Zona Franca

O la banca o la vita. Bivio ingrato per il credito alle imprese

Ritardi nei crediti alle imprese: colpa del governo o delle banche? Il banchiere Passera: "Estendere di molto i tempi di restituzione del debito".

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Un vero pasticcio quello che hanno combinato a Palazzo Chigi sui crediti alle imprese”. Così esponenti di punta degli istituti di credito definiscono quella parte del Decreto Liquidità che stabilisce le modalità con la quale le banche dovrebbero erogare credito alle imprese, in fase di emergenza COVID-19. A questa accusa, pronunciata a bassa voce da alcuni banchieri ma mai enfatizzata dall’ABI (l’Associazione Bancaria Italiana), che preferisce evitare lo scontro con il governo Conte, risponde ufficialmente il Ministro delle Finanze Roberto Gualtieri: “L’erogazione di denaro alle imprese, prevista dai decreti del governo, è di una lentezza insopportabile. Le banche facciano in fretta”. “Il sistema bancario italiano ha sempre avuto la caratteristica di prestare i soldi a chi li ha già”, mormorano i più malevoli nei corridoi di palazzo.

Il guaio è che in questo scontro tra titani chi rischia di lasciarci le penne sono quelle migliaia di piccole imprese e di lavoratori sparsi su tutto il territorio nazionale, a cui manca l’ossigeno finanziario per riaprire la loro attività e tentare di sopravvivere all’onda d’urto del coronavirus. Sono, ad esempio, quelle migliaia di aziende, molte a conduzione familiare, che lavorano nella ristorazione o nel turismo, alle quali il Decreto Liquidità offre la possibilità di richiedere un credito fino a 25.000 euro sulla base del fatturato. In realtà queste imprese, almeno in una prima fase, avrebbero avuto bisogno di contributi a fondo perduto, come hanno fatto in Svizzera, Francia e Germania, saltando in fase di emergenza l’intermediazione bancaria. Ma da noi le cose non stanno così; contributi a fondo perduto ce ne sono ben pochi.

E così, nel pieno della riapertura della Fase 2, la liquidità non arriva o arriva a rilento, e i prestiti sono in molti casi incagliati; e cresce la rabbia di tutti quegli operatori che guardano come un incubo al prossimo futuro se non ci sarà liquidità immediata. “Solo il 65% delle attività riaprirà”, lamenta Confcommercio. “Migliaia di piccole imprese chiuderanno”, tuona Confindustria. A queste urla di disperazione si aggiunge il grave sospetto che ancora una volta il sistema bancario e il governo privilegino i grandi gruppi industriali o imprese di Stato mangiasoldi, come Alitalia, a scapito delle piccole imprese che sono tuttavia l’ossatura del sistema industriale italiano. È del fine settimana la notizia che il governo, nell’ultimo decreto, ha riservato all’Alitalia una liquidità di 3 miliardi per tentare l’ennesimo progetto di rilancio, e che la FCA, che tra l’altro ha il domicilio fiscale fuori dall’Italia, abbia chiesto a Banca Intesa San Paolo un prestito con garanzia della SACE (Cassa Depositi e Prestiti) per l’enorme cifra di 6,5 miliardi.

 

Le farragini dei crediti alle imprese. Corrado Passera: “Le cose più urgenti sono tre”

Due pesi e due misure, dunque? Se si fa un giro nell’universo bancario e in quello confindustriale per chiedere come stanno le cose, molti preferiscono il low profile o più spesso il silenzio. Corrado Passera, ex dominus per anni del gruppo Intesa, ora Ceo e fondatore della Illimiti Bank, non ha intenzione di polemizzare con il governo, ma ci dice la sua su un argomento che lui conosce bene.

D’accordo dottor Passera, lasciamo stare le polemiche. Ma se le chiedessero di diventare consulente del governo in questa fase di emergenza, che cosa consiglierebbe di fare sulla spinosa questione del credito all’impresa sotto i 25.000 euro? “Ci sarebbero tante cose da fare, ma le più urgenti, le prime che mi vengono in mente, sono tre. Intanto non escluderei dall’erogazione dei prestiti aziende in ristrutturazione. Sono loro che in questo momento hanno più bisogno di liquidità, escluderle sarebbe sbagliato. Questo si potrebbe fare se le istruttorie, che per legge gli istituti di credito sono costretti a fare, si fermassero al 2019, prima che i conti delle aziende venissero peggiorati dall’epidemia. Poi non c’è dubbio che sia essenziale una manleva per le banche che erogano il credito, in modo che si possano tutelare da eventuali criticità. Non basta la garanzia finanziaria dello Stato, che diventa ancora più complicata quando deve passare dalla SACE. È necessario mettere al riparo chi eroga il credito da eventuali responsabilità penali, se no è difficile che si sblocchi la situazione. Infine, vista la situazione economica e finanziaria di moltissime aziende, suggerirei di estendere di molto i tempi di restituzione del debito, altrimenti temo che le imprese, soprattutto quelle piccole, non ce la facciano”.

Più severo il giudizio di un banchiere che guida un piccolo istituto bancario in provincia di Varese. “La prego, lasci perdere il virgolettato, siamo tutti sotto i riflettori in questo momento e io non voglio problemi. Se vuole le dico che cosa ne penso di tutta questa faccenda. Io credo in primo luogo che sia una follia chiedere alle banche in fase di emergenza di fare un’istruttoria per aprire linee di credito. E d’altronde non credo neppure che le banche possano accollarsi la responsabilità di eventuali crediti in sofferenza, o peggio fallimenti aziendali”.

Il ministro parla di lentezza inaccettabile? Ma non poteva che andare così. Se chiedi alle banche di fare istruttoria sui bilanci 2019 e 2020 è evidente che gli istituti di credito si fermano, visto che con il COVID-19 molte aziende hanno perso un’enormità di capitali. Certo, i grandi gruppi bancari possono accollarsi il rischio perché hanno le spalle grosse, ma la miriade di piccole banche sul territorio italiano non possono accollarsi la responsabilità, senza scudo penale, di eventuali fallimenti societari. E con l’aria che tira non è un’ipotesi assurda che ci siano tanti fallimenti o chiusure. Io incontro ogni giorno gente disperata, ma la situazione è questa. Sa cosa le dico? Talvolta si ha l’impressione che il governo metta tutti quei vincoli perché non ha quattrini sufficienti per fare arrivare la liquidità alle imprese. Anche perché non bisogna mai dimenticarsi che i soldi erogati dalle banche sono prestiti, e se c’è la garanzia dello Stato prima o poi lo Stato quei prestiti dovrà restituirli”.

 

Crediti alle imprese, la politica di Intesa San Paolo. Fabio Tamburini, Sole 24 Ore: “Non finanziamenti, ma fondo perduto”

In Banca Intesa San Paolo, il più grande istituto di credito italiano, si respira un’aria diversa. Nessuna polemica con il governo. Anzi, ti raccontano ai piani alti, “se il governo in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo ti chiede di contribuire è giusto che la banca faccia la sua parte. Ne va del futuro del Paese, e dello sviluppo a cui dobbiamo pensare dopo questo periodo di epidemia”.

Per mettere a regime la macchina dei crediti alle imprese in epoca di coronavirus, l’istituto di credito ha messo in piedi una task force di 2000 persone che nell’ultimo mese ha già vagliato 200.000 richieste, con una tempistica media di erogazione del credito di 72 ore. Un 30% di domande compilate male e poche domande respinte. Banca Intesa è appunto uno di quei colossi “con le spalle grosse”; non a caso FCA è andata a batter cassa dal Ceo Carlo Messina per la cifra di 6,5 miliardi.

I vertici del colosso bancario non hanno chiesto moratorie per affidamenti incauti o manleva, ma hanno esonerato i direttori di filiale dal rischio e se lo sono accollati interamente al vertice. Quando gli chiedi come mai le altre banche non si sono accollate il rischio ti rispondono che probabilmente delle 300 banche che ci sono in Italia soltanto le più grosse si potevano permettere di assumerselo.

Alla fine di questo breve viaggio andiamo a trovare Fabio Tamburini, direttore del Sole 24 Ore, di Radio 24 e di Radiocor (azionista unico Confindustria), per sapere che cosa ne pensa di questa storia della liquidità mancata.

“Ti dirò francamente cosa ne penso. Oggi naturalmente c’è grande attenzione al capitolo finanziamenti alle imprese e liquidità La situazione è drammatica. Purtroppo lo sport più in voga è lo scaricabarile tra governo e banche. La verità però è che in un momento come questo, dove circa il 30/40% delle imprese rischiano di fallire, non c’è bisogno di un finanziamento, perché i finanziamenti sono debiti, e i debiti devono essere restituiti. Per i ristoratori, alberghi e altre attività che il lockdown ha messo alle strette c’era bisogno di contributi a fondo perduto”.

 

 

Foto di Tumisu da Pixabay

E' nato a Milano il 21 novembre del 1950. Laureato in Lettere e Filosofia nel 1977 all’Università Statale di Milano con una tesi su Marx e l’economia volgare è diventato giornalista professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto dove ha curato la cronaca finanziaria e dal 1992 al 2000 la cronaca giudiziaria durante l’inchiesta Mani Pulite. Per 6 anni ha lavorato all’agenzia di Stampa Asca come cronista giudiziario e per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha lavorato per circa 6 anni al mensile Prima Comunicazione e per due anni ha lavorato nel gruppo Sole 24 ore dove scriveva articoli sul quotidiano e contemporaneamente conduceva la rassegna stampa di Radio 24 e una trasmissione con gli ascoltatori sui temi di attualità. Per due anni ha lavorato in un’agenzia di ufficio stampa dove teneva corsi di giornalismo per coloro che tenevano i rapporti con i clienti. Da circa 5 anni collabora con Senza Filtro sui temi del lavoro e cura la rubrica "8000 battute sul lavoro". E’ appassionato di musica rock, di letteratura, di gialli e del gioco del biliardo. Nel 2004 ha scritto un giallo dal titolo “Richiamo di sangue”, nel 2010 una biografia di Adriano Celentano “Memorie di zio Adriano” e nel 2013 un Giallo dal titolo “le figlie del diavolo”. [ Guarda tutti gli articoli ]

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