Metafora dei nuovi flussi turistici: una mappa con puntine colorate.

Nuovi flussi turistici: cercasi marketing disperatamente

Dove andrà il turismo di domani? Come si risolleva il settore? Marco Peci, Quality Group: "Serve un ministero dedicato; oggi è gestito da incompetenti".

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

La stagione turistica c’è. Certamente penalizzata dalla pandemia, dagli investimenti imprevisti resisi necessari per far resistenza alla diffusione del virus nelle strutture, dalle entrate sparite a causa della crisi economica post lockdown. Penalizzata, sì; ma sconfitta no. È pronto a scommetterci Marco Peci, da anni direttore commerciale di Quality Group, che con noi immagina il percorso dei nuovi flussi.

Quality Group è un insieme di operatori che vede nove diversi brand occuparsi di turismo itinerante, culturale e naturalistico su scala mondiale. Ogni operatore sottende una grande specializzazione su poche destinazioni in cui si è perfezionato. Sede a Torino, 5.000 agenzie di viaggio in tutta Italia, 220 dipendenti, 35 residenti nel mondo con funzione di controllori della filiera dei servizi offerti, il consorzio è stato pioniere negli anni Settanta nell’operare verso mete per l’epoca inesplorate, come la Cina, e oggi è leadership sul mercato italiano.

“Sicuramente la vendita di mete italiane ha registrato un rinforzo nelle ultime settimane – spiega Peci – ma nessun operatore ha registrato un traffico di clientela tale da giustificare i costi sostenuti per garantire tutti i servizi necessari. Quel 15-20% di operatori che ha scelto di aprire lo ha fatto con uno sforzo enorme, per provarci, per riscaldare un po’ i motori piuttosto che perdere completamente la stagione, il che renderebbe ancora più complicata una ripartenza posticipata del tutto. Ma in realtà nessuna azienda riaperta ne ha benefici, perché la domanda è flebile, sia interna che estera, e perché la capacità ricettiva è ridotta dalla necessità di mantenere la distanza sociale nelle strutture. Va fatto osservare che in generale è venuto a mancare tutto quell’indotto da traffico che c’era prima, per “l’effetto grotta”: le città sembrano vuote eppure le persone non sono certo in vacanza. Il fatto è che molti, dopo la quarantena, il lockdown e soprattutto lo smart working, si sono trovati ad apprezzare questa condizione di isolamento. Ecco che non si esce o si esce meno, e non si consuma la colazione al bar o la cena fuori. Per questo chi sceglie di non chiudere lo fa perché in caso contrario significherebbe bloccarsi per sempre”.

 

 

Cerchiamo di immaginare, per quanto possibile, gli scenari futuri. I nuovi flussi turistici. Chi andrà dove. Secondo lei la politica protezionistica che molti Stati hanno applicato, nel tentativo di tutelare l’economia interna, non rischia di danneggiare il settore nel complesso?

I nuovi flussi del turismo sono soltanto occasionali e determinati dalla contingenza del momento, perché poi in realtà sono dettati da alcune caratteristiche. Uno: il bisogno di una determinata destinazione. Banalmente il sole e il mare, al posto della montagna o della cultura, e quindi delle città. Poi c’è un discorso demografico: quante più persone vivono in certe concentrazioni urbane tanto maggiore sarà il desiderio di spostarsi dalle proprie città. E infine la disponibilità economica. Prendendo questi tre elementi è evidente che un uomo del Nord cercherà sempre il sole e il mare, perché ne ha poco, e lo troverà sempre in Grecia in Spagna, in Italia e parzialmente in Francia. Ritengo pertanto che i flussi turistici non saranno modificati. Lo saranno in questa contingenza, ma poi torneranno normali. Anzi no. Il turismo aumenterà, perché siamo oggi 7,5 miliardi, tra cinque anni saremo 9 miliardi, il turismo crescerà per forza. Il desiderio di conoscere, di viaggiare, è insito nell’uomo.

Possibile fare un pronostico sulle mete che ripartiranno per prime?

I nuovi focolai nel mondo, le nuove chiusure, hanno cambiato qualsiasi pronostico possibile qualche settimana fa. La necessità di difendere la salute, giustamente, prevale. Possiamo solo dire con una certa ragionevolezza, sebbene il momento sia del tutto imprevedibile, che finora il mercato turistico ha perso circa l’80% del fatturato e che le prenotazioni per l’anno prossimo sono orientate verso mete con grandi spazi a disposizione. Tutto quello che nel prossimo mese e mezzo riusciremo a recuperare sarà del tutto parziale e parcellizzato. Poi si rientrerà in un normale periodo di crisi da settembre in poi, perché il flusso del turismo cala sensibilmente e il lavoro che di norma si fa in agenzia o in un tour operator, da questo mese in poi, è quello di prendere le prenotazioni per la stagione entrante e per i viaggi invernali. Quindi si apre un’altra fase di due-quattro mesi che è fisiologicamente di basso profilo dal punto di vista del fatturato. Questo è senz’altro un anno da dimenticare. Ma è un anno, e bisogna saper guardare avanti. Teniamo presente che la fragilità del comparto turistico è la più democratica del mondo. Di questa filiera fanno parte soggetti economici molto piccoli e frammentati, il che è positivo in termini di diffusione della ricchezza. Poi ci sono anche i colossi, certo, ma immaginiamo per esempio la piccola guida turistica in Vietnam, la piccola struttura ricettiva in Namibia, fatta da chi ha attitudine umanistica e una dimensione economica non spiccata. Quindi il settore si apre a tutti i livelli e può creare benessere diffuso. Nell’immaginare i nuovi flussi posso solo osare dire che, probabilmente, le prime mete saranno quelle europee. E poi le destinazioni con grandi spazi, come stiamo rilevando dalle prenotazioni per i viaggi di nozze del prossimo anno, ad esempio. Namibia, Nord Europa, Mongolia. Vedremo. Ripeto: cambia la contingenza, ma non l’evoluzione del mondo, anche se certamente ci sarà una crisi economica che, come sempre, pagheranno i più deboli. Nelle fasce medio-alte si sentirà meno. Il viaggio come esperienza culturale è qualcosa che va al di là della necessità di una semplice vacanza. È un bisogno di conoscenza autentico, profondo, dell’anima, un bisogno che – la storia testimonia – l’uomo ha sempre avuto. L’interpretazione moderna è il viaggio culturale, che si fa durante le vacanze perché quello è il tempo libero a disposizione, ma non è vacanza.

Tornando dentro i nostri confini, di che cosa ha bisogno oggi il turismo italiano?

Di un ministero dedicato e qualificato, ovvero con personale competente, che oggi assolutamente non c’è. Questo per l’Italia è fondamentale perché attualmente, e ho avuto modo di appurarlo personalmente, chi gestisce il ministero è totalmente impreparato. Confonde il turismo con i beni culturali, tratta il turismo come un fatto puramente economico. Chiaro che c’è un aspetto commerciale, che servono tutela, infrastruttura, sicurezza, sanità, belle arti. Tutto un sistema per conservare e accogliere. Ma non si tratta di un fenomeno puramente economico, bensì di programmazione. È proprio la logica che è sbagliata. Serve pianificare con agenzie che organizzano i flussi, interni ed esterni, come ci sono negli altri Paesi. Serve parlare di marketing, di territorio. Di vendite correlate a quel territorio. Tutto questo manca oggi come mancava venti anni fa. E poi serve un sostegno economico al settore, degno di quel 13% del PIL che rappresenta. Un sostegno che passa anche attraverso politiche paritetiche agli altri Stati. Serve dare liquidità alle aziende, che altrimenti non potranno ripartire perché hanno già perso posti di lavoro e professionalità, risorse umane importantissime. La programmazione turistica non è un click.

Il bonus vacanza?

Altro non è che un credito non esigibile. Quando un esercente riceve il buono, infatti, lo potrà scalare dal 740. Ma il fatturato nel turismo sarà tra il 65-70% e l’85% in meno rispetto al 2019. Il buono vacanza si tradurrà quindi in un credito di imposta non sfruttabile, perché il fatturato sarà irrisorio, e come detto chi tiene aperto lo fa per non chiudere per sempre, non per guadagnare.

 

 

Photo by Capturing the human heart. on Unsplash

E' giornalista professionista dal 2002 e titolare di tessera stampa internazionale dal 2012. Vive tra Padova e Stoccolma, da dove collabora con il Fatto Quotidiano dal 2013 e con Senza Filtro dal 2015. Il suo sguardo è rivolto, da sempre, all'inchiesta giornalistica evitata dagli altri, alla denuncia sociale, politica e di carattere economico. La definizione che pensa le rassomigli di più è quella attribuitale da una leggenda de Il Resto del Carlino: "Ragazza pericolosissima!" [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X