La guerra rovescia il lavoro

La violenza fisica ed economica cambia il DNA dei Paesi; un fenomeno evidente se si analizza la situazione con la lente del lavoro. La piramide delle professioni, nelle crisi, si rovescia: i mestieri alti e bassi si scambiano di ruolo, mentre la società si riconfigura in base alle opportunità. In questo reportage raccontiamo come

La guerra rovescia il lavoro: un bambino yemenita lavora come autista

Questo è un articolo introduttivo al reportage di SenzaFiltro “La guerra rovescia il lavoro”, disponibile alla lettura per i sottoscrittori e per chi lo acquista sul nostro shop. Leggerlo in forma integrale significa sostenere il nostro giornalismo, e continuare a darci la possibilità di analizzare i fatti del mondo con la chiave del lavoro.

 

 

Nelle crisi profonde la piramide del lavoro rovescia la sua gravità. Le competenze scivolano ai margini e poi verso il basso; le professioni che un tempo garantivano status e stabilità diventano un lusso improduttivo; ciò che un tempo appariva residuale o indegno si impone come unica via di accesso alla sopravvivenza.

È nei luoghi di frattura che si capisce che il lavoro non è solo un’attività economica, ma l’architrave invisibile di un ordine politico e sociale.

Questo reportage nasce da qui: dall’idea che guerre, sanzioni, inflazioni e regimi illiberali penetrino nel tessuto più intimo delle società per alterarne le molecole professionali – e, attraverso esse, il senso stesso della dignità. Ogni shock è un laboratorio, ogni collasso un catalizzatore, e il lavoro, più di molte altre dimensioni, registra queste mutazioni come un sismografo.

In Venezuela la frattura economica ha prodotto un’alchimia crudele: il sapere accademico, eroso dall’iperinflazione, ha perso peso specifico rispetto alla pepita estratta nel fango dell’Arco Minero dell’Orinoco. Il camice bianco è stato sostituito dalla batea, la sala operatoria dal cratere: i medici fuggono a sud per diventare minatori d’oro illegali, mentre un Paese che aveva investito nella formazione dei suoi professionisti assiste alla conversione del capitale umano in materia prima.

Nello Yemen la guerra ha demolito le scuole prima ancora che le case, e con esse l’idea che insegnare possa essere un mestiere. Quando il salario scompare per anni, l’educazione diventa un atto volontario e precario; la sopravvivenza impone altre priorità, altre economie parallele, con tutte le loro forme di adattamento. L’ordigno inesploso si trasforma in risorsa da smontare, la droga in anestetico sociale, mentre i professori finiscono a fare gli spacciatori. E il futuro si accorcia fino a coincidere con il giorno dopo.

In Iran, dove la svalutazione monetaria ha eroso i redditi civili, il lavoro più sicuro è quello che si allinea al potere. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) è sia un apparato militare che una struttura economica in grado di elargire privilegi in cambio di fedeltà. La repressione diventa un settore occupazionale. Anche negli Stati Uniti, in un contesto diverso per storia e istituzioni, l’espansione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) offre opportunità professionali in un mercato del lavoro frammentato: la sicurezza come comparto dinamico, l’autorità come salario.

A Cuba la crisi ha inciso persino sul lessico. Lavorare significa arrangiarsi, intermediare, presidiare la scarsità; in una parola, lottare. La prossimità alla merce conta più del titolo di studio. Nascono mestieri d’emergenza, economie minute che sostituiscono funzioni statali esauste. Il valore si misura in accesso, non in competenza.

Infine, lungo il corridoio che unisce Kenya e Uganda al regno dell’Arabia Saudita, il contratto di lavoro assume una valenza proprietaria attraverso la kafala, mentre la retorica riformista di Vision 2030 convive con un sistema che consente l’abuso e l’uccisione delle lavoratrici domestiche. Qui la piramide non si limita a rovesciarsi: si dissolve nella trasformazione del corpo in bene vincolato, nella riduzione della mobilità a dipendenza giuridica.

Le storie di questo reportage non sono cronache esotiche di fallimenti lontani. Il loro significato è più sottile, ed è comune: la modernità, con le sue promesse di emancipazione attraverso la competenza, mostra una fragilità strutturale. Basta un conflitto prolungato, una moneta che evapora, un sistema legale che delega troppo potere ai privati, perché la gerarchia dei mestieri si capovolga e il prestigio si trasformi in zavorra. Sotto shock estremi, la civiltà non collassa in un istante; si riorganizza intorno alla necessità. E, nel farlo, decide chi può continuare a salire e chi deve scavare, sorvegliare, fuggire o tacere.

Indagare queste trasformazioni significa interrogare anche le nostre certezze.

 

 

 

In copertina: un bambino yemenita costretto a lavorare come autista. Credits: aa.com.tr

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