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Li chiamano i “camici grigi”, sono i medici precari

Li chiamano i “camici grigi”, sono i medici precari

Il precariato colpisce anche i medici: alcuni corrono gli stessi rischi dei colleghi, ma con meno tutele. Eppure la sanità ne avrebbe bisogno per coprire zone carenti e mezzi del 118.

Monia Orazi

22 Dicembre 2020

Li chiamano “camici grigi”. Sono i medici precari a vita, che non sono riusciti a rientrare in una delle due strade per accedere al servizio pubblico: il corso di formazione in medicina generale, da cui derivano medici di famiglia e guardie mediche che lavorano in convenzione con il sistema sanitario nazionale in qualità di liberi professionisti, oppure il triennio della specializzazione universitaria, indispensabile per accedere ai concorsi pubblici e diventare dipendenti del comparto sanità.

In Italia sono circa 15.000, lavorano sostituendo gli altri medici in convenzione, a volte anche nel 118, ma non hanno certezze sul futuro. Un paradosso avere a disposizione medici laureati ma inutilizzabili perché non esiste un percorso di stabilizzazione. Alcune sigle sindacali li definiscono la “Cenerentola” del sistema sanitario nazionale. Lavorano tutti in convenzione i medici di medicina generale che rivestono il ruolo di medici di famiglia, i medici di continuità assistenziale che svolgono il ruolo di guardia medica e nelle USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) nell’emergenza COVID-19, la medicina dei servizi.

Medici diversi, stesso contratto: “Non abbiamo Inail come tutti”

Spiega Caterina Pizzutelli, segretaria provinciale di Frosinone della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale): “L’emergenza COVID-19 inizialmente ha fatto rischiare molto i medici, mancavano i dispositivi di protezione individuale. La guardia medica va abbastanza a fare le visite, e anche i medici di famiglia, alcuni sì e altri no, anche se il Tar ha detto che devono farle. Se nella chiamata telefonica il paziente non dice che ha la febbre, il medico lo scopre quando va là; ci deve andare ben coperto e fare quello che ritiene giusto fare”.

“La situazione non è delle più rosee, le persone non si sono rese conto della gravità del rischio che si corre, sia a chiamare il medico a casa sia ad andarci. C’è un piccolo passo avanti: ora ci sono i presidi di protezione, ci si protegge abbastanza per andarci. È vero che ci sono le ospedalizzazioni, ma ci sono tantissimi positivi che stanno a casa, non ci vanno solo le USCA. C’è una gran massa di persone a casa che non sono abbandonate a loro stesse. Medici di famiglia e guardie mediche si trovano di tutto di fronte, la situazione critica non c’è solo in ospedale”.

A livello di contratto medici di assistenza primaria e di continuità assistenziale sono nello stesso comparto, spiega Pizzutelli: “L’unico rischio in più che il medico di continuità assistenziale ha, riguardo ai pazienti, è che il medico di famiglia conosce i suoi pazienti, quindi conosce la realtà della situazione. Il medico di guardia si trova davanti a una telefonata, senza sapere chi avrà di fronte. Contrattualmente sono nello stesso comparto, non ci sono differenze, anche se le figure sono diverse”.

“In caso di malattia il primo mese lo paga la Cattolica assicurazioni. Funziona in modo che che il primo mese, se la persona sta male, paga il sostituto, porta la ricevuta del sostituto alla Cattolica, con una franchigia di cinque giorni che può essere dovuta anche se non è stato ricoverato. Poi l’assicurazione rimborsa i soldi che sono stati pagati al sostituto. Nel mese successivo l’Enpam, l’ente previdenziale dei medici, fa la media dei guadagni degli ultimi tre mesi, erogando la media di tre mesi di guadagno, fino a diciotto mesi di malattia – come tutti. Dopo diciotto mesi purtroppo c’è poco da fare. Non abbiamo Inail come tutti i liberi professionisti.”

“Abbiamo un imbuto formativo: ogni anno 4.000 camici grigi”

Il mondo del precariato medico è variegato, come spiega Franco Esposito, segretario nazionale FISMU (Federazione Italiana Sindacale Medici Uniti): “Sia i medici in convenzione che quelli in dipendenza, che sono due contratti diversi, rientrano nel mondo del precariato. L’arruolamento nel servizio pubblico avviene tramite il corso di formazione in medicina generale; riguarda anche la continuità assistenziale e il 118. Per entrare in convenzione come titolare bisogna aver fatto questo corso. Al contrario, occorre la specializzazione per essere assunti come dipendenti”.

“Abbiamo un imbuto formativo dovuto al fatto che ogni anno si laureano circa 22.000 medici, però esiste la possibilità di entrare solo per 14.000: la somma tra le borse di studio della specializzazione e del corso di medicina generale. Ogni anno si creano più o meno 4.000 persone, che si stanno accumulando con i famosi camici grigi, che rimangono senza fare nulla. Sono destinati ad essere precari a vita”.

Esposito spiega nel dettaglio il paradosso dei camici grigi: “È rilevante il problema dei camici grigi: sono tutti quelli che stanno svolgendo un ruolo come medici convenzionati. È come se fossero titolari, ma non lo sono, né lo diventeranno mai. Sono i medici che fanno le sostituzioni”.

“Un percorso per loro potrebbe essere previsto, senza ledere i diritti di nessuno, là dove sono pubblicate le zone carenti, prive di medico di base o di continuità assistenziale. Ad esempio in Lombardia pubblicano sessanta zone carenti e riescono ad assegnarne venti o trenta, dunque ne rimangono scoperte quaranta. In casi come questo tutti coloro che svolgono questo ruolo da almeno cinque anni potrebbero essere considerati equipollenti a chi ha frequentato il corso di formazione in medicina generale, acquisendo le competenze sul campo. Per non ledere il diritto di chi ha frequentato il corso, si dà un punteggio minore ai camici grigi, ma dove ci sono sedi vacanti si iniziano ad occupare le caselle, dando loro uno sbocco professionale”.

Al momento, nonostante la carenza di medici, il mondo politico non sembra voler trovare una soluzione, conferma Esposito: “Non si riesce nemmeno a trovare una soluzione. Noi abbiamo fatto una proposta. Abbiamo delle zone carenti sia di assistenza primaria che di continuità assistenziale, che restano vuote perché non ci sono medici a sufficienza; al contempo ci sono disposizione undicimila medici precari a vita che non riescono a entrare. Si potrebbe provare a fare un percorso ad hoc per loro. L’equipollenza potrebbe essere una soluzione: chi ha lavorato per cinque anni in convenzione potrebbe essere considerato equipollente”.

La carenza di medici nel 118

Il problema si riscontra anche nel servizio del 118, denuncia Esposito: “Nel 118 esiste un grave problema. Ci sono i medici dipendenti, che superano il concorso previsto dalla legge del 1998 e hanno tutti i vantaggi dello status di dipendente: ferie, malattia, ma anche dal punto di vista della tutela. Per i medici in convenzione, però, le cose sono diverse. Se uno viene denunciato, la denuncia è nei confronti dell’azienda, che è titolare dell’impiego. Se invece è denunciato un medico in convenzione, è aggredibile ad personam: sia l’azienda sanitaria che il paziente possono aggredire giudizialmente il medico”.

“Su questo fronte stiamo sollecitando a far diventare effettivo quanto previsto da una legge del 1998: i medici con più di cinque anni di servizio al 31 dicembre 1998, fatto salvo che alla pubblica amministrazione si accede sempre tramite concorso ed è ineludibile, possono fare il concorso riservato. Ci avevo provato più volte con vari deputati, chiedendo un emendamento con questa scadenza, in modo che sia posticipata al 31 dicembre 2007. In questo modo avremmo una serie di medici che potrebbero effettuare il concorso riservato ed entrare nel 118.”

“Ci sono posti scoperti che non si riescono a coprire. In Calabria, ad esempio, ci sono tante postazioni di 118 dematerializzate, che non hanno più il medico a bordo perché non se ne trovano. I medici che sono pagati, come nella continuità assistenziale, preferiscono fare quella rispetto ai rischi del 118. La continuità consiste in interventi di bassa criticità, il 118 interviene in emergenza.”