare attività socialmente utili: un patrimonio colossale basato su fondi pubblici, ma solo il 2-2,5% viene donato.

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Udite udite. In Italia ci sono 88 enti privati che, per statuto, hanno soprattutto uno scopo: finanziare attività socialmente utili. Eppure pochi ne conoscono l’esistenza. Tranquilli. Non è uno scoop, pur essendo un fatto poco noto. Esistono da 30 anni, si chiamano Fondazioni di origine bancaria (o Fondazioni bancarie). Sul sito della Camera dei deputati si può leggere che sono “nate nell’ambito del processo di privatizzazione delle banche pubbliche (la cosiddetta legge Amato, n. 218 del 1990), sono soggetti non profit, privati e autonomi, che perseguono scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico. (…) Dispongono di ingenti patrimoni che devono investire in attività diversificate, prudenti e fruttifere; dagli utili derivanti dalla buona gestione di questi investimenti traggono le risorse per sostenere attività d’interesse collettivo sulla base della legge (D.Lgs. n. 153 del 1999) e del loro statuto”.

Di certo, enti con queste caratteristiche esistono soltanto in Italia. Appena 7 sono nel Mezzogiorno, mentre le 18 più grandi, tutte nel Centro-Nord, possiedono i tre quarti del patrimonio totale. Tutte gestiscono soldi della collettività, perché li hanno “ereditati” da banche che prima erano dello Stato. Quindi le Fondazioni bancarie sono, almeno in teoria, gli angeli custodi, sul fronte delle sovvenzioni, delleorganizzazioni non a scopo di lucro” (in inglese non profit, il termine più usato). Proprio queste organizzazioni costituiscono il cosiddetto “terzo settore”: sono circa 350.000, da molto grandi a molto piccole. Ogni anno le Fondazioni bancarie – in circostanze normali – finanziano le loro attività solidaristiche con circa 1 miliardo di euro: è esattamente il doppio dei 500 milioni che ogni 12 mesi raggiungono le circa 50.0000 organizzazioni del terzo settore autorizzate a richiedere il 5 per mille dell’IRPEF, in base alle scelte dei contribuenti.

 

Fondazioni bancarie, quanto donano e quanto possiedono?

Insomma, quel miliardo appare una cifra enorme. Ma è davvero così enorme come sembra? Dipende. Una domanda più precisa può essere questa: quanto rappresenta percentualmente rispetto al patrimonio complessivo delle Fondazioni bancarie, costituito da beni immobili (palazzi, collezioni d’arte, eccetera) e anche mobili (partecipazioni azionarie, titoli di Stato e via elencando)? Sulla percentuale si accettano scommesse, visto che lo scopo statutario delle fondazioni è quello di sostenere i progetti di enti non profit. È il 30%? Il 20? O il 10? Be’, 1 miliardo è esattamente il 2,5% di circa 40 miliardi, il valore attuale dei beni delle Fondazioni. Premesso che senza quei mille milioni molti enti del terzo settore sarebbero in difficoltà, è difficile fare una valutazione: perché non esiste alcun organismo di controllo, al di là di quelli interni.

Poi c’è l’ACRI, l’“Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa” (in origine “Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane”), presieduta oggi da Francesco Profumo (accademico ed ex ministro, presidente anche della Fondazione Compagnia di San Paolo, una delle tre big), che però è una specie di sindacato: vi aderiscono anche una trentina di banche e casse e ha il compito di rappresentare e tutelare gli interessi degli associati.

Ovviamente, ogni anno la cifra erogata varia un po’. Per la precisione, secondo l’ultimo rapporto dell’Acri, “a fine 2018 il patrimonio contabile delle Fondazioni di origine bancaria era pari a 39,6 miliardi di euro (…). L’attivo, che alla medesima data ammontava a 45,7 miliardi di euro, è leggermente diminuito, per effetto dell’andamento negativo delle quotazioni di Borsa, rispetto a quello rilevato nel 2017 (pari a 46,1 miliardi) (…). Complessivamente, nel 2018 le Fondazioni hanno fatto registrare una redditività lorda del patrimonio del 2,7%, in sensibile riduzione rispetto al 5,3% dell’anno precedente (…). L’attività erogativa (cioè i soldi destinati agli enti non profit, N.d.R.) (…) è stata pari, nel 2018, a 1.024,6 milioni di euro, in aumento del 4,1% rispetto ai 984,6 milioni del 2017, cui corrisponde un tasso di erogazione del 2,6% sul patrimonio medio dell’insieme delle Fondazioni. Analoga tendenza si è avuta anche nel numero delle iniziative finanziate, risultate pari a 20.153 interventi, cresciuti dell’1,1%”. Nel 2016 le erogazioni erano arrivate a 1.031.000, con un andamento in graduale crescita dal 2013, quando ammontavano a circa 885 milioni (81 in meno rispetto ai 966 del 2012). Per quel che riguarda gli ultimi tempi, va sottolineato che da fine febbraio 2020 le Fondazioni hanno già destinato all’emergenza coronavirus – in base alle rilevazioni (alla data del 6 maggio) del qualificato sito Italianonprofit.it – 212 milioni (il 40% donazioni di denaro, il resto come fondi, bandi, beni e servizi); ma è presto per capire se, a conclusione dell’anno, saranno in più rispetto al miliardo circa erogato normalmente ogni 12 mesi.

Per provare a capire almeno il contesto, è meglio approfondire. Italianonprofit.it sottolinea che “delle 88 fondazioni, 8 detengono ancora partecipazioni di maggioranza nelle banca conferitaria, 72 o non hanno alcuna partecipazione o comunque essa è inferiore al 20% delle azioni”. Hanno organi di governo che prevedono “una composita presenza di rappresentanti del territorio provenienti o indicati dalle istituzioni pubbliche, economiche e del Terzo Settore (…). Esse contribuiscono al finanziamento delle attività promosse dalle organizzazioni non profit e da altri soggetti, anche pubblici (…) assegnando, sia attraverso bandi sia attraverso assegnazioni dirette, risorse e competenze in 21 settori definiti dalla legge”.

I membri dei consigli di amministrazione e di altri apparati di governo lavorano in cambio di compensi simbolici, visto lo scopo solidaristico? No. Una Fondazione bancaria può pagare (infatti, come vedremo, paga bene) i componenti degli organi direttivi, può avere dipendenti e anche entrate di carattere commerciale. Per legge, le Fondazioni finanziano i Centri di Servizio per il Volontariato (a supporto degli enti del terzo settore) e sono dietro la maggior parte delle 41 cosiddette Fondazioni di Comunità (che a loro volta attivano risorse e donazioni). Insomma, il sistema è molto complesso. Italianonprofit.it sul sito sottolinea che le Fondazioni hanno di certo “superpoteri”, dovuti alla ricchezza dei loro patrimoni, alla “vicinanza con le stanze dei bottoni” e al “peso politico”; i limiti possono essere provocati da una burocrazia lenta e da governance rigide, col rischio “di diventare dei progettifici” e di non avere adeguati “sistemi di monitoraggio e valutazione”.

 

Le critiche ai “signori delle Fondazioni”

Questa situazione ha determinato alcuni interventi polemici nei confronti delle Fondazioni bancarie. Per esempio, all’inizio di aprile scorso, nel pieno dell’emergenza coronavirus, una serie di giornalisti, storici, economisti ed ex componenti dei CDA di alcune di esse hanno lanciato un appello, rivolto al Ministero dell’Economia e delle Finanze e all’ACRI. Vi si chiede di usare sul fronte dell’emergenza i 40 miliardi. Si legge: quel patrimonio “di origine pubblica (…) appartiene a tutte le comunità locali che negli anni lo hanno costruito attraverso sacrifici e risparmi (…). Tuttavia queste risorse collettive sono state gestite spesso in modo discrezionale e arbitrario a causa del perfido malinteso fra la natura giuridica ‘privata’ di questi enti e l’origine ‘pubblica’ del loro patrimonio”.

Nel momento in cui è stato lanciato l’appello, risultava che le Fondazioni avessero stanziato i primi 80 milioni per fare fronte alla crisi sanitaria. I firmatari hanno suggerito provocatoriamente che, “rinunciando ai prossimi due anni di stipendi e gettoni di presenza, i vertici delle Fondazioni bancarie potrebbero quasi raddoppiare istantaneamente la cifra stanziata”. Perché “solo per il 2018 i costi degli organi statutari (presidenti, membri dei CDA, comitati di indirizzo e revisori dei conti) sono ammontati a 34,4 milioni di euro. I vertici delle fondazioni bancarie, spesso professionisti già affermati nei loro campi, facciano come nelle grandi charities internazionali, dove l’attività filantropica si presta gratuitamente, al servizio della società”.

In effetti, l’accordo tra Acri e Ministero dell’Economia del 22 aprile 2015 prevede, tra l’altro, un tetto massimo per il presidente di una Fondazione bancaria con patrimonio superiore a 1 miliardo: 240.000 euro lordi l’anno, mentre un consigliere di amministrazione può arrivare a 7.000 euro al mese; poi ci sono altri incarichi retribuiti con interessanti gettoni di presenza. Quell’accordo era nato anche dal fatto che prima i compensi erano talvolta superiori.

 

Da sinistra, Alessandro di Nunzio e Diego Gandolfo, autori di un libro-inchiesta sulle Fondazioni bancarie

 

Tra i promotori dell’appello ci sono stati i giornalisti Alessandro di Nunzio e Diego Gandolfo, autori di un libro-inchiesta sulle Fondazioni bancarie, I Signori delle città (Ponte alle Grazie, Milano 2020): ne descrivono interessi e affari, sostenendo che sarebbero, di fatto, il governo “ombra” di molte zone del Paese, nonché in grado di influenzare alcuni dei più importanti istituti bancari. Il libro dedica il capitolo 7 al “lato nascosto della filantropia”, dove si descrivono alcuni criteri, definiti “non disinteressati”, con cui verrebbero fatte le erogazioni.

Dice Diego Gandolfo a Senza Filtro: “Quelle erogazioni garantiscono ai signori delle Fondazioni un contributo nella costruzione della loro fama di mecenati e filantropi. Attraverso la rete delle ricche donazioni passano interessi che sono quasi invisibili tra chi non conosce il sistema”. Sono funzionali alle Fondazioni come centri di potere? “Spesso sì”. A proposito, quali risultati ha dato il vostro appello? “Diciamo”, risponde Gandolfo, “che alcuni esponenti del non profit hanno creduto che volessimo togliere soldi al terzo settore. Noi abbiamo chiarito che non proponiamo affatto un esproprio, bensì un utilizzo più proficuo e trasparente”. A chi vuole approfondire il punto di vista di Gandolfo e di Nunzio, non resta che leggere il libro.

Elisa Ricciuti, executive director del Cottino Social Impact Campus

Fondazioni bancarie, poca trasparenza e nessuna valutazione sul loro operato

Il mondo delle Fondazioni bancarie è comunque molto interessante anche dal punto di vista accademico. Se ne è occupata la dottoressa Elisa Ricciuti, che a Torino è l’executive director del Cottino Social Impact Campus, il primo campus internazionale dedicato alla cultura dell’impatto sociale; fino a luglio del 2019 è stata professoressa di Public Management e Nonprofit Management, a Milano, nell’Università Bocconi, e ha coordinato per tre anni l’area Nonprofit Management & Philanthropy della SDA Bocconi School. Dice a Senza Filtro: “È un’illusione pensare che i donatori, individuali o istituzionali, non siano a loro volta nodi di potere, nelle società contemporanee. Capita ovunque. Quindi anche in Italia le Fondazioni sono luoghi di potere, però subiscono pure molti attacchi”.

Aggiunge: “Per quel che riguarda le nostre Fondazioni bancarie, che si dedicano prevalentemente al terzo settore, i quesiti sono altri. Per esempio, con quale efficacia lo fanno? Erogano a sufficienza rispetto al patrimonio che hanno? Chi può valutare la qualità e la quantità delle loro erogazioni?”. Le risposte quali sono? “Negli Stati Uniti – dove le fondazioni hanno notevoli vantaggi fiscali – i controlli ci sono. In Italia, nel caso di quelle bancarie, si tratta di patrimoni privati con natura pubblica: una forma di controllo da parte dello Stato avrebbe anche più senso. Occorre una cultura della valutazione”.

Si sta affermando questa cultura? Conclude la dottoressa Ricciuti: “I controlli sono assai aumentati rispetto al passato, quando andava molto peggio. Per esempio, nel 2014, quando ho svolto una ricerca sulla Fondazioni italiane, ero rimasta impressionata dalla incredibile mancanza di dati sui loro siti web; eppure di certo Internet allora non era una novità. Insomma, occorre sempre più trasparenza. Non è solo una questione di chiarezza, è anche un grande problema di democrazia”.

Non resta, per il momento, che contare ancora sulle Fondazioni bancarie come importanti fonti di sostegno per tantissimi enti non profit; però è anche bene sperare in un maggiore impegno, e pure in una maggiore chiarezza, a proposito della gestione e del destino del loro enorme patrimonio.

Nato a Genova nel 1958 (Acquario ascendente Gemelli) e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982 e detesta da sempre il giornalismo addomesticato. Ha lavorato 16 anni e mezzo all'Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l'altro, l'inchiesta "Mani Pulite". Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d'informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per FQ Millennium, mensile del Fatto Quotidiano. Tra i suoi libri: "Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia" (Palomar, Bari 2006), "Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa" (Palomar, Bari 2008; con prefazione e postfazione dei medievisti Raffaele Licinio e Franco Cardini) e "L'imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia" (Tessere, Firenze 2019; con prefazione e postfazione dei medievisti Giuseppe Sergi e Tommaso di Carpegna Falconieri). Gli sono stati conferiti alcuni premi giornalistici: l'ultimo è il premio nazionale "Antonio Maglio", consegnato nel 2019 ad Alezio (Lecce). È socio dell'Associazione italiana di Public History (Aiph). [ Guarda tutti gli articoli ]

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