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Il Veneto, l’Italia, le cose dell’altro mondo

Il Veneto, l’Italia, le cose dell’altro mondo

A distanza di dieci anni dal film “Cose dell’altro mondo”, il regista Francesco Patierno commenta con SenzaFiltro il fraintendimento della parola “straniero”. Problema che non riguarda solo il Veneto.

Francesco Patierno aveva già fatto due film per il cinema e conosceva molto bene il mondo della pubblicità quando nel 2011 regalò agli italiani “Cose dell’altro mondo”: la storia di un Veneto che si risveglia da un giorno all’altro senza più neanche uno straniero a reggere tutti i tasselli dell’economia e della società. Un’apocalisse, come si dice nel film.

Raggiungo il regista al telefono durante le feste di Natale: è a Napoli, alle prese con il prossimo film ispirato a La peste di Camus. Accetto fin da subito che non potrà dirmi niente sul progetto a cui sta lavorando ma del resto non era il motivo per cui lo avevo cercato. Sono infatti passati dieci anni da quelle cose dell’altro mondo che sembrano giovanissime e attuali: il senso del diverso che ha a che fare con l’inclusione e l’accento messo spesso male dagli italiani sulla parola straniero.

La società di produzione con cui avevo fatto un primo film mi ricontattò perché avevano comprato i diritti di un film messicano dal titolo “Un giorno senza messicani”: immaginavano una Los Angeles che si ritrovava di colpo senza di loro. Confesso che di per sé il film era molto amatoriale ma l’idea mi suscitò fin da subito lo stimolo di trasporlo in Italia; mi riservai qualche giorno di tempo per pensarci proprio perché la loro resa dell’originale non mi aveva così convinto. Finché un giorno – e mi ricordo come fosse adesso che stavo in una piazza vicino casa mia – ripensai ad uno dei video che un mio amico di Napoli, poi spostatosi a Milano, spesso mi mandava via mail. Erano video curiosi e molto originali. Mi tornò in mente uno di quei video che aveva a che fare col discorso di un politico milanese di Alleanza Nazionale. Si trattava di Pier Gianni Prosperini che interveniva anche in una rubrica politica per un’antenna locale: la mia scena del discorso di Abatantuono è interamente tratta da lì, le parole che ho messo in bocca ad Abatantuono sono la pura verità che pronunciò Prosperini. Richiamai il produttore per confermargli che avevo la chiave di lettura”.

Per i lettori curiosi, questo è il link ad alcune delle storiche invettive di Prosperini contro gli immigrati attraverso le emittenti locali. A conferma che Patierno lavora sul reale.

“Io comunque Prosperini lo chiamai prima di mettermi a lavorare all’idea del film, fu utilissimo. Mi diceva solo di non prenderlo troppo per il culo, ho ancora tutto registrato. Così come fu preziosa una telefonata che ricevette mentre parlava con me: quel dialogo mi servì ancora di più per imbastire buona parte della sceneggiatura che avete visto al cinema”.

Il Veneto, anzi l’Italia intera

Partiamo dal film e partiamo dal Veneto, protagonista assoluto della pellicola. “Sono nato e cresciuto a Napoli da padre napoletano ma sono anche figlio di madre veneta. Sono pieno di parenti e cugini veneti, quella terra è da sempre nel mio DNA. Conosco perfettamente il loro modo di pensare, di vivere e di agire. 

Patierno è un regista a cui non piace stare comodo e corre spesso il rischio del prototipo: già dagli esordi aveva intuito che non gli sarebbe interessato stare dentro i soliti giri e le solite etichette che il mondo del cinema si affretta ad assegnare agli autori. E poi per uno come lui che lavora da documentarista  – con un approccio di stesura delle storie che nasce dal verificare  coi propri occhi e non dal riprendere solo ritagli di giornale – mi è sembrato inevitabile farmi raccontare come fosse nato lo sguardo sul Veneto spaventato dagli stranieri e al tempo stesso incapace di vivere senza di loro. “Te lo racconto subito come andò. La prima cosa che chiesi alla produzione fu di accettare la mia richiesta di andare in Veneto per tre settimane a scrivere le prime cose con Diego De Silva, autore con me del film. Abbiamo girato le zone insieme, abbiamo parlato continuamente con le persone del posto, abbiamo respirato tutto quello che poi è finito in pellicola. Giuro che non c’è una scena che non sia stata davvero vissuta da noi o che non ci sia stata raccontata di prima mano. La stessa scena del bambino di colore che si sfrega le guance col gessetto bianco sperando di cambiare colore della pelle me la raccontò una maestra che l’aveva vissuta in prima persona con un suo alunno”.

Che poi ci sarebbe da raccontare il metafilm, tutto ciò che è successo mentre giravano la pellicola. Come il fatto che alla fine Treviso rifiutò di aprire le porte per le riprese rispetto agli accordi presi.

“A una settimana dalle riprese, Gian Paolo Gobbo, il sindaco di Treviso, ci disse che non avrebbe dato più la città per le riprese. Ce lo disse senza motivazioni e in malo modo dentro il suo ufficio. Per fortuna un’amica di infanzia di mia madre era sposata col sindaco di Bassano del Grappa, tra l’altro dentro una giunta che non era in quota PD. Sta di fatto che riuscimmo a mantenere i contratti e le riprese, non so come avremmo fatto diversamente a reinventarci tutto da capo visto che Abatantuono e gli altri attori avevano già firmato gli impegni con noi. Girammo a Treviso le scene nella scuola e all’aeroporto perché non erano di competenza del Comune, il resto finì a Bassano. Tutto vero: giravo per bar e locali e registravo le conversazioni e gli umori e i sentimenti verso gli immigrati”.

Francesco Patierno durante le riprese di “Cose dell’altro mondo”

La questione non è il razzismo

Fino a quando, con Francesco Patierno, arriviamo alla linea sottilissima che mi interessa: capire cosa lo avesse spinto a immortalare il Veneto e il tema dello straniero, se si respirasse o meno in quegli anni un senso di paura nei loro confronti. “Mi dai l’occasione per sottolineare un aspetto centrale: io non sono uno ideologico, non lo sono per natura e non lo sono nei mei lavori. Sono un regista e racconto, punto. Nel girare il film non ero prevenuto anche perché il razzismo è una condizione che più o meno tocca tutti noi in contesti diversi. Treviso per me era l’Italia intera. A me interessava testimoniare il confrontarsi con la globalizzazione che dieci anni fa aveva un impatto molto diverso rispetto a oggi. La domanda vera che si pone il film – e che è molto più rilevante di quella legata al cosa succederebbe a livello economico se in Italia di colpo sparissero gli stranieri  – era solo una: se sparissero, ci mancherebbero? Se sparissero, ci mancherebbero emotivamente? Questo intendevo e questo cercavo”.

Dopo aver chiuso la telefonata con Patierno, confesso di aver avuto bisogno di rivedere il film. E ho fatto bene, ha funzionato, ho avuto l’occasione di ri-vedere un film attraverso il suo occhio. Con la sua indicazione mi è sembrato più naturale seguire la storia liberandomi dal pregiudizio di guardare solo la distanza con lo straniero. 

“Se ci fai caso, è solo vivendo accanto a persone straniere che capisci un po’ al giorno come siamo tutti uguali e identici nei bisogni e nei pensieri. Magari hanno gusti diversi da noi ma come potrebbe averli diversi un tuo amico italiano. Non è cosa da poco; anzi, è tutta lì la questione. A livello mediatico il film è stato invece spostato nel suo messaggio, forse anche strumentalizzato: parte della critica giornalistica e cinematografica aveva persino alzato il sopracciglio pretendendo che io dessi una risposta ideologica al problema dell’immigrazione e invece il mio era e voleva essere un film che non poteva autoconcludersi, né tanto meno avevo la presunzione di offrire risposte. Sono fenomeni che mutano continuamente e vanno osservati. La più grande soddisfazione del film è che gira ancora, dopo dieci anni”.

Paura di chi o paura di cosa?

Chissà se siamo cresciuti culturalmente nei dieci anni che ci separano da cose dell’altro mondo. E chissà qual è poi l’altro mondo che non vediamo. Saluto Francesco Patierno mentre mi confessa che “qualcosa è cambiato ma in modo passivo. Le varie fazioni politiche recitano una parte, la sinistra e la destra in ogni loro estensione recitano una parte e la gente l’ha capito. Alla fine quello che cambia è la percezione della conoscenza di uno straniero che può diventa anche un tuo familiare se lo frequenti e che ti illumina sul fatto che gli esseri umani sono uguali. Negli anni sono saltate un po’ le regole e non esito a dire che ci sono politici di sinistra molto più vicini a quelle che erano le posizioni della Lega dieci anni fa. E anche questo è un aspetto politicamente scorretto che non accetteremo mai ma di fatto è così”.

Sulla coda dei saluti gli chiedo se ha paura, se ha delle sue paure.

Le mie paure sono sempre verso i meccanismi della società e mai verso le persone. Non faccio differenze e vivo bene, mi sento libero. Anche la solita distinzione nord e sud mi lascia come un semplice osservatore perché so bene che l’Italia è almeno due Paesi in uno, se non tre. Siamo italiani costretti a vivere insieme e tutto sommato ci siamo abituati; la nostra storia lo spiega chiaramente se uno se la va a leggere. Ho riletto da poco il saggio su Dante e l’Italia del 1300 è molto simile alla nostra Italia: il potere delle famiglie, i meccanismi che stanno alla base. Spesso si valutano le cose dalle prese di posizione che vengono prese ma non è lì che dovremmo guardare. C’è una serie televisiva brasiliana illuminante, O Mecanismo appunto. I meccanismi sono la chiave, non le parole che la politica o la società pronuncia”.

Photo credits: Francesco Patierno