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Ma le città sono pronte per l’urbanizzazione?

Ma le città sono pronte per l’urbanizzazione?

I processi di inurbamento sono più forti di pandemie e nuove tecnologie, ma impongono di ripensare i nostri insediamenti alla radice di qui al 2070. Ne parliamo con il demografo Alfonso Giordano e l'architetto Gianni Biondillo.

Andrea Ballone

15 Ottobre 2021

«Vieni in città, che stai a fare in campagna, se vuoi rifarti una vita devi venire in città». Così cantava Giorgio Gaber nel 1972. Altri tempi. L’Italia viveva gli ultimi strascichi del boom economico, prima della crisi petrolifera del 1973, e per le masse contadine, specie quelle del Meridione, la città era un obiettivo da raggiungere e un salto verso una migliore qualità della vita.

Nell’ultimo anno però molte realtà urbane si sono spopolate, complice la decisione di molte aziende di protrarre lo smart working. Anche se le previsioni degli urbanisti non mutano: in futuro il numero degli abitanti delle città continuerà ad aumentare, anche se il concetto stesso di metropoli subirà delle modifiche e gli spazi si dilateranno.

Un ruolo fondamentale in questa dinamica la giocherà la tecnologia, che avrà il ruolo di accorciare le distanze con le periferie, ma allo stesso tempo anche i manager dovranno operare scelte in un senso o in un altro. Le città cambieranno grazie allo smart working solo se ci sarà la volontà di farlo, insomma.

Il demografo Alfonso Giordano: «Ecco perché l’urbanizzazione non si fermerà»

«Nel 1950 – dice Alfonso Giordano, geografo politico e demografo – poco più del 30% della popolazione era urbanizzato. Nel 2008 il numero delle persone nel mondo che vivono in città per la prima volta ha superato chi vive nei centri periferici; nel 2050 si calcola che il 70% della popolazione mondiale risiederà in una città o in una grande area metropolitana. Non aumenterà soltanto la percentuale, ma anche i numeri in assoluto, perché si registra un incremento della popolazione mondiale. Le persone continuano a spostarsi, perché si dedicano sempre meno all’agricoltura, che rimane un’attività stanziale. Il movimento verso le città è iniziato con la rivoluzione industriale. Si va in città perché la vita delle persone è migliore, nonostante la sovraurbanizzazione porti anche elementi negativi, come l’inquinamento e il costo della vita, che invece allontanano dalla città.»

Questo spostamento che non accenna a fermarsi, però, porta con sé problematiche e costi sociali: «Nel caso di trasferimenti massivi, se non ci sono infrastrutture sufficienti è difficile che la città riesca a ricevere la popolazione. Negli ambienti rurali si pensa che in città si possa stare meglio, ma chi vi emigra, quando arriva e non trova quello che si aspettava, tende a inasprire i propri comportamenti, creando delle gang urbane. Ci sono bolle con tanti giovani, dall’età che oscilla tra i 25 e i 30 anni, che se non trovano lavoro diventano un pericolo sociale. L’80% dei conflitti che si crea nelle aree metropolitane nasce in Paesi in via di sviluppo. L’urbanizzazione non porta vantaggi, in questo caso. La Cina si sta muovendo per creare delle infrastrutture, anche se ad esempio manca ancora l’aspetto del preoccuparsi che i bambini vadano a scuola».

Né in campagna né in città: «Potremo avere un modello a metà»

La tecnologia, che comporta un aumento dello smart working o del telelavoro, potrebbe però invertire questa tendenza alla base di molti conflitti sociali.

«Non credo che la tecnologia fermerà l’impellenza dell’urbanizzazione», continua Giordano, «perché le città offrono dei servizi reali e di esperienza che non offrono i piccoli paesi. L’esperienza virtuale non rimpiazza quella urbana, come la creazione di poli di ricerca. I talenti hanno bisogno di interazione, che tra tutti i beni è l’unico che non si può delocalizzare. I premi Nobel non si vincono in solitudine. Per molte categorie di persone, al contrario, la tecnologia potrà fermare questo tipo di urbanizzazione. Potremo avere un modello che è a metà, ma non potremo fare tutto a distanza».

Anche il modello a metà non nasce da solo, ma richiede un intervento dall’alto e uno sviluppo guidato non soltanto dalla tecnologia, ma dalle scelte delle persone. «La parte virtuale – spiega Giordano – dipenderà dalla cultura manageriale e dalla cultura urbana. La tecnologia è solo un mezzo. Poi bisogna vedere se avremo la capacità di ristrutturare il sistema. Lavorare a distanza significa lavorare per obiettivi, cominciando a rivoluzionare il lavoro pubblico. Ci vogliono manager che rivoluzionino gli obiettivi, che cambino il rapporto con il dipendente. L’adattarsi ci porterà a un minore inquinamento, ma avremo altri costi, come ad esempio una maggior produzione di dispositivi elettronici e una maggior spesa per l’elettricità. Questa transizione è incredibilmente veloce e lo sarà più di quello che è stata la rivoluzione industriale, che ci ha messo duecento anni per arrivare a tutti gli angoli del pianeta. Questa è una rivoluzione velocissima, perché corre su cavi sottomarini e occupa spazi virtuali. La tecnologia è sempre più impellente. Noi non ci rendiamo nemmeno conto di come è cambiata la nostra vita».

«Le città vanno ridisegnate all’insegna della sostenibilità»

La grande sfida per l’urbanistica è poi quella che riguarda le città del futuro, che dovranno essere disegnate in modo diverso.

«Dobbiamo chiederci come progetteremo le città», spiega Giordano. «Potranno essere costruite attraverso l’inserimento di un algoritmo che tiene conto dell’afflusso di reddito, dei tipi di lavori, ma anche di altri elementi. Uno dei temi da affrontare è quello della sostenibilità urbana. Si tratta di avere nuovi mezzi per gestire le città, nelle quali ci sarà meno agglomerazione, ma non scompariranno». E di sicuro saranno molto diverse da come sono oggi, anche come dimensioni.

«Oggi le città hanno una conformazione concentrica. Al centro ormai ci sono solo uffici, in una seconda fascia si trovano le grandi ville, poi c’è un anello con gli uffici della classe media, come avvocati, medici e commercialisti, e infine gli immigrati, che sono utili a tutti per le mansioni che svolgono. Quello che succede è che poiché il centro diventa sempre più costoso la classe media va ad abitare nelle periferie, che hanno costi più vivibili. Non tutte le città offrono la stessa cosa. Roma, che è la più grande città italiana, al di fuori del raccordo è una periferia dove mancano i servizi; Milano è un’area metropolitana.»

Capire dove arrivino i confini di una città oggi è complesso, ed è un tema che si trova al centro del dibattito. «La città metropolitana di Milano – dice Gianni Biondillo, architetto, scrittore e antropologo – va da Novara fino a Brescia, e in alto fino a Mendrisio. Quando c’è molto inquinamento nel centro di Milano anche a Mendrisio si prendono provvedimenti. I teorici dell’architettura da anni ormai ragionano in questo senso, anche se poi le scelte pratiche appaiono diverse, come dimostrano i molti grattacieli che sono sorti nel centro di Milano, come nella zona di CityLife. In piena pandemia erano completamente vuoti. In questo senso la città va ridisegnata; anche se credo che molto difficilmente i centri urbani si svuoteranno, ci sarà un cambiamento. L’interazione reale non verrà mai meno».

L’articolo prende spunto dal panel “Una città per cambiare”, che puoi seguire cliccando qui e qui.

In copertina: Alfonso Giordano sul palco di Nobìlita 2021 – Ivrea. Credits: Domenico Grossi