Uno degli aspetti più tragici della fuga dei medici verso le miniere è proprio l’inversione della loro funzione sociale, anche se molti di loro, pur lavorando come minatori, finiscono per prestare assistenza sanitaria informale ai loro compagni di scavo in condizioni di precarietà assoluta. E le malattie, nei siti estrattivi, non mancano di certo, con l’Arco Minero che è diventato l’epicentro di un’emergenza sanitaria nazionale: il ritorno della malaria.
La distruzione indiscriminata delle foreste e la creazione di innumerevoli pozzi di acqua stagnante per il lavaggio dell’oro hanno creato l’habitat ideale per la proliferazione delle zanzare del genere anopheles. Così il Venezuela, che a metà del XX secolo era stato uno dei primi Paesi al mondo a eradicare la malaria, oggi conta centinaia di migliaia di casi all’anno.
Per di più, i medici-minatori la affrontano senza farmaci adeguati. Spesso gli unici trattamenti disponibili sono quelli venduti al mercato nero a prezzi esorbitanti, e talvolta sono contraffatti; una malattia curabile diventa una sentenza di morte per chi è troppo povero – o troppo malato per continuare a scavare.
Oltre alle malattie infettive, i medici affrontano la minaccia chimica del mercurio, utilizzato per separare l’oro dai sedimenti in un processo che prevede la formazione di un amalgama poi scaldato con torce artigianali per far evaporare il mercurio e lasciare l’oro puro. La trafila produce un fumo tossico che viene inalato dai lavoratori, spesso privi di qualsiasi protezione respiratoria. L’esposizione al mercurio elementare ha effetti neurotossici devastanti, descritti dalla letteratura medica con una triade di effetti: tremori, disturbi neuropsichiatrici e danni renali. Nei casi più gravi si osservano sindromi cerebellari asimmetriche, atassia e perdita delle funzioni cognitive.
Le analisi condotte su campioni biologici in comunità minerarie hanno mostrato concentrazioni di mercurio nei capelli che superano gli 8,41 mg/kg, quando il limite di sicurezza stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è di 2,2 mg/kg. Per un professionista della salute, lavorare in queste condizioni significa assistere alla degradazione neurologica propria e dei propri colleghi; ma non è che un’altra forma di sacrificio sull’altare della necessità economica.
Il costo del lavoro nelle miniere non si misura solo in vite umane, ma anche nella distruzione dell’ecosistema amazzonico. L’uso massiccio di cianuro e mercurio sta avvelenando i fiumi Caura, Caroní e Cuyuní, che alimentano il bacino idrografico dell’Orinoco e forniscono la maggior parte dell’energia idroelettrica del Paese attraverso la diga del Guri.
La deforestazione ha raggiunto livelli record: nel solo 2020, lo stato di Bolívar ha registrato la più grande perdita di copertura arborea degli ultimi vent’anni. Questo non è soltanto un disastro ecologico locale, ma una minaccia climatica globale che colpisce uno dei polmoni della Terra. Le comunità indigene (come i Pemón e i Piaroa) sono le prime vittime di questo ecocidio, costrette a vedere le proprie terre ancestrali trasformate in deserti di fango lunare, e i propri fiumi privati di pesce commestibile a causa della bioaccumulazione di mercurio.