- Advertisement -
Lorella Carimali: “La scuola è un albero, non una fabbrica”

Lorella Carimali: “La scuola è un albero, non una fabbrica”

La professoressa Lorella Carimali è stata tra le finaliste del Nobel per l'insegnamento. La sua visione della matematica come possibilità di rinascita per l'Italia, per pensare meglio.

Mala-giustizia, burocrazia e carenza infrastrutturale sono alcune delle più riconosciute mancanze del nostro Paese. Si sottovaluta però un’altra emergenza: l’analfabetismo funzionale, ossia l’incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella gestione delle situazioni più o meno complesse della vita quotidiana.

In base ai dati dell’indagine PIAAC-OCSE del 2019, il 28% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale; un dato tra i più alti d’Europa. Una piaga che ha pesanti ripercussioni sulla vita democratica e sulle capacità di sviluppo di un Paese, che richiede un profondo ripensamento anche del sistema scolastico e delle modalità di insegnamento.

L’8 settembre è stata la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, e proprio l’8 settembre è uscito il libro L’equazione della libertà (Rizzoli), in cui la docente milanese Lorella Carimali propone – attraverso la sua trentennale esperienza di insegnante – uno strumento per opporsi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale e diventare cittadini migliori: la matematica. L’obiettivo è scardinare i pregiudizi che fino a ora hanno rinchiuso l’insegnamento di questa disciplina in una sterile torre d’avorio, limitando le opportunità e la formazione delle nuove generazioni.

Professoressa Carimali, lei è convinta che la matematica possa rappresentare uno strumento di rinascita per il Paese. Perché?

In Italia cresce l’analfabetismo funzionale e sono sempre troppo pochi i laureati in materie scientifiche. Il nostro problema è la mancanza di pensiero matematico. La matematica è visione, capacità di andare oltre gli schemi e creare ciò che ancora non esiste. Con l’emergenza sanitaria il mondo è cambiato e ci impone di trovare una nuova idea di società, oltre che di scuola. Per rinascere dobbiamo perciò immaginare un mondo nuovo con soluzioni inedite, senza reiterare formule e modelli del passato. Dobbiamo individuare su quali pilastri ricostruire e metterli a sistema. È ciò che fa la matematica, ma i nostri dirigenti spesso non possiedono questa competenza: non è un giudizio politico, ma una constatazione a partire dall’analisi del tipo di formazione che hanno alle spalle. La matematica va allenata, se la si sviluppa in modo che diventi parte integrante del nostro modo di pensare e agire.

Come si fa? Ricordiamo che, grazie al suo metodo, è stata selezionata nel 2018 dalla Varkey Foundation tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize, il Nobel per linsegnamento.

Bisogna innanzitutto insegnare a pensare matematicamente, sviluppando la capacità di intuire, immaginare, progettare, dedurre e controllare, per poi quantificare e misurare fenomeni e fatti della realtà. Tenendo fissi gli assiomi, che costituiscono i valori fondanti e condivisi della matematica, dobbiamo imparare ad applicarli a ogni cambiamento di scenario per trovare e poi dare le risposte che ci servono.

Ma quanto è difficile per gli insegnanti insegnare la matematica, così come le altre materie scientifiche?

È una sfida non semplice. Per me è importante il riferimento a Pensieri lenti e veloci dello psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, che ha studiato come si sviluppano i giudizi e quali sono i processi decisionali che conducono ad alcune scelte piuttosto che ad altre, soprattutto in condizioni d’incertezza. Quando deve operare una scelta la mente umana esegue due tipologie di pensiero, che Kahneman definisce sistema due e sistema uno. Il sistema uno, il pensiero veloce, è una sorta di pensiero intuitivo, automatico, senza sforzo, associativo, difficile da controllare e quindi più soggetto ai bias cognitivi e agli stereotipi. Il sistema due, il pensiero lento, è razionale, sequenziale e logico, agisce in modo controllato ma richiede maggiore sforzo cognitivo, ed è quindi faticoso. Con la matematica punto a sviluppare sempre più il sistema due: consegno ai miei studenti sfide alte da affrontare, ma non irraggiungibili, facendoli magari lavorare insieme e premiando non tanto la performance quanto l’impegno. Così saranno sempre più spronati a procedere verso nuovi obiettivi, senza fermarsi al sistema uno, all’apparenza, all’applicazione delle formule e delle procedure senza riflessione critica.

Ancora molti giovani italiani continuano a puntare su una formazione non STEM, quando invece cresce la ricerca di profili di carattere informatico e scientifico nel mondo produttivo. Perché?

È un problema culturale che non affligge solo l’Italia, ma nel nostro Paese ha dimensioni maggiori. Non si tratta di un problema di orientamento, bensì di stereotipi profondamente radicati, raccolti in trent’anni di insegnamento, che cerco di smantellare nei vari capitoli del mio libro e che andrebbero potati alla radice. Non bastano i/le role model: se tu pensi che la matematica non faccia per te, che sia per pochi (magari uomini), il danno è già compiuto. La psicologa cognitiva della Stanford University Carole Dweck ha analizzato l’influenza sull’apprendimento del modo di intendere l’intelligenza. Secondo Carole Dweck, le teorie dell’intelligenza possono essere suddivise in due macrocategorie: le teorie entitarie e quelle incrementali. Il primo gruppo concepisce l’intelligenza come un’entità fissa e immutabile, che ogni individuo riceve alla nascita e sulla quale non ha alcuna possibilità di accrescimento, e l’insuccesso è visto come qualcosa di negativo rispetto a una qualità innata. Secondo le teorie incrementali, invece, le abilità cognitive sarebbero il risultato delle stimolazioni ambientali, di vita e delle esperienze di apprendimento, che a partire dal patrimonio di risorse individuali permettono un ampliamento non tanto della conoscenza, quanto degli strumenti di analisi e comprensione del reale. In questa logica l’errore non è un limite, ma un’opportunità per andare oltre e aprirsi a nuova conoscenza. È fondamentale per noi genitori e insegnanti riflettere sul modo in cui intendiamo l’intelligenza, perché spesso involontariamente lo trasmettiamo in classe e a casa, contribuendo a rinsaldare stereotipi negativi: “Non sei portata/o” oppure “la matematica non è per le donne”. La matematica è, invece, per tutti e tutte. Allenare una forma mentis dinamica e aperta alle sfide, alla risoluzione dei problemi, è proficuo anche per le aziende, perché persegue la creatività e non la ripetitività.

Lei fa parte della task force di 18 esperti della ministra Azzolina. C’è un progetto tra quelli elaborati che vorrebbe portare avanti con il designer Giulio Ceppi.

Sì, vorremmo realizzare nelle scuole di ogni ordine e grado “STEAM SPACE”, luoghi aperti e identificabili sul territorio come lo sono le biblioteche, dove immergersi nella cultura matematica e scientifica per scoprirne ed esplorarne la dimensione creativa: infatti parliamo di STEM, più l’A di arte. Oggi è fondamentale avere una mentalità polivalente: uno scienziato, un matematico o un designer sono pensatori creativi e innovativi che risolvono problemi e costruiscono modelli. Gli spazi non sono mai neutri, ma condizionano le modalità didattiche. Gli ambienti che, trasformandosi, diventano essi stessi “maestri” (citando Montessori) per i bambini, favoriscono l’apprendimento cooperativo, la libertà di scelta e la transdisciplinarità. L’obiettivo è coinvolgere anche aziende per la produzione di arredi specifici, elaborando un concept esportabile magari anche all’estero sotto l’egida del Made in Italy. 

Per lei la scuola ha rappresentato un ascensore sociale; oggi non è più così. Come dovrebbe cambiare il sistema scolastico italiano?

Più che ascensore sociale parlerei di riscatto sociale, nel senso che la matematica mi ha permesso di essere la Lorella che volevo essere, ho trovato la mia collocazione. Per questo nessuno deve essere lasciato indietro. La scuola è un “Noi”, una comunità che ricerca, impara e si nutre di libertà, intelligenza, passione e collaborazione: questo è il presupposto che non va mai dimenticato. Serve una nuova strategia che parta dai dati fondamentali. Il sistema scolastico attuale fa ancora riferimento al modello Gentile del 1923; nei decenni sono state realizzate riforme solo parziali e per lo più amministrative. Occorre ripartire da una forte idea pedagogica: che scuola vogliamo? In un mondo sempre più insicuro e incerto, la scuola deve allenare a pensare, per dare a ogni studente e studentessa la libertà di esprimersi e realizzarsi consapevolmente.

Che scuola vorrebbe Lorella Carimali?

Un’idea che superi quella di scuola come fabbrica e che diventi scuola come albero, con tanti rami su cui ogni studente e ogni studentessa possa arrampicarsi nel rispetto del proprio essere. In tale logica si supera il paradigma del capitale umano per arrivare a quello dello sviluppo della persona nella sua interezza. Una scuola che formi persone capaci di pensare con la loro testa e che abbiano il coraggio di usarla, sia nel lavoro che nella vita, alimentando anche la ricerca, anima dell’innovazione in qualsiasi settore. Una scuola, quindi, che riesca a formare lavoratori e lavoratrici dallo spirito critico: risorse non solo esecutive ma anche proattive, che sappiano affrontare i cambiamenti tecnologici senza paura. Consentire lo sviluppo della cultura matematico/scientifica deve restare un obiettivo prioritario e costante di un sistema democratico ed economicamente sviluppato. La scuola dovrebbe “allenare” alla resilienza, all’intraprendenza, al coraggio, all’affrontare il rischio, alla collaborazione, all’empatia e alla gratificazione ritardata. Ma per far questo bisogna partire dall’anima della scuola, che è il corpo docente, e investire su di esso. Occorre ridare valore alla figura dell’insegnante, considerandolo fattivamente professionista intellettuale, andando oltre l’idea di missione.

Il titolo del suo libro è L’equazione della libertà. In che modo la matematica rende liberi?

La matematica apre la mente. È una competenza di cittadinanza che ci permette di prendere decisioni in maniera razionale, e non di pancia – il sistema due di Kahneman. Ci rende liberi dagli stereotipi, dai condizionamenti della società e anche dalle paure più radicate in noi. La matematica è relazione: rafforza l’empatia perché invita ad andare oltre l’apparenza e la superficie dei fenomeni, e quindi delle persone. La matematica è democratica: non conosce confini geografici, di genere, politici e religiosi; i postulati sono affermazioni che noi consideriamo vere, e quindi dobbiamo accordarci. Eccolo, ancora, il noi e non l’io.

In copertina Lorella Carimali sul palco di Nobìlita. Foto di Domenico Grossi.