Eric Ezechieli e Paolo Di Cesare, fondatori di Nativa, la prima B Corp in Italia.

Nativa: come vede il business la madre delle B Corp

Nativa è stata la prima azienda a ottenere la certificazione di B Corp in Italia. I fondatori Paolo Di Cesare ed Eric Ezechieli raccontano di che si tratta.

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“B Corporation® (o B Corp®) è una certificazione diffusa in 71 paesi e 150 settori diversi, rilasciata alle aziende da B Lab, un ente non-profit internazionale. Per ottenere e mantenere la certificazione, le aziende devono raggiungere un punteggio minimo su un questionario di analisi delle proprie performance ambientali e sociali e integrare nei documenti statutari il proprio impegno verso gli Stakeholder, ad esempio adottando lo status giuridico di Benefit Corporation, in Italia Società Benefit.”

“Benefit corporation, è uno stato giuridico – ammesso in 35 Stati degli USA in Italia (dal 1º Gennaio 2016) come Società Benefit (…) – pensato per aziende for-profit che vogliano andare oltre l’obiettivo del profitto, e che vogliano massimizzare il loro impatto positivo verso la società e l’ambiente”.

Fonte: Wikipedia, Ottobre 2019

A cercare la definizione di B Corp su Google il motore di ricerca mi restituisce come primi link delle pagine di Wikipedia, che offrono una descrizione tutto sommato noiosa e asettica. Confesso che prima di Nobìlita Festival 2018 non avevo mai sentito parlare di B Corp, ma in quell’occasione rimasi subito affascinato dalla definizione che venne offerta ai partecipanti.

Per me il concetto di azienda si accompagnava da sempre al concetto di rispetto. Rispetto per tutto: per il lavoro, per le persone, per l’ambiente, per clienti e fornitori. Un rispetto che, occupandomi di risorse umane, non avevo sempre visto, ma che percepivo come emergente nelle aziende che erano sopravvissute alla crisi, o che dalle sue ceneri erano rinate.

Nativa è la prima B Corp e Benefit Corporation italiana. Anzi: da quando Eric Ezechieli e Paolo Di Cesare hanno deciso di usare come base per lo statuto della loro società il modello che già esisteva in California dal 2012, per poi certificarsi come B Corp nel 2013, Nativa è stata la prima in Europa. Un viaggio non facile tra burocrazia e ostacoli di ogni genere. Questa intervista a due voci è proprio con loro.

 

 

Potete darci una vera definizione di B Corp?

Volentieri. Possiamo dire semplicemente che una B Corp è un’azienda che ha lo scopo di lasciare un mondo migliore di quello che ha trovato. Per fare questo la B Corp misura a 360 gradi l’impatto del suo business affinché anche l’ambiente e la società, in ogni loro accezione, ne possano beneficiare. 

Poniamo che io non abbia ben compreso qual è lo scopo di una B Corp. Esiste una definizione for dummies?

In pratica una B Corp è il punto di contatto tra il profit e il no profit. Diciamo che è un modo diverso di vedere il business. Ti faccio un esempio: se pensiamo al mondo delle imprese come lo abbiamo concepito fino a oggi, possiamo tranquillamente affermare che non vi è mai stata una grande attenzione al contorno. Ovvero: l’azienda si prefiggeva di creare valore per se stessa e questo spesso accadeva a scapito di qualcuno. Una B Corp non crede che creare valore sia sbagliato, crede che sia sbagliato crearlo a discapito di qualcuno. Se compro un’auto e la uso per andare a spasso acquisto un bene per soddisfare una mia esigenza, e fin qui tutto bene. Ma se la soddisfazione di questa esigenza comporta costi per le emissioni di CO2, estrazione metalli con conseguente devastazione ambientale, emissioni di PM10 che causano milioni di morti ogni anno, questi sono costi collaterali alla produzione, spesso invisibili, che la B Corp si occupa di contabilizzare. Vista da questa prospettiva appare chiaro che i modelli economici che mirano esclusivamente alla concentrazione di valore nel lungo periodo sono disastrosi. Le B Corp ribaltano la prospettiva e lo fanno misurando l’impatto che l’azienda o il suo business ha veramente. 

Come spiegate il cambiamento a chi non ne conosce nemmeno l’esistenza?

Ci definiscono imprenditori rigenerativi, nel senso che tutto quello che facciamo va nella direzione della sostenibilità e con un impatto sociale positivo, anche se caratterizzato sempre dall’applicazione dei paradigmi economici di cui cerchiamo di migliorare l’applicazione. Che il modello economico non sia più sostenibile è sotto gli occhi di tutti; con il nostro lavoro da più di vent’anni cerchiamo di implementare soluzioni per invertire questo trend. Alcuni lo ritengono impossibile, ma per noi mettere in discussione i modelli economici attuali con lo scopo di metterne in campo altri più evoluti, funzionali e sostenibili sul lungo periodo è un lavoro sfidante e concreto. 

Se dovessi ragionare in termini economici classici, una certificazione B Corp per me sarebbe un costo puro. Per quale motivo dovrei diventare un’impresa rigenerativa?

Da cinque anni stiamo vivendo un cambiamento radicale. Chi non se ne rende conto è sdraiato sui binari senza accorgersi che il treno sta arrivando. Basta guardarsi attorno: il cambiamento è già in atto, dal punto di vista sociale, finanziario ed economico. Recentemente abbiamo visto grandi movimenti prendere vita quasi dal nulla, e questo non perché ci siamo tutti riscoperti improvvisamente ambientalisti, ma perché si è risvegliata una coscienza collettiva che va in una direzione diversa rispetto a prima. Le aziende che scelgono di perseguire il paradigma economico classico ignorano le più grandi pressioni del nostro tempo, e subiranno in futuro effetti negativi che le B Corp prevengono attraverso l’innovazione. Le aziende che vanno nella “direzione B Corp” invece si preparano e diventano più resilienti di fronte alle trasformazioni sociali già in atto. Tutto questo grazie alla coscienza di milioni di persone. Ci sono oltre 2000 studi che evidenziano come le aziende più sostenibili hanno un miglior risultato economico e finanziario. Per usare una metafora, l’effetto di un’attività rigenerativa sul lungo periodo è paragonabile a quello di una persona che si mantiene in salute, si prende cura di sé, mangia bene, fa attività fisica, è gentile con il suo prossimo. Un comportamento virtuoso che con grande probabilità migliorerà la qualità della vita rispetto a chi conduce una vita sedentaria, mangia male o non si prende cura di sé. Non solo benessere fisico, ma anche “sociale”. In caso contrario, prima o poi i nodi vengono al pettine. È chiaro, non è una garanzia, ma la probabilità che tu viva meglio se hai uno stile di vita attento a te stesso e agli altri è più elevata rispetto a chi non ce l’ha. Le scelte delle imprese in questo senso diventando determinanti per il loro successo o il loro fallimento. 

Quanti abbracciano realmente questo pensiero?

Azzardiamo una stima del tutto spannometrica, ma potremmo trovare conforto nelle analisi di mercato ufficiali: dieci anni fa erano il 5% gli imprenditori che avevano capito che non ci sarebbe stato futuro se non avessero fatto scelte sostenibili, mentre oggi si avvicinano al 25%; sempre dieci anni fa la grande maggioranza degli uomini d’azienda non poneva attenzione alla sostenibilità, mentre oggi il 50% dei titolari d’azienda o dei manager si sta ponendo questa domanda. Forse un 25% ancora non si pone la domanda, e sono quelli che nei prossimi anni faranno sempre più fatica. Come vedi è un’escalation di tipo esponenziale. Il Papa, nel presentare il summit “Economia Di Francesco” che si svolgerà a fine marzo 2020, ha dichiarato che dobbiamo ripensare e rifondare i modelli economici e di business affinché l’attività economica abbia un impatto positivo su tutto il pianeta. L’altro giorno il governatore della Banca d’Inghilterra ha dichiarato che le aziende che non hanno compreso la tematica del cambiamento climatico e che non limiteranno il consumo di combustibile fossile in breve verranno spazzate via dal mercato. Lo scopo evolve dalla massimizzazione dei profitti per gli azionisti alla creazione e condivisione di valore per tutti gli stakeholder. Nativa lavora solo con chi ha già maturato questo tipo di sensibilità. Non vogliamo convincere nessuno: se un imprenditore non sente già che la sostenibilità è foriera di risultati positivi non perdiamo tempo a convincerlo. 

Il passaggio di leadership da profitto a B Corp è riservato a chi ha già le caratteristiche di base o tutti possono farcela? 

In generale non vi è preclusione per nessuno. Alcune aziende difficilmente potranno essere B Corp, ma questo per la loro scelta di mission. Comunque tutte le aziende potenzialmente potrebbero diventare B Corp, solo che in alcuni casi questo potrà comportare un cambiamento significativo del modello strategico di impresa. L’importante è che si possa misurare l’impatto sociale e ambientale del business per capire se quell’azienda crea veramente valore. Per misurarlo l’impresa deve seguire alcuni specifici protocolli di misurazione che le conferiscono un punteggio. Una volta raggiunto un punteggio minimo l’azienda si qualifica come B Corp. Se non lo raggiunge dovrà lavorare ancora per passare da profilo base a profilo rigenerativo. Non si pensi a un programma predefinito i cui step si superano comprando corsi di formazione; niente di tutto questo. Le fasi di valutazione e certificazione devono rispettare degli standard internazionali ben precisi con valutazioni parametriche definite sulla base del tipo di impresa e di mission aziendale. Tutto è chiaro e trasparente fin dall’inizio. Seguendo i parametri indicati, in un tempo più o meno lungo (possono volerci anche mesi o anni), l’azienda opera di fatto una trasformazione da azienda “normale” a B Corp. Ci sono aziende stupende in Italia che hanno trascorso mesi nella fase di valutazione perché la certificazione che B Lab rilascia è estremamente profonda. Quello che è importante è il rigore della misura. Questo è il concetto fondamentale: non esiste una B Corp senza misura oggettiva e certificazione. 

Parliamo di soldi: chi finanzia il cambiamento?

In grande parte il cambiamento si autofinanzia: le aziende che investono nella giusta direzione e fanno scelte sostenibili fino ad arrivare a un livello di B Corp performano meglio, e così facendo alimentano un circolo virtuoso. Le stesse imprese che desiderano evolvere investono nel loro cambiamento. Anche i governi comprendono sempre più la necessità di valorizzare questo tipo di obiettivi. Il primo passo quindi è credere che sia la direzione giusta; il secondo valutare la propria potenzialità a essere B Corp e concentrarsi sul miglioramento continuo, che non si ferma all’analisi, ma continua con la sua applicazione pratica, introducendo un sistema di innovazione strutturato. Il miglioramento della B Corp infatti non si ferma alla sua struttura, ma innesca un circolo virtuoso che richiama altre imprese, coinvolge la propria filiera, può coinvolgere altre aziende e anche i clienti finali nel processo di trasformazione. Ecco come si alimenta la crescita delle B Corp e del concetto di impresa rigenerativa. A ben pensarci è un processo inarrestabile, perché come disse qualche anno fa lo scienziato e imprenditore Riccardo Sabatini, “l’idea di B Corp è così ovvia che il contrario suona sospetto”.

 

 

Photo credits: Nativa

Classe 1974, dopo il liceo scientifico si laurea in psicologia all’Università di Trieste con una tesi cross cultural sugli effetti del clima aziendale sulla sicurezza. Si specializza in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con il professor Vincenzo Majer, uno dei pionieri italiani degli studi sul capitale umano e docente universitario patavino, conseguendo i master in selezione e formazione del personale. Lavora in PERSeO srl come Jr HR Consultant, maturando una consolidata esperienza all’interno dei più grossi gruppi aziendali del nord Italia. Rientrato in Friuli ricopre la posizione di Responsabile Selezione e Reclutamento nella filiale di Udine del Gruppo ORGA spa di Milano da cui si separa qualche anno dopo per fondare la HR&O Consulting attraverso cui offre alle aziende clienti consulenze in ambito risorse umane come HR Business Partner e Temporary HR Manager. Ha riscosso l’apprezzamento del pubblico con i saggi di psicologia del lavoro "La percezione del rischio (l’Orto della Cultura, 2016)" e "Ma non bastavano i buoni pasto? Come e perché prendersi cura delle proprie persone" (Free Press, 2018). Sempre nel 2018 ha pubblicato "Organizzare la selezione del personale nelle PMI. Indicazioni e strumenti per valutare i candidati, comporre le esigenze e governare il processo" (Franco Angeli Editore) con cui si è fatto conoscere a livello nazionale. Scrittore, saggista e blogger, ama viaggiare, leggere. La natura umana continua ad incuriosirlo ed affascinarlo. [ Guarda tutti gli articoli ]

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