Nuova abilitazione all’insegnamento, numeri chiusi e ancora selezioni

Dal 2025 sarà obbligatorio sostenere un corso di specializzazione a numero chiuso da 60 CFU per accedere all’insegnamento sul posto comune, un processo che per certi versi somiglia a quello farraginoso del TFA sostegno. Evelina Chiocca, presidente CIIS: “Cattedre miste e formazione obbligatoria, non selezioni”

Abilitazione all'insegnamento, docenti in fila a lezione

Forgiano le menti del futuro, gli insegnanti. Un esercito di circa 870.000 docenti, di cui 217.000 sono supplenti precari, numero raddoppiato negli ultimi sei anni. Uno su quattro è precario, e vive negli anni una condizione professionale di profonda incertezza. Oltre all’impossibilità di garantire continuità didattica agli alunni, chi è precario sperimenta conseguenze pratiche sulla propria vita privata, come ad esempio l’impossibilità di ottenere un mutuo per realizzare i propri progetti residenziali, o anche l’acquisto di una semplice auto senza firma di garanzia, fino a un recente ricorso: al docente precario non spettava nemmeno la carta di 500 euro che invece spetta al docente di ruolo per potersi formare.

Il precariato è il paradosso della scuola italiana. Per la secondaria di primo e secondo grado non esiste ancora un percorso di formazione iniziale standard: basta avere una laurea e si viene sbattuti in cattedra, spesso senza avere mai insegnato in vita propria. Senza avere le competenze pedagogiche e i rudimenti di conoscenza in materia psicologica e relazionale per sapere come gestire una classe; salvo le conoscenze acquisite con i cosiddetti 24 crediti formativi, nei settori antropo-psico-pedagogici e nelle metodologie didattiche, introdotti solo nel 2017 quale requisito per il reclutamento dei docenti, conseguiti a un costo di circa 500 euro a carico dell’aspirante docente.

Regole già superate. Ora siamo nella fase transitoria che durerà per tutto il 2024, con il concorso straordinario ter in vista.

Docenti, come funziona il nuovo percorso per l’abilitazione

Dal 2025 servirà un percorso formativo universitario da sessanta crediti, con l’abilitazione insieme alla laurea specifica per la classe di concorso di interesse, per partecipare al concorso da docenti su posto comune. Proprio il 25 settembre è avvenuta la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del cosiddetto DPCM docenti, che di fatto ripercorre il modello del corso di specializzazione sul sostegno e traccia appunto un tirocinio formativo attivo da sessanta crediti per arrivare a ottenere l’abilitazione su posto comune.

Sarà a numero chiuso, sulla base del fabbisogno di docenti, stabilito secondo le linee guida indicate dal decreto stesso e dal costo massimo di 2.500 euro a carico del futuro insegnante, prevedendo crediti formativi in area pedagogica, tirocinio diretto e indiretto, formazione inclusiva con alunni con bisogni educativi speciali, crediti di area linguistico-digitale, discipline socio-psico-antropologiche, metodologie didattiche generali e della disciplina di riferimento, legislazione scolastica, con un esame finale che consiste in una prova scritta con l’analisi critica di casi e in una lezione simulata. Se le domande supereranno i posti disponibili le università potranno attivare procedure selettive.

Come per il TFA sostegno, si prevede la frequenza minima necessaria alle attività formative pari al 70%. Le attività saranno erogate in presenza, con al massimo il 20% del totale in modalità telematica, esclusi tirocini e laboratori. Non tutti nella fase transitoria dovranno conseguire i 60 CFU: ci sono percorsi da 36 CFU per coloro che hanno conseguito i 24 CFU e prenderanno parte ai concorsi fino al 31 dicembre 2024; se li vinceranno dovranno completare la formazione con questo percorso universitario.

Invece chi è già abilitato sul sostegno e si vuole abilitare su posto comune, o chi vuole abilitarsi per un’altra classe di concorso, oltre a quella già posseduta, potrà frequentare il percorso formativo da 30 CFU, dal costo di 2.000 euro. Restano requisiti di accesso i titoli di studio della specifica classe di concorso.

Sui siti di informazione settoriale si rilanciano da mesi notizie possibili sui percorsi abilitanti, spesso per corsi di formazione, a evidenziare che il percorso di abilitazione è un’occasione di business come tutto il mercato dei titoli accessori. Degli esami integrativi pagati circa 1.000 euro l’uno, per conseguire i necessari titoli di accesso alle classi di concorso.

Un film già visto nel percorso per il sostegno, con l’abilitazione che si consegue dopo un corso annuale di specializzazione, a numero chiuso, con la conseguenza che un docente di sostegno su tre non è abilitato e viene reclutato dalle graduatorie curricolari. Chi non è inserito in nessuna graduatoria può inviare la MAD (messa a disposizione), un’autocandidatura che permette di ottenere supplenze a tempo determinato, basta essere in possesso del semplice diploma.

In alcune classi di concorso, soprattutto per materie scientifiche, mancano i laureati e si ricorre all’interpello nazionale per trovare docenti. Il contrario, con l’eccesso di offerta di docenti, avviene in classi di concorso sature, come quelle per le materie umanistiche, giuridiche e motorie.

Evelina Chiocca, presidente CIIS: “Cattedre miste e formazione obbligatoria, non selezioni”

Osserva Evelina Chiocca, docente di corsi di specializzazione sul sostegno, insegnante specializzata e presidente del CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno): “Possiamo anche cambiare il canale di reclutamento, ma non ne veniamo fuori. La scuola che mette al centro gli alunni vuol dire garantirle personale professionalmente competente. La professionalità c’è se il personale è formato. Finché si continueranno a fare corsi di specializzazione rivolti a chi supera una selezione, non si garantiranno le competenze. Ci sono persone che non hanno superato la selezione e che di competenze ne hanno da vendere; molti si formano anche durante il percorso”.

“Quello che a mio avviso deve cambiare è avere un governo che finalmente decida per la formazione obbligatoria in ingresso per lavorare nella scuola italiana. Per esempio, una buona formula potrebbe essere la cattedra mista, dove un docente che riceve l’incarico sul sostegno in quella stessa classe insegna la sua disciplina. Per esempio, un laureato in matematica insegna la materia per le sue ore, e nelle restanti svolge sostegno nella stessa classe. Questo mette gli alunni in una posizione diversa: le restanti ore di sostegno sarebbero assegnate a docenti della stessa classe, tutti di fatto sono insegnanti dell’alunno disabile, si favoriscono la corresponsabilità e l’interazione tra colleghi. A monte ci deve essere la formazione di tutti.”

Il presupposto è quello di avere a disposizione un insegnante in grado di lavorare con qualsiasi tipologia di alunno, prosegue Chiocca: “Non si può lavorare nella scuola italiana se non si hanno le competenze per lavorare con ogni alunno che ci entra. Perché dico questo? Perché la scuola italiana ha fatto una scelta, che è quella di chiudere le scuole speciali e le realtà che separano. Nelle scuole comuni di ogni ordine e grado si deve garantire la presenza di personale che abbia le competenze per lavorare con gli alunni che sono entrati in quelle classi”.

“Il corso di specializzazione sul sostegno è a numero chiuso, e sono numeri davvero bassi”, prosegue la presidente CIIS, “perché l’errore di base è non pensare che dentro quella classe ci possono essere alunni con disabilità, e farla gestire a personale non specializzato. Ma tutti i docenti, specializzati e non, sono gli insegnanti di tutti gli alunni, e devono saper lavorare con ognuno della classe ”.

Conclude Chiocca: “La mancata formazione professionale ci mette in difficoltà nel momento in cui si interagisce con i colleghi, ma anche quando si cercano delle strategie per lavorare con l’alunno disabile e con tutti gli alunni, perché abbiamo tante didattiche inclusive, corsi e quant’altro, però serve anche la pratica, che va sempre accompagnata dalla consapevolezza personale. Una consapevolezza professionale forse manca in chi deve prendere le decisioni, perché decidere di far entrare nella scuola personale preparato significa avere una visione reale dell’inclusione. Diversamente abbiamo dei tappabuchi”.

Insegnanti italiani, i contratti a tempo determinato sbarrano la strada alla formazione

A tracciare un quadro dell’accesso alla professione docente è il rapporto Insegnanti in Europa: carriera, sviluppo professionale e benessere, redatto da Eurydice, la cui ultima edizione risale al 2021, che esamina le condizioni di lavoro dei docenti di scuola primaria di primo grado in 27 Paesi europei.

“Ricercatori e leader politici concordano sul fatto che la formazione degli insegnanti è importante per la qualità dell’insegnamento e per i risultati di apprendimento degli studenti. Una formazione iniziale di qualità e un efficace sostegno nei confronti dei nuovi insegnanti sono elementi che aiutano a prevenire l’abbandono degli insegnanti e hanno un impatto positivo sull’attrattività della professione docente in generale”, si legge nel rapporto.

In Italia Italia il 78% dei professori con meno di 35 anni ha un contratto a tempo determinato (contro una media del 33% in Europa); nella stessa situazione si trova il 31,9% della fascia tra i 35 e i 49 anni (17,9% media Ue), il 9% oltre i 50 anni (8,6%). Peggio dell’Italia, nella fascia di età tra i 35 ed i 49 anni ancora con contratto a tempo determinato, ci sono la Spagna con il 39% e il Portogallo 41%.

In Italia nella secondaria di primo grado il 50,3% dei docenti ha più di cinquant’anni; solo il 30,3% ne ha meno di 35; oltre la metà andrà in pensione entro i prossimi 15 anni. La responsabilità di questo stato di cose è imputabile alla politica, come si sottolinea in un altro passaggio del rapporto.

“Percentuali particolarmente alte di insegnanti con un contratto a tempo determinato possono rivelare disfunzioni strutturali che vanno oltre la normale gestione della professione e la flessibilità di cui un sistema educativo ha bisogno per governarla. In Italia i rallentamenti nel processo di reclutamento degli insegnanti a pieno titolo per posizioni a tempo indeterminato, anche a causa delle limitazioni alla spesa pubblica negli anni passati hanno spinto le scuole ad assumere insegnanti con contratti a breve termine (…). In Spagna e in Italia, il contratto a tempo determinato sembra essere il principale ostacolo alla fase di avvio alla professione dei giovani insegnanti”.

Contratti a tempo determinato che causano la mancanza di formazione iniziale, con persone che diventano insegnanti sul campo, con anni di precariato, anziché dopo un’accurata formazione iniziale. Tradotto in numeri, la formazione iniziale in Italia dura l’8% di quella totale, perché fino a oggi non c’è quasi stata formazione in ingresso, contro il 50% in Belgio, Irlanda e Malta. In Italia l’anno di prova è previsto solo per chi è assunto a tempo indeterminato. Questo tipo di formazione dovrebbe comprendere contenuti disciplinari, pedagogia generale e relativa alla specifica disciplina e pratica in classe, e riguarda meno del 60% degli insegnanti italiani.

È a partire da questo scenario che ora si ricorre al percorso abilitante da 60 crediti formativi, obbligatorio dal 2025 per partecipare ai concorsi. Sperando che basti a formare i formatori dei cittadini del futuro.

 

 

 

Photo credits: supplenti.it

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