Bellezza urbana a Bologna: un murales di Lucio Dalla su una serranda

La bellezza (urbana) salverà il mondo?

La bellezza urbana ha influenza sulla qualità della vita, ma anche sull'economia: per questo occuparsene è un investimento. E Bologna prende appunti.

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Due immagini di Bologna: l’edificio dell’economia impreziosito dalle sue imprese leader mondiali nella manifattura; la bellezza della città deturpata da graffiti, tag e rifiuti sparsi per strada.

È opinione diffusa che la bellezza sia soggettiva, non misurabile. Ecco perché non si trova tra gli indicatori delle città intelligenti e del benessere urbano. Eppure la “Scuola della vita”, con sede a Londra e impegnata nello sviluppo dell’intelligenza emozionale, afferma che la bellezza della città è oggettiva e quindi calcolabile.

Diverse ricerche hanno misurato l’incremento dell’indice di felicità correlato al vivere in una bella città. È anche oggetto di misura la caratteristica estetica della città percepita come segno di vitalità economica. In fondo la città è un orologio mentale, le cui ore sono scandite dal pendolo che oscilla tra gli investimenti per la manutenzione della sua bellezza e i danni, causati sia dal tempo, sia dai mostri che la deturpano imbrattando le facciate degli edifici e spargendo rifiuti ovunque.

 

La bellezza urbana che migliora la qualità della vita

È emblematico il caso di Bologna. Se entrassero tra gli indicatori gli investimenti in manutenzione preventiva e programmata, compresi quelli per l’educazione al bello, sarebbe a repentaglio l’attrattività urbana sua e di tante altre città del Belpaese. Con l’iniezione di 58 milioni concessi dal governo a Bologna, ciascun euro indirizzato alla salvaguardia della bellezza e all’educazione al bello produrrebbe un effetto moltiplicatore sia per il turismo che per gli investimenti dall’estero in attività produttive di reddito e lavoro per i residenti.

La bellezza unita all’intelligenza migliora la qualità del vivere in città. Gli studi condotti nell’ambito della “pulchereconomia” (l’economia della bellezza) hanno dimostrato che una città esteticamente bella dà felicità ai suoi residenti e corrobora l’attività economica. Più attrattiva la sua faccia, più la città possiede il carisma necessario per mostrarsi così forte nei negoziati da portare a casa risultati commerciali di tutto rispetto. Le città attraenti perché belle godono di redditi più alti e richiamano investitori. Insomma, i benefici dell’attrattività provocata dalla bellezza si irradiano a tutto campo.

Come diceva Aristotele, “una grande città non dovrebbe essere confusa con una popolosa”. In nessun altro luogo al mondo c’è tanta bellezza come nelle piccole e medie città, e nei mille e più villaggi d’Italia. È grande la meraviglia che destano in chi ci viaggia. Con un neologismo derivato dalla lingua inglese, Beautification è il nome della corrente di bellezza che fa luce sui valori estetici di città e villaggi, valorizzandone la notorietà, mentre Knowledgefication è la corrente di conoscenza che suscita l’amore per la bellezza. Le due correnti insieme promuovono un armonioso ordine sociale ed estetico che valorizza la qualità della vita. Spetta ai responsabili politici e alla società civile mantenere intatta la bellezza del patrimonio culturale italiano e dei suoi paesaggi, perseguendo senza sosta l’obiettivo di alimentare queste due correnti.

Come un diamante, la bellezza della città è un’identità per sempre. E la bellezza attrae l’innovazione. Ammoniva Platone che la città è ciò che è perché i cittadini sono ciò che sono. Quanto si chiede è di rispettare e valorizzare la natura della bellezza della loro città, plasmata dalle generazioni passate. Perché la città è anche natura: il terreno su cui è costruita, la pietra con cui è fatta. “La bellezza salverà il mondo”, scrisse Dostoevskij riandando col pensiero agli antichi greci; ma chi salverà la bellezza?

 

In assenza di bellezza, anche l’innovazione porta danni

A Bologna si è svolto il Festival Francescano dedicato alla bellezza, ricordando quel grande poeta ed esteta che fu San Francesco. Bologna “sconnessa e trasandata”, come scrisse il New York Times il 30 settembre 2015 nella sua corrispondenza su 36 ore in città. Bologna ferita dallo tsunami del turismo di massa. Bologna deturpata dall’inciviltà di taluni residenti: si pensi alle cicche gettate ovunque e comunque, una delle forme più pervasive della sporcizia che c’è in città, come ebbe a dichiarare Patrizia Gabellini, già assessore comunale all’ambiente e alla qualità urbana. Bologna con muri e colonne dei trentotto chilometri di portici nel centro storico presi d’assalto dagli scarabocchiatori, e la cui pavimentazione veneziana con buche e rattoppi antiestetici è, per giunta, coperta da adesivi. Bologna indifesa dall’amministrazione locale, incapace di adottare misure preventive e repressive del vandalismo, è triste testimonianza di una città in pericolo di perdere la sua unità interna, un tempo osannata, mentre ora la missione di tenere insieme i cittadini appare sbiadita. Quando la bellezza è sfregiata, si smarriscono i tre connotati fondamentali di una comunità urbana: l’essere unica, vera e buona.

C’è di più. La bellezza è fonte di creatività, moltiplicatrice d’innovazione. Tuttavia, se la sorgente si inaridisce, a valle si avranno solo innovazioni che fanno a pugni con essa. A Bologna la raccolta differenziata dei rifiuti crea lungo i portici una lunga coda di sacchetti, che oltre a essere brutti e a invadere lo spazio dedicato al passeggio incentivano l’abbandono d’immondizia la più varia. Le buone intenzioni ecologiche possono provocare conseguenze indesiderate. Viene da chiedersi quanto e come Hera, la multiutility leader nei servizi ambientali, sposi la causa della bellezza. La tecnologia e il modello di raccolta dei rifiuti, se per un verso servono la causa dell’ecologia ambientale contribuendo alla salvaguardia della biosfera, dall’altro lato sono una concausa del peggioramento dell’ecologia umana, seppur non intenzionalmente. Essere obbligati a depositare gli scarti in strada, sotto i portici e dentro cassonetti poco curati ha agito da incentivo a condotte incivili in atto da tempo. Se si sostenesse che tecnologia e modalità di raccolta sono state precedute e poi accompagnate da una diffusa e intensa campagna di educazione civica, bisognerebbe allora prendere atto che i risultati non sono stati quelli attesi.

Altre ricadute negative non intenzionali discendono dall’innovazione nell’uso dell’abitazione privata. A differenza del residente stabile, il turista che ci vive per poco tempo non presta attenzione, avendone anche una scarsa e non immediata percezione, all’assalto che subiscono le facciate dei palazzi storici, dei luoghi di culto, dei portici, dei monumenti e dei tanti edifici che donano al visitatore un’immagine affascinante della città. Airbnb e altre piattaforme digitali che allargano a dismisura la disponibilità di alloggi temporanei, sebbene rechino benefici economici ai proprietari, contribuiscono indirettamente ad aggredire la bellezza in assenza di sorveglianza continua del territorio. Venezia che perde il suo tessuto plurisecolare di abitanti nativi è un campanello d’allarme per Bologna, ora raggiunta dall’onda alta del turismo mordi-e-fuggi.

 

Investire nella bellezza è investire nella comunità

Di fronte agli atti vandalici perpetrati contro la bellezza, Bologna non conosce le pratiche repressive (tra queste, punire i colpevoli mettendoli a ripulire la città davanti a tutti), né persegue sistematici interventi preventivi. Pensiamo a spedizioni nelle tante parti che compongono quell’organismo vivente che è la bellezza. A organizzarli sarebbero gli imprenditori del bello. A loro si aggregherebbero scienziati e umanisti, mischiati insieme, con il compito di scrivere racconti sulla bellezza, e artisti le cui rappresentazioni sarebbero le repliche visive di quelle narrazioni scritte. L’opera congiunta di questi protagonisti verrebbe messa a disposizione di cittadini, presentata nelle scuole, fatta oggetto obbligatorio di studio e riflessione per i massacratori della bellezza, i quali avrebbero modo di immedesimarsi nel bello che è lo splendore del vero, come diceva Platone.

Si suol dire che, dove non può l’uomo, entra in gioco la tecnologia. Il Comune di Bologna ha avviato un esperimento con un drone, il maschio artificiale dell’ape, da impiegare in situazioni di emergenza – e in emergenza si trova lo stato della bellezza di e a Bologna. La tecnologia non può, però, fare a meno dell’intelligenza umana, altrimenti si incorre nella “sindrome di Hera”. È allora indispensabile che parta dalla sede comunale la proposta di inaugurare gli Stati Generali della Bellezza Urbana.

Si suole anche dire che giovinezza e bellezza se ne vanno, prima o poi. Eppure, una città bella è una creatura estetica che non ha età. Il tempo entra in gioco se si tratta di salvaguardarne la bellezza, riscoprendola per poi rigenerarla. È il tempo dell’innovazione dell’etica civica indirizzata a rinverdire i comportamenti dei singoli nella comunità sociale, affinché la bellezza della città sia intesa come un progetto vitale da portare avanti incessantemente. Irrompono sulla scena da protagonisti gli imprenditori della bellezza urbana; tra questi, gli amministratori locali in veste di “imprenditori politici” che interpretano la visione della città. È loro responsabilità investire nella bellezza urbana che alza i valori dei beni reputazionali con forte impatto emozionale. L’investimento nei beni reputazionali è un punto di colore rosso sulle labbra della città bella; un segno di fiducia che stimola la società e l’economia.

 

(Photo credits: Fabieke.com)

Fondatore dell'International Entrepreneurship Academy, è Senior Research Fellow dell'International Value Institute presso la National University of Ireland in Maynooth, Dublin e dirige un laboratorio di sperimentazione di startup innovative presso il centro di imprenditorialità EDEN della stessa Università. È anche Professore ospite presso le Università di Tartu in Estonia e di Tehran in Iran. È "Erudite Scholar" dell'Università di Calicut in India. [ Guarda tutti gli articoli ]

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