informazioni pubbliche: panni stesi in piazza

La prima volta che sanno chi sei (contiene rischi ma anche speranza)

L'età dell'impostura in rete può dirsi definitivamente conclusa. Al contrario: oggi il Web viene usato per mettere al vaglio le identità individuali. Soprattutto sul lavoro

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Un giorno come un altro del 1993, Peter Steiner, illustratore per il New York Times, non si sentiva particolarmente ispirato. Era una di quelle giornate dove ogni idea sembra peggiore delle altre e tutte insieme non ne fanno una decente, non qualcosa da mandare in redazione.

Tra i tanti pasticci di quel giorno – chi scrive o disegna sa che si lavora anche così! – uno ebbe un inaspettato successo. Un successo straordinario che con il tempo non fece che aumentare.

Per intenderci, Peter Steiner è l’autore di una tra le vignette più condivise nella storia di Internet e anche la mente che seppe guardare più lontano di tutti.

Se ancora non lo hai capito, fu lui a disegnare due cani alla scrivania e metterci sotto “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”.

Anni dopo. Oltre vent’anni dopo

All’inizio, nel 1993, la vignetta fece scalpore per via della sua originalità e perché in un certo senso coglieva esattamente la cifra di un momento nuovo e rudimentale. Internet non era ancora ciò che conosciamo; se vogliamo, almeno per buona parte delle persone, era una sorta di mondo parallelo nel quale creare un’altra identità ed essere qualcosa di diverso da ciò che si era. Sicuramente non era “la vita reale”.

L’altro aspetto importante è che Internet e fiducia non erano ancora il binomio forte e fondante che conosciamo. Anzi, come suggerito da Steiner, persino un cane poteva dilettarsi nell’intrattenere ospiti e altri abitanti dell’etere senza che nessuno avesse modo di notare la sua natura. La vera svolta, il fatto che la vignetta sia ancora oggi tanto citata e condivisa, sta in ciò che successe qualche anno dopo – e in ciò che con più forza sta succedendo oggi.

Da qualche anno a questa parte – diciamo dieci – nessun cane può permettersi di rimanere anonimo e viene smascherato prima ancora di tentare. Il significato di questa affermazione, il senso attuale della vignetta (anche nel suo contrario) è più di un dettaglio. È la cifra dell’oggi e del domani.

Le informazioni non sono mai state così accessibili. In media abbiamo accesso alle stesse informazioni del Presidente degli Stati Uniti agli inizi del 2000, e queste notizie, questi dati, non riguardano curiosità, finali della prossima serie TV o la vita delle pop star. Riguardano noi, ognuno di noi.

Mi sembra una brava persona…

Un modo immediato per comprendere di che cosa stiamo parlando si trova nell’introduzione di Di chi possiamo fidarci di Rachel Botsman. Parafrasando e sintetizzando:

“Si chiamava Doris, aveva poco meno di trent’anni e mia madre l’aveva assunta come collaboratrice domestica. Veniva da Glasgow e parlava con un marcato accento scozzese: le «o» suonavano come «ae», la «r» era arrotata. Era una voce melodica, quasi cantilenante.

Mia madre aveva trovato Doris tramite una rivista intitolata The Lady, creata nel 1885 dallo stesso fondatore di Vanity Fair, (…) una di quelle riviste che persino i Reali usavano per trovare personale.

Ogni mercoledì dopo la scuola ci portava in macchina in un condominio popolare di Edmonton. Non mi piaceva andare in quel luogo e vedere quell’uomo e un giorno mi accorsi che c’erano un sacco di bottigliette di profumo uguali a quelle che utilizzava mia madre. Lo dissi ai miei genitori, ma loro non diedero peso a una bambina che aveva un amichetto immaginario.”

Come andò a finire?

Dopo alcuni mesi si scoprì che Doris rubava regolarmente in casa, anche grosse quantità di denaro, ed era una truffatrice seriale. Tutto ciò appreso da un ispettore di polizia piombato in casa nella notte!”

Che cosa c’è in comune tra questa storia e la vignetta di Steiner? L’anacronismo. Il progresso che il mondo ha fatto in campo di informazioni, l’evoluzione tecnologica che ha permesso di sapere (quasi) tutto in tempo reale.

Un’evoluzione e un insieme di invenzioni (Internet, i social, Google, gli smartphone, la banda larga) che non solo hanno cambiato il mondo, ma hanno cambiato la nostra visione e il nostro approccio al mondo.

Non sarà più possibile fornire una lettera falsa per accudire bambini (o almeno si spera; vedi punto seguente), non sarà più possibile dire di essere o di saper fare (o almeno si spera; vedi ancora punto seguente), non sarà più possibile essere un cane e intrattenere gli ospiti del web – si spera, anche qui.

Lo stesso avviene nel mondo del lavoro. I curriculum sono dettagli rispetto ai profili social. La reputazione dell’azienda è importante quanto il prodotto o il servizio. E se il prodotto o il servizio non sono all’altezza, non basta più uno sconto o una campagna pubblicitaria in grande stile.

Come le informazioni hanno cambiato il mondo in meglio, ma anche in peggio

“Anche le nuove trappole per topi hanno buone e cattive notizie. Brutte per coloro che fabbricavano quelle vecchie. E naturalmente per i topi.”

Tim Harford

Tutto ciò ha una duplice faccia. Come ogni moneta, come ogni cambiamento o innovazione che l’uomo ha sempre conosciuto nella storia: contiene buone e cattive notizie. Succede sempre così.

Da una parte è un bene: in teoria nessun truffatore seriale potrà farla franca, non ci sarà più un “mi sembra una brava persona”, ma il tutto sarà seguito da un’attenta analisi online, dall’incrocio tra date, fatti e referenze raccontate. Nel mondo del lavoro ha un impatto ancora maggiore: tutto ormai si basa su informazioni, feedback e fiducia.

Mark Fraser, un nome che di per sé potrebbe anche non dire nulla, è passato alla storia per essere stato il primo utente di eBay. Non conosceva il venditore, non aveva alcuna referenza, ma decise di rischiare 14,83 dollari e comprare un puntatore laser. Era il 1995. Oggi non si compra niente se non si sa tutto. Amazon, Uber, Airnb, Tripadvisor, LinkedIn: ancora informazioni, feedback e fiducia.

La buona notizia è che ci aspetta un mondo con meno furfanti e fregature, nel quale probabilmente troveremo davvero ciò che stiamo cercando. La cattiva notizia è che se siamo cani, furfanti, o topi, non si prospetta un gran momento. Tutt’altro: le bugie non hanno mai avuto le gambe così corte.

La variabile

Sembra facile e bello, ma non lo è del tutto. La differenza tra gioire e non farlo, tra essere ottimisti e andarci cauti è data dalla solita variabile: l’uomo, cioè tu.

Alla base di tutto il giochino, potremmo dire, c’è l’alfabetizzazione digitale. Comprendere cosa è vero, cosa è fake e cosa è terribilmente fake.

Nel 2016 c’è stato un aumento vertiginoso del phishing (+1116%), le stime del 2017 non sembrano rosee. L’anno che si è concluso ha visto la celebrazione di Ergomnia e del suo fondatore a dispetto di un bilancio ridicolo e di un traffico su sito ancora più inconsistente. E tutto ciò è stato opera dei media, di chi dovrebbe informare: c’è caduto persino il Times. Su LinkedIn, social che chi ha a che fare con il lavoro conosce bene, impazza un signore che fa proseliti in barba alla ragione.

Perché il punto è molto semplice: i guai dell’uomo sono quasi sempre causati dalla mancanza di informazioni o dalla cattiva condotta. Nell’era delle informazioni, però, in cui tutti sanno chi sei e tu sai lo stesso di loro, la differenza la fa quello che fai.

Insomma: comportati come se tutti ti stessero osservando. Lo stanno facendo.

È il tizio che parla in modo semplice di cose semplici, e crede non ci sia niente di più straordinario. Ama la virgola seguita dalla e, ama i cani, il calcio e soprattutto i suoi bambini. Il suo lavoro è tutto una storia: scrive storie per gli altri (come ghostwriter) o aiuta gli altri a raccontarle. Nel web, sui social e soprattutto su LinkedIn. [ Guarda tutti gli articoli ]

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