L’ultimo capitolo di questa trasformazione del lavoro di polizia è la sua internazionalizzazione, con la notizia della presenza di agenti ICE per la sicurezza delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che ha generato uno shock politico in Italia. Una reazione comprensibile, ma non del tutto motivata: gli operativi della polizia di frontiera americana, infatti, sono presenti e agiscono in Italia da più di un decennio.
Le fonti ufficiali del ministero dell’Interno e dell’ambasciata USA hanno chiarito che non vedremo agenti ICE pattugliare le strade di Milano o Cortina con poteri di arresto. Il ruolo sarà limitato a esperti della HSI distaccati presso una “control room” nel consolato USA di Milano, collaborando nella verifica dei documenti e nel monitoraggio di potenziali minacce per proteggere la delegazione americana, che includerà il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.
Ma perché l’ICE può operare in Italia? La base giuridica poggia su accordi storici. In particolare, il 25 giugno 2014, sotto il governo di Matteo Renzi, è stata ratificata la legge di esecuzione dell’accordo Italia-USA sul rafforzamento della cooperazione nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità (firmato in origine nel 2009). Questo accordo permette la condivisione di impronte digitali e profili DNA tra le agenzie dei due Paesi, lo scambio di segreti di Stato riguardanti la sicurezza pubblica, e la presenza di uffici HSI in Italia che lavorano da anni a stretto contatto con la Guardia di Finanza e la Polizia Postale per la lotta al cybercrimine e al traffico di droga.
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha definito l’ICE una “milizia che entra nelle case della gente” e ha dichiarato che non è la benvenuta – anche se, nei fatti e nel silenzio, lo è già da tempo. Ma la polizia di frontiera americana è diventata un brand tossico, un bersaglio internazionale colossale da colpire anche per un’opposizione inerte come quella italiana, e non importa che gli agenti inviati appartengano al ramo investigativo e non a quello delle deportazioni. Nei fatti non ha molto senso appropriarsi di questioni a stelle e strisce per attaccare gli avversari politici nostrani: nel farlo, la sinistra italiana si comporta in modo simile alla destra che ha provato a capitalizzare l’onda emotiva dovuta alla morte di Charlie Kirk.
Ma torniamo oltre confine. È sempre più chiaro che la sicurezza nell’America di Trump non è più un servizio pubblico neutrale, ma un settore economico iper-finanziato che prospera sulla polarizzazione e sull’emergenza. L’ICE mostra come lo Stato può trasformare il controllo sociale in un’opportunità di carriera per migliaia di individui, al prezzo di una progressiva erosione dei diritti umani e della dignità del lavoro stesso, ridotto a pura esecuzione tattica della forza.
Questo si aggiunge al grave costo reputazionale che le azioni di miliziani così approssimativi hanno imposto sul governo repubblicano, creando una fronda di dissenso interno al partito nei confronti del presidente e costringendo i repubblicani a prese di posizioni equilibriste: pare che dalle parti della Casa Bianca sia diventato vietato nominare il ghiaccio (“ice”, appunto) nelle dichiarazioni pubbliche anche in riferimento a fenomeni meteorologici, proprio per evitare di suscitare qualunque correlazione all’impopolarissima agenzia.
Alla fine della puntata di South Park, Mr. Mackey ha una resipiscenza e si rifiuta di fare ancora parte di un sistema disumano, per quanto conveniente. La sua parabola caricaturale coglie un punto dirimente: nell’America contemporanea la mobilità sociale passa sempre più dall’adesione a un apparato che promette stabilità economica in cambio di obbedienza operativa. È un modello di sicurezza post-moderno, non bene comune, ma occupazione in un settore trainante, soluzione individuale a un sistema che ha smesso di offrire alternative collettive. E mentre l’ICE cresce, si finanzia e si esporta, la domanda che resta sospesa non riguarda solo l’America, ma chiunque ne osservi il modello con attenzione: quanto a lungo una democrazia può reggere quando il lavoro più sicuro diventa quello di sorvegliarla.
L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.
Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro.
Sottoscrivi SenzaFiltro
Foto di Ashlee Rezin, dal Chicago Sun Times