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Milano: fuga dalla città

Milano: fuga dalla città

Perdita vertiginosa dei residenti e crollo delle vendite degli immobili dimostrano con i dati che il cambiamento è reale. Milano non tornerà facilmente quella di prima.

La Milano da bere, la Milano che non si ferma, i detti popolari come quello che recita: chi volta el cùu a Milan, il volta al pan (“chi volta le spalle a Milano, volta le spalle al lavoro”) hanno sempre fatto pensare a un Paese diviso in due: da una parte Milano capitale economica e morale, e dall’altra quelli che non stanno a Milano.

L’Expo del 2015 aveva già portato le ambizioni della città meneghina a livelli di guardia, ma oggi, con il COVID-19 e l’annus horribilis appena trascorso, anche Milano si lecca le ferite e cerca di capire il da farsi. È un po’ una sorta di piramide rovesciata: se Milano era diventata polo attrattivo per lavorare e per vivere, ora il paradigma si è completamente ribaltato, e immaginare un futuro diverso è la via obbligata per ridefinire un modello che forse era risultato vincente fino a quando le cose giravano per il verso giusto.

Il vento è cambiato, e il meccanismo che sembrava perfetto e inarrestabile si è dovuto fermare, come quel pugile suonato, costretto all’angolo, che non sa bene come fare per uscire dalle corde e ricominciare a contrattaccare.

Milano, è esodo: nel 2020 vendute meno case (ma i prezzi continuano a salire)

C’è da dire che era stato fatto molto marketing: l’immagine che si voleva dare era quella che, se non eri a Milano, praticamente rischiavi di non esistere. Così la corsa all’oro ha avuto inizio, con una frenesia che sapeva molto di assalto alla diligenza. Una diligenza che però, non era poi così ricca come la si voleva descrivere, e alla resa dei conti Milano ha cominciato a dover convivere con la sindrome dell’abbandono.

La fuga dalla città viene certificata non solo dalla perdita del numero di residenti (-13.000 rispetto al 2019, fonte: Comune di Milano), ma anche dal minor numero di acquisti di case a Milano: se prima comprare anche un piccolo appartamento in città era un investimento sicuro, ora il rischio di rimanere in casa per giorni causa pandemia costringe molti a adottare soluzioni diverse: case più spaziose e a costi più contenuti, spostandosi in periferia. Uno studio Nomisma lo certifica: la compravendita di appartamenti a Milano è passata dalle 26.000 unità del 2019 alle 22.000 del 2020, mentre l’acquisto in provincia ha registrato un aumento da 36.700 a 39.500 unità.

Nonostante questo, c’è da registrare un paradosso sostanziale: nel 2020 i prezzi degli immobili a Milano sono comunque aumentati rispetto al 2019, raggiungendo il loro massimo nel mese di agosto del 2020 con un valore di € 4.765 al metro quadro (fonte: immobiliare.it).

Citando un disastroso slogan recente, rivelatosi poi un boomerang: “Milano non si ferma”. E neanche il prezzo dei suoi immobili, viene da pensare a questo punto.

Due professionisti raccontano la nuova Milano

Anna è professionista nel settore della comunicazione corporate, mentre Gianni è un designer del settore moda. Entrambi lavorano a Milano.

Abbiamo chiesto loro come hanno vissuto l’anno appena trascorso, quali percezioni ha lasciato in chi ha sempre vissuto Milano tutti i giorni: da polo attrattivo e strategico – sia a livello lavorativo che di svago – fino ad arrivare a una quasi desertificazione, causata dalla perdita di quasi il 70% dei suoi visitatori: la conseguenza inevitabile è stata la chiusura di più di 1.800 attività, che hanno dichiarato fallimento. Tra queste, secondo una stima del Centro studi Confcommercio Milano-Lodi-Monza e Brianza relativa al 2020, negozi al dettaglio, bar, ristoranti, estetisti.

Anna vive proprio nel cuore della città, vicinissima al centro; Gianni, invece, è pendolare da vent’anni ed è residente in una cittadina distante circa 50 km dalla città meneghina, che ha sempre raggiunto in treno ogni mattina. Nel suo ufficio in zona Tortona, celebre per il distretto della moda, sono lontani i tempi prima della pandemia: le code in ogni ristorante per mangiare un boccone durante l’ora di pranzo sono un vago ricordo e, se non sono chiusi del tutto, c’è ancora qualche attività che prova a resistere: ”Adesso se chiamo dall’ufficio per prenotare un tavolo per pranzo in qualsiasi ristorante qui attorno, o sono chiusi o ti dicono che non c’è nessun problema per sedersi. Prima dovevo chiamare un’ora prima e non era sicuro che trovassi posto.”

In ufficio due volte alla settimana: Milano ha perso i “non milanesi”

Milano viveva anche grazie al contributo di chi la raggiungeva ogni giorno per recarsi al lavoro e, infatti, secondo le stime di ATM, l’intero comparto del trasporto pubblico locale nel 2020 ha registrato perdite pari a due miliardi di euro. Se si considera però che la perdita economica subita dal trasporto pubblico è causata dall’oggettiva riduzione dei pendolari che ogni giorno si recavano a Milano, il calcolo è presto fatto: 

“L’ultima volta che ho fatto l’abbonamento mensile al treno è stato proprio nel mese di febbraio del 2020. Poi con i due lockdown e con l’attivazione dello smart working in ufficio, le volte che mi dovevo recare a Milano per lavoro l’ho fatto con la mia auto personale, visto che l’azienda ha istituito anche l’ingresso variabile al mattino a proprio piacimento. Questo anche per evitare che i dipendenti prendessero i mezzi nell’orario di punta: si è deciso di allargare la forbice per consentire di entrare in ufficio in fasce orarie differenti. Vicino ai nostri uffici c’è la palazzina di una multinazionale dei servizi che accoglieva ogni giorno circa un migliaio di dipendenti. Considera che almeno il 70% di loro, lavorando in smart working, non si è più presentato in ufficio dallo scorso febbraio.”

“La sera, quando decidevo di fermarmi a Milano e tornare a casa più tardi, vedevo che la città era desolata, completamente deserta: la sua percezione è cambiata e il modo di viverla è differente. Una città che è diventata irriconoscibile: Milano è passata dal place to be, dove si andava a lavorare obbligatoriamente, ma anche a divertirsi, alla città dove al massimo andare a fare shopping il sabato. Quanti soldi in meno ho speso a Milano tra pause pranzo e aperitivi: da pendolare posso dire che per mangiare durante la pausa spendevo ogni giorno una media di 15 euro al giorno, a meno che non mi accontentassi di un panino. Quindi ho anche pensato: lavorando in smart working si può pranzare a casa, spendendo molto meno, mangiando in maniera migliore e riuscendo a portare avanti i progetti d’ufficio: è necessario che io vada tutti i giorni al lavoro, o posso alternare le due cose?”

Adesso in media quante volte ti rechi in ufficio? “Negli ultimi due mesi, massimo due volte a settimana. L’azienda ha chiesto di favorire lo smart working, e così abbiamo diminuito le ore in ufficio e allo stesso tempo il nostro capo ha chiesto alle risorse umane di farci avere in dotazione un pc portatile, sostituendo così i desktop fissi posizionati nella nostra postazione in ufficio. Questo per consentirci di lavorare in autonomia da casa.”

Milano ha perso i ‘non milanesi’ come me: a causa di una rivoluzione repentina è iniziato un cambiamento che la città non era pronta a sostenere. Quanti piccoli imprenditori che conosco hanno aperto, nel corso degli anni, anche un piccolo ristorante a Milano, grazie al passaggio che ha sempre garantito il gran numero di lavoratori presenti? Ora faccio fatica a non avvertire un senso di straniamento nel vedere quello che è oggi rispetto a come l’abbiamo vissuta prima, ogni giorno.”

Milano tornerà mai come un tempo?

Anna sta per andare in ufficio per la prima volta dopo le feste natalizie.

“Diciamo che la pandemia e l’emergenza hanno accelerato un processo di cambiamento che alcune aziende avevano già avviato negli anni scorsi, adottando soluzioni che oggi sono per certi versi obbligate. Tieni conto che nell’azienda dove lavoro io – siamo circa quattrocento – quasi la metà è in smart working da fine febbraio dello scorso anno. Personalmente mi reco in ufficio lo stretto necessario, una o due volte a settimana, in base alle esigenze aziendali.”

“Alcune multinazionali dove ho lavorato in passato sono state pioniere dello smart working già a partire dal 2014 e già consideravano che più del 30% dei lavoratori non si trovasse in ufficio per svariate ragioni: chi si occupava di commerciale era fuori per appuntamenti con i clienti, chi era in trasferta per viaggi di lavoro; così un ufficio da mille persone veniva occupato per meno del 50%. Tutto questo evidenziava chiaramente come gli spazi grandi servissero paradossalmente per accogliere meno persone al loro interno. Occorreva quindi ripensare gli spazi. E poi, penso anche a quei piccoli imprenditori che utilizzavano gli uffici in modalità coworking in città per non dover pagare un affitto a Milano, e come quegli spazi in condivisione – che un tempo sembravano innovativi – oggi risultano terribilmente in crisi: chi condividerebbe spazi comuni con chi non conosce?”

Da cittadina come vedi oggi Milano? “Lo zoccolo duro di chi lavora e vive a Milano è rimasto, ma tutto il resto si è dileguato. Dopo il primo lockdown sembrava che fosse tornato tutto come prima. c’è stato un potenziamento degli spazi aperti, tutti i ristoranti hanno potuto utilizzare lo spazio pubblico gratuitamente, ma non tutti ne hanno giovato infatti diverse attività non hanno più riaperto.

Ora, con il secondo, quella che sembrava una ripartenza ha frenato, e di molto, le attività che cercavano di ricominciare. Ho vissuto e lavorato in Cina per diversi anni. I miei ex colleghi e amici mi dicono che lì hanno ricominciato la loro vita di sempre: perché la Cina ha sempre pensato al lungo periodo e non al breve. E ora ripartono”.

Se a Milan, anca i moron fann l’uga (“a Milano anche i gelsi fanno l’uva”, cioè: Milano è la città dalle mille opportunità, dove ogni cosa è possibile), da parte della città è forte il desiderio di ricominciare a rappresentare il centro di tutto. Ma qualcosa è cambiato, e tornare come prima non sembra più così facile, come quando tutti si affannavano per raggiungere Milano nel suo imbuto dorato: dalle periferie verso il centro. Ora, però, dal centro ci si muove verso le periferie.

Non è tutto oro quello che luccica(va).

Foto di copertina: Fotogramma