I nostri rifiuti non dicono bugie

La parte più sincera di noi sono i nostri rifiuti. Un protagonista netturbino al centro di una vicenda torbida: recensiamo “Io sono l’abisso” di Donato Carrisi.

Scopino, spazzino, netturbino; o, con eufemismo politicamente corretto, operatore ecologico. Questo il mestiere del protagonista di Io sono l’abisso, di Donato Carrisi, Longanesi. Uno spazzino sui generis, perché dall’inizio sappiamo che si tratta di un uomo complicato, con molti problemi, anche se non sapremo esattamente quali fino alla conclusione del romanzo. E non sarò io a rovinarvi la sorpresa. Ma una storia c’è, ed è ricca di particolari, di riferimenti a fatti di cronaca, alla vita del nostro tempo. Eccoli.

Io sono l’abisso: un “uomo che pulisce” al centro di una spirale di traumi e delitti

C’è un bambino che la madre, Vera, porta a imparare a nuotare nella maleodorante piscina di un albergo in disfacimento. Il bambino infila i braccioli gonfiabili, ma è spaventato. “Se non lo fai da solo, ti ci butto io in quella c… di piscina”, lo stimola amabilmente la madre, e se ne va. Il bambino ci si butta, i braccioli dopo poco si sgonfiano, ma con uno sforzo riesce a raggiungere la sponda. Sua madre lo ha abbandonato, ma lui ha imparato a stare a galla da solo.

Avremo altre informazioni sulla disperante infanzia del protagonista, ma che quel bambino, da grande, finisca per fare lo spazzino a Como, “il posto più tranquillo della terra”, in fondo non stupisce. “L’uomo che pulisce” – così lo definisce l’autore – raccoglie l’immondizia porta a porta, pensa alle vite di quelli di cui raccoglie i rifiuti, vive in totale solitudine e, mentre fa il suo mestiere, ha il tempo per lunghe riflessioni. “Fare le pulizie era la cosa che lo rappresentava meglio”.

Ma facciamo la conoscenza di un altro enigmatico personaggio: Micky, in poco chiari rapporti con l’uomo che pulisce, è un giovane che rimorchia signore un po’ avanti negli anni in locali deve si praticano questi incontri. Ne conosce una, che in realtà aveva già individuato, e si offre di accompagnarla a casa. Come andrà a finire lo intuiremo più tardi.

Un altro giorno. L’uomo che pulisce vede una ragazzina che sta annegando nel lago. Non ha nessuna voglia di fare l’eroe, né di buttarsi nel lago gelato, ma ricordando il suo battesimo del nuoto nella piscina della sua infanzia la salva, spinto da un impulso quasi involontario. Riservato come sempre, si allontana prima che lo si possa ringraziare, ma si impadronisce dal telefonino della ragazza – che chiamerà Fuck – e, a casa, capisce che contiene informazioni interessanti.

Un altro personaggio, definito “la cacciatrice”, è una giovane che cerca di difendere le donne che vengono maltrattate dagli uomini. Le sue vicende si incroceranno con quelle dell’uomo che pulisce e della ragazzina, anche perché noi sappiamo che la ragazzina – di ottima famiglia – voleva suicidarsi perché ricattata da un fidanzato che minacciava di far circolare sue foto imbarazzanti.

Infine, nel lago viene ritrovato un braccio; il resto del corpo è scomparso. Nessuno sa a chi appartenga.

Gli ingredienti della trama sono questi, e non è il caso di spiegare qui come i traumi infantili dell’uomo che pulisce, i problemi dell’adolescente aspirante suicida e della cacciatrice di uomini violenti porteranno alla soluzione di una serie di delitti e alla fine delle persecuzioni subite dalla ragazza.

La spazzatura, la testimone più fedele (e scomoda) della nostra vita

C’è, infine, un’analisi del lavoro del netturbino che fa riflettere. L’uomo che pulisce non ama la compagnia dei propri simili, e poiché a nessuno piace stare accanto a uno che fa lo spazzino, questo lo fa stare bene. Ma a noi di solito non viene in mente di chiederci quale sia la condizione sociale degli spazzini, e invece è interessante pensare a quello che può esser uno stigma: quello di chi vive tra i rifiuti.

Il nostro protagonista lo sa, e di chi lo disprezza pensa: “Comprendevano l’idea che qualcuno dovesse occuparsi dei loro rifiuti, ma esprimevano anche una tacita commiserazione nei riguardi di chi ne era incaricato. Come fosse una specie di costrizione o di condanna”. Temo sia vero, e anche se sappiamo tutti che qualcuno deve fare quel mestiere, non è facile che accada di sentirsi solidali con i netturbini.

Ma il nostro è un netturbino particolare, abbiamo detto, e qualche volta si porta il lavoro a casa. Cioè prende dei sacchetti della spazzatura e li esamina, li studia. “La spazzatura di una persona racconta la sua vera storia. Perché, a differenza delle persone, la spazzatura non mente”. Vero, e infatti dai rifiuti si possono scoprire molte cose, su di noi. Cosa mangiamo, cosa scartiamo, quanti siamo in casa e se abbiamo animali domestici.

È così che il nostro spazzino solitario mantiene i rapporti con i suoi simili. I rimasugli dei pasti spiegano se possiamo permetterci di scartare del cibo o se cerchiamo di utilizzarlo in ogni modo. E gli scontrini fiscali che infiliamo nella spazzatura dicono come spendiamo i nostri soldi. Un esperto riesce anche a scoprire se qualcuno preferisce sfamare i propri gatti che se stesso. Bottiglie e mozziconi dicono tutto sui nostri vizi, o almeno se abbiamo bisogno di anestetizzarci da una nascosta infelicità.

A chi lo avesse rimproverato per la sua curiosità, il nostro avrebbe risposto che così si recuperano risorse da utilizzare reimmettendole nel ciclo produttivo; e per lui, il ciclo produttivo prevedeva di sapere il più possibile su alcune signore sole di mezza età. Cose che nessun altro conosceva: “Conosceva un unico modo per trovare la verità ed era scavare nei rifiuti della gente”.

Perché leggere Io sono l’abisso

In effetti, forse noi non ci rendiamo nemmeno conto di cosa mettiamo in mano agli operatori ecologici”, dei quali pure non possiamo fare a meno: dettagli della nostra vita che sono affidati tranquillamente a chi lavora per noi, ma che potrebbero rivelare su di noi cose che forse noi stessi non sappiamo fino in fondo.

Il nostro protagonista però, spazzino per scelta, in realtà lo è anche per destino: “Era nato per sbaglio ed era stato gettato via come spazzatura. La spazzatura era la prova dell’imperfezione del creato. E siccome di solito alle persone non piaceva che gli venissero rammentati i difetti, il suo compito consisteva nel far[ne] sparire ogni traccia dalla loro vista”.

Quello che va sottolineato è che il racconto restituisce con colori vivaci alcune delle contraddizioni del nostro tempo: la diffusione delle violenze sulle donne, la frustrazione di bambini soli e abbandonati, la distanza tra genitori e figli, specie nei ceti più abbienti, e i guai che possono derivare dall’aver mandato col telefonino foto compromettenti a ragazzi spregiudicati.

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