Matera Open Future, ma qualcuno ha pensato al lavoro di domani?

“Open future” è il tema scelto come filo conduttore degli eventi di Matera Capitale della Cultura 2019 ma di lavoro strutturato non si parla ancora in modo netto. Ne parliamo con due organizzatrici del progetto.

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Fare di Matera un palcoscenico urbano, dando a tutti la possibilità di partecipare a una grande festa collettiva frutto della creatività lucana. È questo, in sintesi, l’obiettivo della Fondazione Matera-Basilicata 2019, “braccio operativo” che ha ideato il vasto programma che in 50 settimane e 330 giorni di programmazione sta portando il piccolo gioiello lucano, dichiarato patrimonio dell’Umanità nel 1993, alla ribalta internazionale.

Cinque i temi portanti dell’evento: Radici e percorsi, Continuità e rotture, Futuro remoto, Utopie e distopie, Riflessioni e connessioni; quattro le mostre pensate per raccontare il territorio; cinquanta le produzioni teatrali originali messe in scena a Matera e nel resto della Basilicata (per metà frutto di un percorso di co-creazione fatto con la scena creativa lucana, il resto realizzato con istituzioni culturali internazionali, europee e italiane); due i pilastri su cui tutto si regge: l’Open Design School, punto permanente di sperimentazione e innovazione interdisciplinare, e I-dea, una sorta di archivio degli archivi del patrimonio artistico, culturale e etnografico realizzato attraverso la mappatura dei registri regionali, affidata a cinque artisti internazionali per installazioni temporanee.

Ne parliamo con Rossella Tarantino e Ariane Bieou, rispettivamente direttrice sviluppo e networking e manager culturale della Fondazione.

 

Le cifre della kermesse

La realizzazione del programma culturale è costata 48 milioni di euro, 11 dei quali messi dalla regione, 30 dall’Italia e 7 da privati. Quarantotto settimane di programmazione. La metà del programma culturale, 27 progetti, realizzati da associazioni lucane con un investimento di 6 milioni di euro da parte della Fondazione e il coinvolgimento, diretto e indiretto, di circa 3.000 lucani e un centinaio di partner internazionali. Gli artisti e curatori coinvolti sono 117, i Paesi europei 27, le regioni italiane tutte. L’80% del programma culturale è caratterizzato da anteprime assolute a livello mondiale.

Con questi numeri Matera si è presentata il 19 gennaio scorso alla cerimonia di apertura, che «è stata una grande festa di popolo e popolare, grazie alla presenza di centinaia di bande italiane ed europee che hanno suonato musiche diverse tra loro. È stata anche la rappresentazione di una diversità europea molto forte» esordisce Rossella Tarantino, materana doc e per questo, come lei stessa ammette, «un po’ di parte». Manager di esperienza, che si è fatta le ossa in Italia e all’estero prima di tornare a casa, ha un’idea ben precisa di ciò che significa per la sua città essere Capitale Europea della Cultura, vale a dire «la possibilità di esplorare nuovi modi di fare cultura, di partecipare, di confrontarsi, di porsi domande diverse, anche scomode, e andare al di là dei propri confini, posizionandosi nella mappa delle città dove è possibile fare cultura».

Non perché Matera non sia già una città culturale, con la sua storia millenaria, i monumenti e il “patentino” di patrimonio mondiale dell’umanità concesso dall’Unesco, ma perché fino a poco tempo fa la produzione culturale era frutto del lavoro di pochi, che Matera 2019 ha esteso a tutta la scena creativa lucana.

Suoni dal futuro remoto

 

Culturale è politico

«Abbiamo chiamato artisti locali e da tutta Europa perché si contaminassero a vicenda e producessero opere ad hoc per Matera, mandando un messaggio da Matera all’Europa e dall’Europa a Matera» spiega Ariane Bieou, project manager che da Marsiglia 2013 è approdata nella città lucana con un obiettivo preciso: far emergere quella filosofia tipicamente mediterranea che si basa sul motto “Festina lente”. E chiarisce che, di fronte al ritmo accelerato che scandisce il nostro tempo, abbiamo bisogno di riscoprire il valore del tempo e della lentezza.

«Matera 2019 vuole fare da contraltare a una visione sempre più economica dell’Europa. Da qui, dalla Basilicata, è partita la proposta di un pensiero mediterraneo fondato sull’accoglienza e sull’accessibilità, temi attualissimi nell’Europa di oggi. Ciò sarà in gran parte ripreso dai programmi delle prossime capitali europee della cultura. Penso alla Croazia, alla Serbia, alla Romania e alla Grecia, che porteranno quest’idea del “Festina lente” all’interno dei loro programmi: è un modo per affermare l’esistenza del sud e del sud-est dell’Europa, partendo dalla cultura».

Co-creazione, passione e apertura sono le tre parole chiave che Ariane Bieou individua come fondamentali nel percorso fatto in questi anni. «La prima come metodologia utilizzata per costruire la kermesse lucana. Attraverso un programma di capacity di building abbiamo preparato il territorio e le competenze locali per poi farle confluire in una struttura che potesse fare massa critica. Metà dei progetti di cui è composto il programma è partita proprio dalla scena creativa lucana, in co-creazione con artisti nazionali e internazionali. Ciò ha permesso di produrre sinergie e collegare la regione e i suoi operatori con il resto del Sud Italia, con l’Italia e con l’Europa».

La seconda parola è passione, «quella che ci ha animato fin dall’inizio e che abbiamo condiviso con il territorio nella realizzazione dell’evento» continua la manager a capo del programma culturale di Matera 2019. Apertura, la terza parola, si identifica con il tema dell’evento “Open Future”, «l’elemento che ci ha permesso di aprirci al mondo, che rappresenta il seme che abbiamo piantato quest’anno e che speriamo crescerà nel futuro».

 

Matera Open Future. Con il territorio al centro

Matera 2019 è frutto di un lavoro collettivo che parte dal territorio. “Capitale per un giorno” vede ogni comune della Basilicata promotore di proprie iniziative, in linea con i temi del programma. “I Cammini: alla scoperta delle tracce di religiosità nel territorio Matera-Basilicata” coinvolge tutte le diocesi lucane, con oltre cento appuntamenti per valorizzare il patrimonio ecclesiastico della regione. Con i progetti Gardentopia e Lumen i cittadini, insieme a designer nazionali e internazionali, hanno realizzato giardini di comunità e percorsi di luce.

Infine il Passaporto 2019, un pass per accedere a tutte le manifestazioni di Matera 2019, e insieme uno strumento per acquisire la cittadinanza temporanea da cui deriva un diritto-dovere: il diritto di vivere con calma e approfondimento l’offerta culturale e il dovere di portare un oggetto a Matera, simbolo della propria idea di cultura.

«A fine aprile i passaporti venduti ammontavano a 30.000. Un primo obiettivo raggiunto è quello di aver consentito a chi di solito non frequenta i luoghi della cultura di vedere spettacoli, mostre, eventi culturali. L’altro è quello di aver permesso ai turisti di attraversare la città insieme ai materani, creando una relazione agevolata dalla cultura» spiega Rossella Tarantino. La manager rivendica con orgoglio due aspetti “locali” di Matera 2019: il coinvolgimento di tanti giovani nella Fondazione («abbiamo valorizzato le loro esperienze, la loro competenza e la loro curiosità») e l’impronta fortemente lucana di tutto il programma («l’autenticità e l’accoglienza che si respira nei paesi della Basilicata sono state un valore aggiunto nella costruzione degli eventi»).

Un’immagine di Piazza Sedile invasa di turisti e materani

 

La sfida oltre il 2019

Quando a dicembre si spegneranno le luci sul grande palcoscenico lucano, cosa rimarrà di tutto questo? Di certo una forte spinta alla filiera turistica, che a fine manifestazione, secondo le stime, segnerà 700.000 presenze sul territorio regionale. E poi uno sviluppo sul fronte delle telecomunicazioni. Matera, infatti, è tra le cinque città italiane scelte per la sperimentazione del 5G, con investimenti per 60 milioni da parte dei principali player del settore. Inoltre, una rinnovata vivacità di riflesso di cui l’industria regionale può godere per via dei molti investimenti su infrastrutture, tangibili e intangibili, arrivate in questi anni. Ma non solo.

«Resteranno le tantissime produzioni originali che abbiamo prodotto e coprodotto, per la maggior parte realizzate da operatori culturali lucani, che da dicembre gireranno per le prossime città capitali europee della cultura e in tutto il mondo. Resterà una scena creativa regionale rivitalizzata dall’incontro con artisti internazionali e contaminata dall’energia dei tanti giovani che abbiamo chiamato a lavorare per questo evento. Infine, resterà il “modello Matera” come esempio di modo per produrre cultura e renderla accessibile», conclude Rossella Tarantino.

Noi ci chiediamo invece se tutto questo – finora meritevole e impeccabile – possa davvero bastare per diventare un modello e farsi riconoscere dagli altri come tale. Ad oggi abbiamo cercato invano di intercettare dati occupazionali su Matera e dintorni, aldilà dei soli numeri legati all’arte, al cinema e alla cultura: questi settori nobili per il nostro Paese hanno bisogno di essere incardinati in un sistema di managerialità e forse è ancora presto per interpretare come la Fondazione e le Istituzioni abbiano agito aldilà dei cartelloni e degli eventi. Le politiche attive sul lavoro partono da lontano e richiedono tempo ma Matera ha già aspettato qualche secolo di troppo.

Foto di copertina della Fondazione Matera Basilicata 2019

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