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Lucio Zanca, UniBo: “Giovani, portate pazienza. Ma non troppa”

Lucio Zanca, UniBo: “Giovani, portate pazienza. Ma non troppa”

Secondo il docente di Orientamento al lavoro all’Università di Bologna la competenza che serve di più ai giovani nel mondo del lavoro è proprio la pazienza. Vediamo perché.

È importante discutere ancora di giovani e lavoro, perché ai giovani serve un lavoro, ma soprattutto sono gli stessi giovani che servono al lavoro, e purtroppo stanno irrimediabilmente calando. Interviene così Alessandro Rosina nel panel della tappa di Imola del Nobìlita Festival dedicata all’interrogativo Competenze giovani o giovani competenze, dove i protagonisti sono stati, per l’appunto, i giovani.

Ma c’è un aspetto che mi ha particolarmente incuriosito della discussione. Lucio Zanca, docente di orientamento al lavoro all’Università di Bologna, risponde a una domanda di Giorgio Zanchini, giornalista moderatore dell’incontro: qual è la competenza che i giovani dovrebbero sviluppare in maniera più urgente? La risposta è “la pazienza”, e lascia di sasso tutti i presenti, consapevoli che la pazienza è una virtù e non propriamente una competenza.

Muoversi nello spazio della virtù è quasi immediato per questa caratteristica umana “dei forti”, secondo il modo di dire preso in prestito da Shakespeare. Parliamo molto di pazienza, quando la paragoniamo a quella di Giobbe nelle condizioni estreme, oppure all’atteggiamento che ci permette di lasciare andare certe piccole cose che per fato o sfortuna ci sfuggono.

Ma ciò che ha affermato Lucio Zanca, accostando una parola come “pazienza” ai giovani, è un coraggioso assunto che si apre alla riflessione, tale da considerarsi un’ossimorica soluzione per parlare di condizione giovanile. Se si pensa che nella famosa intervista dedicata ai millennial di qualche anno fa Simon Sinek descriveva “impazienti” i giovani d’oggi, si capisce che forse è il momento di invertire la rotta e di riconsiderare la pazienza proprio come una competenza trasversale.

La velocità serve, ma solo a volte, e troppa pazienza fa male. Soprattutto ai giovani

Lo stimolo alla discussione operato da Lucio Zanca vede una spiegazione più ampia nel suo recente libro Welcome to the Jungle, edito da Gribaudo, dove il docente guida il lettore nella giungla del lavoro. Quando descrive e motiva il perché di questa metafora ci dice che Gao, capo della tribù di Boscimani che l’autore ha visitato, “precisa che in certi momenti (nella giungla e quindi nel lavoro, N.d.R.) ci si muoverà veloci, il che non vuol dire di fretta, bensì con passo rapido e sicuro per non inciampare negli ostacoli”. Come a suggerirci che la velocità e la corsa sono indispensabili, ma solo in alcuni momenti. Prima occorre saperci mettere in ascolto, in osservazione del contesto che ci circonda, e valutare ogni piccolo movimento da compiere.

Raffaele Gaito ha recentemente pubblicato il libro L’arte della pazienza, in cui si evince che la pazienza diventa espressione della costanza e del duro lavoro in attesa dei risultati sperati.

Date queste considerazioni mi sono chiesto fino a che punto i giovani devono mostrare pazienza nella ricerca del lavoro, ovvero quanto tempo impiegano nella transizione scuola-lavoro. In un’analisi su base europea condotta da Francesco Pastore, Claudio Quintano e Antonella Rocca dal titolo Stuck at a crossroads? The duration of the Italian school-to-work transition di Emerald Insight, si evidenzia che ai giovani italiani si prospettano lunghe attese prima di firmare un contratto di lavoro, mentre i loro coetanei europei impiegano meno tempo. L’analisi si basa su dati EU-Silc e riporta che i giovani italiani trovano lavoro, dall’uscita dalla scuola o università, mediamente in 28 mesi, ovvero poco più di due anni, mentre in altri Paesi europei la media è molto più bassa (per esempio 5 mesi in Austria e 4 nel Regno Unito).

In questi casi la pazienza mostra tutta la sua difficoltà a considerarsi caratteristica concreta di animi positivamente irrequieti, ma si pone come limite, stagnazione di crescita e sviluppo dell’individuo. Questa è la pazienza inattiva, da rifuggire e contrastare.

La peggior forma di pazienza: l’Italia prima in Europa per numero di NEET

Un altro dato interessante è quello che proviene dal Rapporto 2021 di AlmaLaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati, che riporta le due valutazioni del placement dei laureati a un anno e a cinque anni dal conseguimento del titolo. Il primo dato è pari al 69,2% dei laureati di primo livello e il 68,1% dei laureati di secondo livello, mentre a cinque anni la valutazione corrisponde all’88,1% dei laureati di primo livello e all’87,7% dei laureati di secondo livello. Non bastano i quattro anni che separano la prima dalla seconda valutazione a regolarizzare la situazione occupazionale, ma mancano ancora all’appello ancora il 12-13% di disoccupati o inattivi. È vero che potrebbero riguardare anche persone che sono temporaneamente disoccupate all’atto della seconda indagine, ma il numero finale è ancora basso e sottolinea una situazione di disoccupazione perdurante.

Da questi dati si capisce che forse la pazienza rischia di farsi frustrazione, ed è evidente soprattutto nell’alto numero di NEET in Italia. La pandemia non ha fatto altro che aggravare il dato negativo, che passa dal 22,1% del 2019 al 23,3% del 2020 (dati Eurostat), posizionando l’Italia al primo posto europeo per numero di non attivi, non occupati, non iscritti a corsi di formazione.

Questi numeri, oltre a essere sconfortanti, portano con sé conseguenze disastrose: da una pubblicazione sui NEET in Italia di Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale alla Cattolica di Milano (NEET. Giovani che studiano e non lavorano, Vita e Pensiero), presente al panel di Nobìlita, è emerso che “più si rimane nella condizione di NEET e più si sprofonda, come molti studi confermano, in una spirale di deterioramento di competenze e demotivazione particolarmente corrosiva”.

È sempre più importante non stare fermi, immobili in paziente attesa, ma ritrovare nella pazienza quella componente attiva che ci porta ad ascoltare gli altri, a osservare prima di agire, a costruire la nostra visione professionale per mezzo di un orientamento mirato.

E allora non possiamo che trovarci nuovamente d’accordo con Lucio Zanca, che scrive in uno dei capitoli finali del suo libro che “una visione prende vita quando viene messa in atto. Se stai fermo, perdi efficacia e alimenti il dubbio”.

Foto di copertina: Lucio Zanca sul palco di Nobìlita 2021 – Imola.

Credits: Domenico Grossi.

L’articolo prende spunto dal panel “Competenze giovani o giovani competenze?”, che puoi seguire cliccando qui.