Bambina sulle spalle del padre che guarda al futuro, metafora del placement dei giovani

Il futuro lo costruiamo o lo compriamo?

Il concetto di placement è inefficace a più di un livello. La proposta: realizzare nelle università dei centri di servizi per la carriera.

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Se facciamo un giro sui siti delle università del nostro paese notiamo che tutti gli atenei hanno un ufficio dedicato alla ricerca del lavoro per studenti e laureati. Quello che si chiama comunemente ufficio placement.

Placement, un nome, una promessa che si chiama lavoro. Lo ammetto, la parola placement non mi è mai piaciuta. Perché placement significa posizionamento/piazzamento, perché l’accostamento placement/piazzare è inevitabile, e piazzare qualcuno significa collocarlo in un posto anche se quel posto quel qualcuno non lo ha meritato.

La parola placement si avvicina tanto alla raccomandazione, al concetto di “io pago e tu mi collochi”.

Insomma una parola quasi ingannevole, perché la verità è che nessuno ci colloca, nessuno ci regala un posto di lavoro; nessuno ci può garantire un posto di lavoro.

Allora vi propongo un altro nome: servizi per la carriera o per il lavoro.

Posso parlare di quello che conosco e nel mondo che conosco, quello estero, soprattutto americano. Il centro di placement delle università si chiama center of career services, centro dei servizi alla carriera, appunto. Un centro che ha lo scopo di essere il ponte tra l’accademia e il mondo del lavoro, un ufficio che porta le aziende in università e l’università dentro le aziende; una contaminazione che rende l’accademia più informata e cosciente dei cambiamenti che accadono nel mercato, e un mercato del lavoro che capisce che la formazione deve essere continua.

Questione di nome direte voi, questione di percezione e funzionamento, dico io.

 

Il tempo necessario per fare le cose

Quanto tempo occorre per fare una simulazione di colloquio o per rivedere un curriculum di uno studente? Quanto tempo serve per capire le caratteristiche di un candidato e poi aiutarlo nella ricerca del lavoro più adatto a lui?

Occorre tanto tempo. È per questo che un centro di servizi alla carriera deve essere aperto tutti i giorni, personale a disposizione di studenti, laureati e aziende per otto-dieci ore al giorno o oltre (dipenderà naturalmente dalle dimensioni dell’università e dal suo numero di studenti e, manco a dirlo, serviranno più persone per coprire i turni).

Il personale di un centro di servizi alla carriera incontra studenti e laureati per fare orientamento, preparare per un colloquio, capire in quale ambito il candidato vorrebbe lavorare e poi aiutarlo nella ricerca delle varie posizioni. Lo stesso personale orienta gli studenti con posizioni di stage, fa fare esperienza di lavoro già da giovanissimi, organizza eventi e career fair con le aziende, cura la relazione con quelle esistenti e ne ricerca di nuove.

Per fare tutto questo occorre tempo e un team preparato.

Il centro dei servizi alla carriera non è un contenitore semivuoto, con orari al pubblico limitati (due-tre ore in fascia mattino?) e con alcune posizioni di lavoro appese su una bacheca o messe sul sito dell’università (peggio ancora se le posizioni, di stage o lavoro, non sono neppure costantemente aggiornate).

Nelle università attente al mondo del lavoro, così come ai cambiamenti sociali, economici e culturali, questo è un ufficio centrale e strategico per il futuro dei giovani, e rappresenta il ponte tra il mondo accademico e il mondo professionale/aziendale: l’ufficio che accorcia la distanza tra università e mondo del lavoro.

 

Il placement sotto esame

Quali sono i criteri per valutare un centro di servizi alla carriera?

1) I rapporti con le aziende e con la comunità presente nel territorio.

Il numero di aziende partner e la qualità delle stesse è sinonimo di serietà di un centro di servizi alla carriera. Voglio soffermarmi sul concetto di qualità delle aziende partner. Si intende aziende solide, che sono in crescita, che hanno un senso etico e tengono a cuore il futuro dei giovani; aziende che hanno un tutor interno che può seguire i ragazzi e formarli. Non si intende necessariamente grandi nomi che fanno employer branding, interessati alla propria visibilità e, peggio ancora, le cui assunzioni sono ferme da anni.

Ci sono aziende e aziende.

Molti giovani ricercano loghi e nomi altisonanti sui siti delle università pensando che questo li porterà verso un contratto di lavoro; il mio consiglio è di parlare con il personale dell’ufficio per comprendere meglio i rapporti tra l’ateneo e le aziende.

È compito di chi fa questo lavoro costruire e mantenere i rapporti con le aziende e comprendere che cosa esse richiedono e di quali competenze hanno bisogno, ancora prima che di quali figure.

2) Il numero e la qualità delle posizioni di stage e lavoro presentate.

Un centro dei servizi alla carriera serve due segmenti di mercato, con caratteristiche, esigenze e aspettative diverse: studenti e laureati. Per questo il centro deve proporre quotidianamente posizioni di stage curriculari, stage extracurriculari e posizioni di lavoro. Il personale aggiorna continuamente le posizioni, interagisce con le aziende per capire l’andamento delle selezioni e ricevere un feedback sui candidati della propria università. Chi si occupa di servizi alla carriera sa cosa chiedono le aziende, conosce bene il mercato del lavoro, e allo stesso modo conosce i propri candidati e li segue nella costruzione del proprio percorso professionale.

3) Il reale collocamento di studenti e laureati e la giusta comunicazione al pubblico.

È diventata oramai prassi comune per scuole e università indicare il tasso di occupati dopo la laurea usando le percentuali. Si leggono dati da capogiro: l’85%, il 90% o il 95% dei laureati ottiene lavoro in un anno. Sembra di essere in un paese diverso da quello che ci racconta l’ISTAT, con disoccupazione giovanile del 31,5% e 2 milioni circa di Neet.

Un noto politico degli anni passati diceva “a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina”; e nell’epoca delle fake news siamo certi che tutto quello che viene comunicato sia vero?

Va sicuramente meglio se si indicano numeri e cifre reali, e ancora di più se oltre alle cifre ci sono dati sugli occupati per percorso di laurea, o dati per industria (ad esempio, quanti occupati in area comunicazione/marketing, quanti in area risorse umane, quanti in area finanziaria/amministrativa).

I dati indicano che vi è conoscenza da parte dell’ufficio preposto e la conoscenza non mente.

4) L’organizzazione interna e il personale.

Serve personale competente e formato, in grado di offrire un servizio customizzato, di capire i candidati e offrire loro posizioni di stage o lavoro in linea con le loro caratteristiche. Il personale deve essere tecnicamente capace di revisionare curriculum e lettere di presentazione, e di aiutare studenti e laureati con simulazioni di colloquio.

Chi si occupa di placement, se volete chiamarlo cosi, deve essere capace di aiutare i giovani, di consigliarli e guidarli nelle decisioni; ma deve anche avere capacità di relazione così come competenze più analitiche; persone in grado di elaborare dati, presentare statistiche, capire quali percorsi di studi portano più rapidamente all’occupazione e quali meno.

È così che le università sanno quello che il mercato del lavoro richiede ed è così che aggiornano i propri percorsi formativi, per cercare di far fronte alle esigenze di un mondo lavorativo che cambia.

5) Ciclo virtuoso con gli Alunni.

Non ultimo, il centro dei servizi alla carriera non perde traccia di quello che fanno i suoi laureati (Alumni), sa dove sono e li segue negli anni. E quando quegli stessi laureati avranno un lavoro, occuperanno posizioni di responsabilità, il ciclo continuerà e nuovi professionisti e nuove aziende entreranno in università per proporre le proprie vacancies a nuovi laureandi e laureati. Un ciclo virtuoso che viene creato con gli Alumni: un vero e proprio network.

 

L’allenamento al futuro

Tutto questo deve far riflettere famiglie e studenti riguardo ciò che è lecito aspettarsi dai cosiddetti centri di placement.

Essi non sono e non devono essere uffici burocratico-amministrativi; sono uffici vivi e vitali, elementi fondamentali della strategia di un ateneo.

Il futuro non può essere comprato, ma può essere costruito; i centri di servizi alla carriera devono essere le palestre in cui far allenare i giovani alla costruzione del loro.

 

Photo by Edi Libedinsky on Unsplash

È direttore del centro di alta formazione e avviamento alla carriera, docente di marketing della John Cabot University. Dopo la Laurea in Economia e Commercio, e l’M.B.A., Advanced Diploma in Human resources, si è occupata di mercati esteri e personale estero fino al 2010, aprendo filiali ed store in Europa, USA e Asia. Dal 2011 insegna in John Cabot, e, come direttore del centro dei servizi alla carriera, si occupa di orientamento e preparazione dei giovani al mondo del lavoro, curando la relazione con oltre 580 aziende partner. Autrice di “Stressati o sdraiati? Solo in cerca di lavoro”, Franco Angeli editore, e fondatrice di Osservatorio Cultura Lavoro osservatorioculturalavoro.com [ Guarda tutti gli articoli ]

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