Mida o Maduro: da medici a minatori d’oro

Un uomo col camice bianco setaccia oro in una miniera abusiva in Venezuela.

Un uomo che ha trascorso un decennio a studiare l’anatomia umana indossa stivali di gomma logori e una camicia impregnata di fango e sudore. Ieri reggeva in mano un bisturi, oggi stringe il manico di un piccone o manovra una batea, setaccio di legno utilizzato per separare l’oro dai sedimenti fluviali; il camice bianco è stato venduto per pochi bolívares in un mercato di strada a Ciudad Bolívar. Da medico è diventato un minatore d’oro, in un processo durato meno di un decennio.

Sembra una sceneggiatura distopica di dubbio gusto, ma non lo è: si tratta della realtà quotidiana di migliaia di professionisti sanitari nel Venezuela contemporaneo, un Paese dove la gerarchia del lavoro è stata capovolta da una crisi che sfida ogni logica macroeconomica, con le necessità della sopravvivenza che stanno cancellando ogni ambizione professionale.

La fuga dei medici verso le miniere d’oro illegali dell’Arco Minero dell’Orinoco rappresenta il punto di rottura di un patto sociale che legava lo Stato ai suoi cittadini più istruiti. In un sistema dove l’iperinflazione ha ridotto il valore del lavoro accademico a una frazione irrisoria del costo della vita, l’estrazione mineraria informale è emersa come l’unica attività in grado di fornire un reddito in valuta “dura” o in metallo prezioso, trasformando i prestatori di cura venezuelani in cercatori di pepite – in un ambiente che, per ironia della sorte, è l’antitesi di ogni norma igienica e di sicurezza.

Venezuela: un minatore guadagna più di un chirurgo

La causa prima di questo cataclisma professionale, come già accennato, è un’inflazione di proporzioni bibliche, innescata da scelte politiche scellerate (come la scelta di stampare moneta per finanziare il deficit pubblico), anni di sanzioni americane e dalla crisi petrolifera che dal 2008 grava sul Paese.

Il Venezuela ha vissuto uno dei tracolli economici più profondi della storia moderna, caratterizzato da una contrazione del PIL superiore all’80% in un periodo che non raggiunge i dieci anni. Per un medico chirurgo o un anestesista impiegato negli ospedali del settore pubblico lo stipendio mensile è diventato un’offesa alla dignità professionale, che merita un approfondimento a sé solo per capirne la drammatica entità.

Le cifre riportate dalle organizzazioni umanitarie attraverso l’Associated Press indicano che il salario minimo mensile in Venezuela si attesta intorno ai 130 bolívares, che al tasso di cambio attuale equivalgono a 33 centesimi di dollaro. Anche includendo i bonus governativi e i sussidi alimentari, il reddito complessivo di un professionista della salute nel settore pubblico supera di rado i 160 dollari al mese, quando la cesta alimentare di base, secondo l’Osservatorio Venezuelano delle Finanze, richiede oltre 500 dollari per l’acquisto. Per citare una professione che in Venezuela ha acquisito un certo rilievo dopo gli interventi trumpiani nelle dinamiche del Paese, un operaio del settore petrolifero incassa dai 150 ai 300 dollari al mese. Va meglio, ma non troppo, per i medici privati, che invece possono contare su una forbice di guadagno che va dai 237 ai 400 dollari mensili.

Quanto guadagna, invece, un minatore informale che estrae oro in una delle miniere dell’Arco Minero? Dai 500 ai 2.500 dollari al mese. Una quantità scioccante di denaro, se comparata alle professioni riconosciute citate poc’anzi.

Questa realtà ha creato una situazione in cui restare in corsia, più che una scelta professionale, diventa un lento suicidio economico: un giorno di lavoro in una miniera illegale può fruttare in oro più di quanto un medico guadagni in tre mesi di turni massacranti, svolti in un ospedale pubblico privo di acqua corrente, elettricità e farmaci essenziali. La scelta della miniera è una fuga disperata dalla fame.

L’Arco Minero, nuova frontiera del saccheggio

La meta di questo esodo interno è l’Arco Minero del Orinoco (AMO), una vasta area di 111.843 chilometri quadrati situata a sud del fiume omonimo, istituita per decreto nel 2016: rappresenta circa il 12% del territorio nazionale ed è suddivisa in quattro grandi aree ricche di oro, diamanti, coltan e bauxite.

Sebbene il governo di Nicolás Maduro avesse presentato il progetto come una soluzione strategica per diversificare le entrate dello Stato e regolarizzare l’attività mineraria, l’AMO si è trasformato in un territorio di frontiera, dove la sovranità statale è stata appaltata a una complessa rete di gruppi armati, capeggiati da pranes (acronimo di Preso Rematado, Asesino Nato, traducibile in “carcerato definitivo, assassino nato”) e formazioni paramilitari.

Ne consegue che la gestione delle risorse minerarie estratte avviene in un clima di totale opacità. Le indagini di Transparencia Venezuela indicano che la maggior parte dell’oro non finisce nelle riserve della Banca Centrale venezuelana (BCV), ma viene contrabbandata fuori dal Paese attraverso circuiti illegali gestiti da élite militari e criminalità organizzata.

Per un lavoratore che decide di scendere nelle viscere della terra a Bolívar o Amazonas, l’impatto con la realtà sociale delle miniere è brutale, con un ordine gerarchico stabilito dalla forza delle armi. L’estrazione è controllata dai pranes, capi criminali che gestiscono ogni aspetto della vita nei campi minerari, dall’assegnazione delle piazzole di scavo alla vendita del cibo, fino all’amministrazione di una giustizia sommaria e violenta.

In questo ecosistema, i medici divenuti minatori devono comunque somministrare vaccini, ma in maniera diversa: nell’AMO la vacuna (“vaccino”, appunto) è una tassa che ogni lavoratore deve pagare ai gruppi armati per avere il permesso di lavorare. Inoltre ci sono casi documentati di minatori – inclusi bambini e adolescenti – costretti a lavorare in condizioni di schiavitù sotto minaccia armata, mentre rapine, omicidi e scontri tra bande per il controllo dei giacimenti più produttivi sono la norma. Chi ha studiato per proteggere la vita umana si trova immerso in un ambiente dove la vita non ha alcun valore intrinseco, se non quello della forza lavoro che può generare.

Un Eldorado per malattie e intossicazioni

Uno degli aspetti più tragici della fuga dei medici verso le miniere è proprio l’inversione della loro funzione sociale, anche se molti di loro, pur lavorando come minatori, finiscono per prestare assistenza sanitaria informale ai loro compagni di scavo in condizioni di precarietà assoluta. E le malattie, nei siti estrattivi, non mancano di certo, con l’Arco Minero che è diventato l’epicentro di un’emergenza sanitaria nazionale: il ritorno della malaria.

La distruzione indiscriminata delle foreste e la creazione di innumerevoli pozzi di acqua stagnante per il lavaggio dell’oro hanno creato l’habitat ideale per la proliferazione delle zanzare del genere anopheles. Così il Venezuela, che a metà del XX secolo era stato uno dei primi Paesi al mondo a eradicare la malaria, oggi conta centinaia di migliaia di casi all’anno.

Per di più, i medici-minatori la affrontano senza farmaci adeguati. Spesso gli unici trattamenti disponibili sono quelli venduti al mercato nero a prezzi esorbitanti, e talvolta sono contraffatti; una malattia curabile diventa una sentenza di morte per chi è troppo povero – o troppo malato per continuare a scavare.

Oltre alle malattie infettive, i medici affrontano la minaccia chimica del mercurio, utilizzato per separare l’oro dai sedimenti in un processo che prevede la formazione di un amalgama poi scaldato con torce artigianali per far evaporare il mercurio e lasciare l’oro puro. La trafila produce un fumo tossico che viene inalato dai lavoratori, spesso privi di qualsiasi protezione respiratoria. L’esposizione al mercurio elementare ha effetti neurotossici devastanti, descritti dalla letteratura medica con una triade di effetti: tremori, disturbi neuropsichiatrici e danni renali. Nei casi più gravi si osservano sindromi cerebellari asimmetriche, atassia e perdita delle funzioni cognitive.

Le analisi condotte su campioni biologici in comunità minerarie hanno mostrato concentrazioni di mercurio nei capelli che superano gli 8,41 mg/kg, quando il limite di sicurezza stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è di 2,2 mg/kg. Per un professionista della salute, lavorare in queste condizioni significa assistere alla degradazione neurologica propria e dei propri colleghi; ma non è che un’altra forma di sacrificio sull’altare della necessità economica.

Il costo del lavoro nelle miniere non si misura solo in vite umane, ma anche nella distruzione dell’ecosistema amazzonico. L’uso massiccio di cianuro e mercurio sta avvelenando i fiumi Caura, Caroní e Cuyuní, che alimentano il bacino idrografico dell’Orinoco e forniscono la maggior parte dell’energia idroelettrica del Paese attraverso la diga del Guri.

La deforestazione ha raggiunto livelli record: nel solo 2020, lo stato di Bolívar ha registrato la più grande perdita di copertura arborea degli ultimi vent’anni. Questo non è soltanto un disastro ecologico locale, ma una minaccia climatica globale che colpisce uno dei polmoni della Terra. Le comunità indigene (come i Pemón e i Piaroa) sono le prime vittime di questo ecocidio, costrette a vedere le proprie terre ancestrali trasformate in deserti di fango lunare, e i propri fiumi privati di pesce commestibile a causa della bioaccumulazione di mercurio.

Bulla Loca, una tomba d’oro e di fango

La pericolosità dell’attività mineraria nell’Arco Minero ha anche un aspetto meccanico, oltre a quello criminale e sanitario. Le miniere illegali sono spesso scavi a cielo aperto o tunnel improvvisati senza alcun rinforzo strutturale, e il crollo della miniera Bulla Loca nella regione di La Paragua, il 20 febbraio 2024, ha mostrato al mondo l’entità del rischio.

Una parete di fango e terra è crollata su oltre 200 persone che stavano lavorando in un cratere profondo circa 30 metri, come riportato da Venezuelanalysis. Le immagini documentano scene di panico totale, con i sopravvissuti che cercavano di estrarre i propri compagni a mani nude dal fango. Sebbene il governo abbia confermato 16 morti ufficiali, le testimonianze locali e le organizzazioni indigene suggeriscono che il numero reale delle vittime sia molto superiore, dato che molti corpi sono rimasti sepolti o sono stati recuperati dalle famiglie senza essere registrati dalle autorità.

Il disastro di Bulla Loca non è un caso isolato. Solo pochi mesi prima, nel dicembre 2023, un altro crollo nella comunità di Ikabarú aveva causato dodici vittime. Ma la spinta verso le miniere è così forte che, nonostante questi incidenti mortali, molti minatori sono stati visti continuare a scavare per estrarre oro mentre le squadre di soccorso stavano ancora estraendo i cadaveri dalle macerie. Il rischio di morire sepolti è considerato accettabile, rispetto alla certezza di morire di fame altrove.

L’architettura del potere: oro, militari e sanzioni

Il fenomeno dei medici minatori si inserisce all’interno di un’economia politica improntata al saccheggio. L’oro è diventato la linfa vitale del governo di Nicolás Maduro, oggi ereditato dalla gattopardesca Delcy Rodríguez, specie dopo che la produzione petrolifera, un tempo la spina dorsale dell’economia venezuelana, è crollata da più di tre milioni di barili al giorno a meno di un milione, a causa di anni di cattiva gestione, corruzione e mancanza di investimenti.

Lo Stato controlla formalmente l’estrazione attraverso la Compañía General de Minería de Venezuela (Minerven), ma la realtà sul campo vede una simbiosi tra le forze armate (FANB) e i gruppi criminali. Il governo ha autorizzato “partnership strategiche” con 72 aziende, molte delle quali sono sospettate di essere facciate per il riciclaggio di denaro e il finanziamento di élite corrotte.

La dinamica del potere nell’Arco Minero segue uno schema preciso, nel quale l’esercito controlla i checkpoint, l’accesso ai carburanti e ai macchinari necessari per l’estrazione su larga scala, mentre migliaia di individui (inclusi gli ex medici) eseguono il lavoro manuale più pericoloso, che permette di scavare fuori il metallo nobile. L’orosporco” viene poi mischiato con l’oro prodotto in modo legale, fornendo al governo la liquidità necessaria per mantenere il controllo politico.

L’oro, in seguito, prende diverse strade: entra nelle riserve statali, appesantisce tasche private, oppure viene triangolato tramite economieneutre” che lo contrassegnano come proprio (ad esempio la piccola isola caraibica di Curaçao, priva di miniere), e poi rivenduto a raffinerie in diverse latitudini del mondo, come in Turchia o negli Emirati Arabi Uniti. Ma tra gli acquirenti dell’oro venezuelano figurano anche l’Italia e la Svizzera, che tra il 2012 e il 2018 hanno ricevuto più di 70 tonnellate d’oro in buona parte proveniente dal Paese sudamericano; un traffico da due miliardi di dollari destinato a rifornire il settore orafo, ma soprattutto aziende tecnologiche quali Tesla, NVIDIA e Apple, come riporta una recente inchiesta di IrpiMedia.

Le sanzioni internazionali, in particolare quelle statunitensi sulla Minerven, hanno cercato di colpire questo circuito; tuttavia il loro impatto è stato limitato dalla brevità dei periodi di applicazione e dalla capacità del regime di trovare rotte alternative di contrabbando. Ma per il medico minatore le sanzioni sono un’eco lontana: la sua preoccupazione immediata è che la batea restituisca abbastanza pagliuzze d’oro per comprare la farina di mais per la cena.

Il ponte verso l’Italia

Mentre migliaia di medici fuggono verso il sud del Paese, altri scelgono la via dell’esilio internazionale. Si stima che oltre 24.000 medici abbiano lasciato il Venezuela. Molti di questi sono medici italo-venezuelani, discendenti di quegli italiani che negli anni Cinquanta e Sessanta avevano trovato fortuna nel Paese sudamericano, e che ora compiono il percorso inverso, tornando in Italia per sfuggire al collasso.

Un caso emblematico è quello della Regione Molise, dove la carenza cronica di personale sanitario ha spinto l’Azienda Sanitaria Regionale (ASREM) a bandire concorsi aperti a medici con titoli conseguiti all’estero. E oggi oltre 30 medici venezuelani operano negli ospedali molisani, garantendo la continuità di servizi essenziali in reparti che altrimenti avrebbero dovuto chiudere.

Questi medici sono diventati una risorsa strategica per la sanità locale, e oltre al Molise i professionisti sanitari venezuelani operano in Calabria e in diverse cliniche private del Nord Italia. Molti di loro sono arrivati durante l’emergenza da COVID-19, lavorando in prima linea senza certezze sul loro futuro professionale. Il paradosso si sposta ora sul piano burocratico: nonostante la loro professionalità sia stata dimostrata sul campo, molti faticano a ottenere il riconoscimento definitivo della laurea dal ministero della Salute italiano, rimanendo in un limbo contrattuale che ne limita la stabilità.

Al di là dei cortocircuiti burocratici, i fatti restano immutati. Mentre il Venezuela perde i suoi medici migliori nel fango dell’Arco Minero, diversi Paesi occidentali beneficiano di questo capitale umano in fuga, delle sue cure e competenze; dall’altro lato, acquistano e rivendono in modo illecito l’oro estratto da mani addestrate per lavori di ben altra entità. Un regime che costringe i suoi medici a scegliere tra una corsia senza farmaci e una fossa senza tutele sta dichiarando che la vita vale meno del metallo che la finanzia. Quando un bisturi diventa un piccone, a forza di scavare, si seppellisce il futuro; e faremmo bene a ricordarlo anche noi, che quel futuro lo stiamo comprando un pezzo dopo l’altro.

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