Di mestiere pasdaran

Non solo fanatismo: dietro il corpo dei Guardiani della Rivoluzione, che tiene in piedi una teocrazia sempre più cruenta, ci sono forti ragioni economiche e motivazioni che passano per il lavoro, se in Iran gli ufficiali guadagnano più dei medici, e la maggior parte delle professioni civili è scivolata sotto la soglia di povertà

20.01.2026
Il capo del corpo dei pasdaran inginocchiato di fronte all'ayatollah Khamenei

L’inverno del dissenso, in Iran, è un quadro a tinte rosse. C’è il rosso della rabbia, buono per tutte le stagioni e le latitudini; c’è quello meno banale dei conti in banca, livellati da una delle peggiori crisi inflattive della storia recente; e poi c’è il rosso del sangue di migliaia di rivoltosi (per cui i numeri ad oggi oscillano tra le 4.000 e le 16.000 vittime), che fuor di palette si potrebbe chiamare rosso pasdaran, perché il suo spargimento è esclusiva di una speciale categoria di pittori: il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC).

Un passo indietro, al contesto.

Le proteste nate il 28 dicembre 2025 e proseguite nel gennaio 2026 hanno sancito il fallimento del contratto sociale tra la repubblica degli ayatollah e i suoi cittadini. In piazza non ci sono più solo gli studenti o le frange più progressiste della popolazione, ma i lavoratori e i componenti di una classe media impoverita fino all’osso; persone estenuate da mestieri divenuti insufficienti per sostenerli, ridotte a fare due o anche tre lavori, nel tentativo di tirare avanti – senza riuscirci. Le cause dell’inflazione risiedono nelle sanzioni secondarie varate da Trump nel 2018, ma non è l’unica ragione di malcontento: le infrastrutture iraniane mostrano la corda da diverso tempo, a tutti i livelli (basti pensare che nella capitale, Teheran, ci sono gravi difficoltà all’approvvigionamento idrico, blackout controllati per risparmiare energia, e una subsidenza endemica che fa sprofondare interi quartieri di circa 30 cm all’anno). La prospettiva di morire in piazza non è poi così terribile, se la sopravvivenza è diventata una variabile politica ingestibile.

In altre parole, quella iraniana non è una crisi ideologica, ma la conseguenza di una brutale matematica della fame, con il rial precipitato alla quotazione di 1,48 milioni per singolo dollaro statunitense nel gennaio 2026. La chiusura del Grand Bazaar di Teheran – storicamente il polmone finanziario del regime – è stata l’urlo di un sistema mercantile strangolato dall’iperinflazione: in Iran un televisore di importazione è arrivato a costare quattro anni di affitto di un appartamento a Teheran. Nella teocrazia sciita, in cui il costo della vita è aumentato del 70% in pochi mesi, la fedeltà non si compra più con le preghiere, ma con l’accesso alle risorse.

È qui che si traccia la demarcazione tra una popolazione civile che scivola nell’indigenza e una casta pretoriana, i pasdaran (“guardiani” in persiano; al singolare, pasdar), pagati per garantire che il collasso economico non si trasformi in caduta del regime. Chi sono queste figure? Come lavorano, in cambio di cosa? In estrema sostanza: per che ragioni continuano a difendere una dittatura che ha da tempo esaurito il suo credito nei confronti del fanatismo?

I Guardiani della Rivoluzione: un esercito “irregolare” con una propria economia

Partiamo dalla dimensione macroscopica. Il settore della difesa iraniano è solcato da una dicotomia strutturale: da un lato l’Artesh, l’esercito regolare, e dall’altro l’IRGC, i pasdaran.

L’Artesh, istituzione che precede la rivoluzione del 1979, è incaricato della difesa dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica dell’Iran, agendo come una forza militare convenzionale. Al contrario, l’IRGC è nato per proteggere la rivoluzione degli ayatollah e i suoi valori teocratici, cosa che giustifica l’intervento in ogni ambito della vita sociale, politica ed economica.

Questa differenza si riflette nelle risorse umane e finanziarie. L’Artesh è composto da 340.000 soldati, in gran parte coscritti (i figli dei cittadini comuni che spesso nutrono dubbi sulla legittimità della teocrazia), mentre l’IRGC seleziona i propri effettivi (oggi circa 210.000) tra i fedelissimi all’ideologia di regime, offrendo percorsi di carriera più rapidi e remunerativi. Secondo Iran Open Data, nel bilancio del 2025 la disparità è evidente: all’IRGC sono stati assegnati oltre 311 trilioni di toman (circa 6 miliardi di dollari; il toman è un multiplo del già citato rial), una cifra quasi doppia rispetto ai 177 trilioni di toman (pari a 3,4 miliardi di dollari) destinati all’Artesh.

La differenza tra esercito regolare iraniano e pasdaran

 

E le disparità non finiscono qui. Nella legge di bilancio per l’anno fiscale 2026 il governo iraniano ha ridotto le proprie entrate petrolifere previste del 63%, trasferendone la maggior parte ai Guardiani della Rivoluzione, ora responsabili dell’esportazione di circa 600.000 barili di petrolio al giorno, dalla quale possono trattenere i proventi per le proprie operazioni e per il finanziamento dei loro proxy regionali. Se le esportazioni continuano ai livelli attuali, questo si traduce in oltre 13 miliardi di dollari di entrate dirette per l’IRGC, al di fuori di ogni controllo parlamentare. Il petrolio diventa un bancomat preferenziale per accedere a fondi erogati in una valuta inossidabile.

Questo enorme afflusso di dollari permette all’IRGC di agire come uno Stato nello Stato, garantendo ai suoi membri pagamenti puntuali e bonus in valuta estera per le missioni internazionali (come in Siria, dove lo stipendio può arrivare a 150 dollari al mese in contanti, una fortuna nell’economia locale). Mentre l’Artesh combatte con equipaggiamenti obsoleti, l’IRGC gode di un finanziamento ben superiore, integrato da “progetti speciali di sicurezza” che permettono ai suoi effettivi di mantenere standard di vita inaccessibili ai soldati di leva.

A questo punto, si può scavare con più cognizione nelle attività svolte dai componenti dei Guardiani della Rivoluzione iraniana: come lavora un pasdar, e quali sono le sue mansioni?

La giornata lavorativa dei pasdaran

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica oggi costituisce un apparato onnipervasivo di gestione della sicurezza urbana. Per questa ragione, le mansioni lavorative di un pasdar nel 2026 differiscono da quelle di un soldato convenzionale, poiché spaziano dall’esercizio di una sorveglianza militare innestata nel quotidiano alla gestione economica: essendo una forza progettata per proteggere la rivoluzione piuttosto che i soli confini territoriali, il loro impiego è pervasivo in ogni ambito della società iraniana.

Le forze di sicurezza operano su schemi di turnazione continua da 8, 10 o 12 ore. Durante il giorno, i membri si dedicano spesso ad attività amministrative o di coordinamento presso basi locali, come moschee e centri culturali. Nei turni serali e notturni l’attenzione si sposta sulla sicurezza urbana, aumentando i controlli per prevenire assembramenti, monitorare graffiti e sorvegliare il rispetto dei codici di abbigliamento islamici.

Una parte fondamentale del lavoro quotidiano riguarda il monitoraggio della popolazione e la raccolta di informazioni. I pasdaran e i loro ausiliari (basij) fungono da polizia morale in parchi, checkpoint e università (specie là dove studenti e studentesse si incontrano in ambienti misti), arrestando chi viola le norme sull’hijab o sui comportamenti sociali. Di recente è stata intensificata l’attività di intelligence di quartiere, che prevede operazioni porta a porta per raccogliere dati sui residenti, sulle loro condizioni economiche e sulle loro attività sociali, alimentando database governativi per prevenire eventuali (e sempre più frequenti) rivolte.

Oltre alle città, i pasdaran sono incaricati della protezione degli interessi strategici lungo i confini. Unità specifiche sono dispiegate nelle regioni di confine orientali per combattere il narcotraffico; inoltre gestiscono il controllo delle merci nelle regioni di Hormuzgan e Bushehr, oltre che lungo il confine con l’Iraq, per contrastare il contrabbando. In più, l’IRGC controlla porti, moli e aeroporti, spesso operando al di fuori della supervisione governativa ordinaria.

I membri dei pasdaran assegnati alla Forza Aerospaziale (NEHSA) hanno mansioni specializzate legate all’arsenale strategico del Paese: si occupano della manutenzione, dello spostamento e del puntamento di migliaia di missili balistici mobili a corto e medio raggio, e gestiscono i programmi di velivoli senza pilota (UAV), inclusi i modelli impiegati in attacchi regionali o forniti a gruppi alleati all’estero.

Tuttavia, va segnalato che molti ufficiali dei pasdaran svolgono le loro mansioni in contesti aziendali piuttosto che militari. L’IRGC, infatti, controlla tra il 30% e il 50% del PIL iraniano attraverso colossi come Khatam al-Anbiya, che si occupa di edilizia, infrastrutture e settore petrolifero.

Un regime fondato sui benefit

Lo stipendio medio di un pasdar si attesta su una cifra di poco superiore ai 200 dollari (considerando come estremi della forbice il salario di un soldato semplice, 100 dollari, e quello di un ufficiale anziano, intorno ai 360). Una cifra che può sembrare esigua agli occhi di un lettore occidentale, ma che è di tutto rispetto se rapportata all’economia di riferimento – nella quale, per fare un esempio, un medico guadagna circa 148 dollari al mese, e un operaio qualificato 105.

La situazione salariale in Iran

 

Ma la soglia di povertà per una famiglia di tre persone a Teheran è stimata tra 400 e 464 dollari, il che significa che un medico o un operaio non possono letteralmente sfamare i propri figli; un destino condiviso dalla quasi totalità delle professioni civili, nel 2026. Tuttavia i membri dei pasdaran, pur avendo stipendi non dissimili, sopravvivono molto meglio grazie al salario invisibile garantito dal sistema di welfare dell’IRGC.

Le Guardie della Rivoluzione possono fare acquisti presso i negozi Etka, una rete di supermercati riservata dove acquistano riso, olio e carne con sconti del 20-30%. Mentre nel mercato libero il prezzo del riso iraniano è aumentato del 155-280% e la carne rossa del 33%, i pretoriani degli ayatollah sono protetti da calmieri esclusivi. Non solo: i membri hanno un accesso a tasso agevolato a complessi residenziali protetti, mentre a Teheran la popolazione civile vede i propri quartieri sprofondare, sia dal punto di vista finanziario che da quello strutturale. Inoltre i pasdaran possono accedere a linee di credito dedicate (e, nel caso di missioni all’estero, incassare cospicui incrementi di paga).

Basij, la gig economy della repressione

Ma esiste un’altra figura fondamentale per l’IRGC, più agile e informale, composta per la maggior parte da milizie volontarie: potremmo considerarli i rider della rivoluzione teocratica se, a parità di contesto economico, non fossero pagati molto meglio.

Si tratta dei basij, il serbatoio di manodopera a basso costo del regime. Per molti giovani delle province più povere (e non solo) l’adesione a questo corpo ha poco a che fare con il fanatismo, perché costituisce il modo più semplice per non morire di fame. Organizzati secondo una gerarchia (regolari, attivi, speciali) che garantisce una scalabilità del privilegio, i basij hanno il 40% dei posti nelle università blindati per garantire il loro ingresso, in un Paese nel quale lo studio costituisce il principale ascensore sociale – il merito annullato a  favore della lealtà.

Inoltre, durante le fasi acute della repressione, i membri attivi di questa milizia ricevono una remunerazione giornaliera di circa 8 dollari. Una cifra scandalosa: un basij guadagna in pochi giorni di repressione più di quanto un insegnante guadagni in un intero mese di lavoro (visto lo stipendio medio di 81 dollari). E ancora, gli ausiliari dell’IRGC godono di un accesso prioritario a prestiti statali e posti di lavoro governativi.

Ribellarsi al sistema sciita è, nei fatti, un suicidio economico, per chi è incaricato di sorreggerlo.

La pragmatica della fedeltà e il futuro della teocrazia

Nel 2026, più che fanatismo, la lealtà dei pasdaran è un calcolo razionale. In un mercato del lavoro dove un primario ospedaliero fatica ad arrivare a fine mese, restare nell’IRGC è l’unico modo per garantire un pasto alla propria famiglia. La già citata matematica della fame è il principale collante del corpo: opporsi significa perdere l’accesso agli sconti Etka, alle agevolazioni abitative, finanziarie e accademiche, e scivolare nell’indigenza.

Tuttavia la repressione non è un mestiere semplice, e neanche i benefit possono bastare per sempre. Il regime sta giocando una carta pericolosa: per mantenere il controllo delle rivolte ha iniziato a importare milizie straniere (circa 5.000 combattenti tra Hezbollah e Hashd al-Shaabi) per affiancare le forze locali esauste. L’uso documentato di agenti tossici contro i manifestanti (che causano la morte giorni dopo l’esposizione) e i blitz negli ospedali per arrestare in massa i feriti (perché ammissione in carne e sangue della ribellione contro la teocrazia) denotano un apparato che ha smesso di cercare il consenso per affidarsi alla chimica del terrore.

Il modello di lealtà comprata della repubblica islamica è prossimo al punto di rottura. La securitizzazione totale ha trasformato l’apparato repressivo nel più potente datore di lavoro del Paese, ma l’erosione delle risorse statali rende questo welfare insostenibile nel lungo periodo: il regime sta cannibalizzando l’economia nazionale per nutrire i suoi cani da guardia, ma quando l’inflazione colpirà anche i privilegi dei pasdaran il collante della fedeltà potrebbe sciogliersi.

Il caso iraniano è un monito che racconta come le trasformazioni distopiche siano a un passo da noi: uno Stato in cui l’unica carriera che garantisce la sopravvivenza è quella dell’oppressore. Teheran è una polveriera dove il fucile non è più solo un simbolo di potere, ma l’unico strumento che assicura un pezzo di pane. Ancora per poco.

 

 

 

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Photo credits: khamenei.ir

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