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Olivetti deve morire. Cronaca dell’assassinio di un’azienda

Olivetti deve morire. Cronaca dell’assassinio di un’azienda

I favori pesanti dovuti all’America del Piano Marshall e la concorrenza delle imprese statunitensi, con complici al di qua dell’oceano, hanno abbattuto una delle più promettenti aziende italiane. Recensiamo “Il caso Olivetti” di Meryle Secrest.

«Ero la guardia del corpo di Adriano. So che è stato assassinato

Se ne andò prima che Soavi, scioccato, potesse chiedergli il nome.

Michele Soavi è il nipote di Adriano Olivetti, regista del docufilm La forza di un sogno. Sono le parole di un’uomo che lo avvicinò mentre conduceva le ricerche per la pellicola a Ivrea, città dove fu fondata, nel 1899, la prima fabbrica in Italia di macchine da scrivere.

Nella serie veniva per la prima volta avanzata l’ipotesi che la CIA e l’IBM avessero attivamente influenzato la vicenda umana e professionale, impedendo che la società compisse la transazione dalla meccanica all’elettronica.

Olivetti, infatti, è stata anche la prima produttrice in Europa del primo computer da scrivania, il P101, notizia non riportata nella maggior parte dei manuali sulla storia del pc, e nel bel mezzo della Guerra Fredda. La cosa era stata resa possibile grazie alla nascita della divisione elettronica aziendale, voluta da Adriano e da Mario Tchou, ingegnere talentuoso scoperto da Roberto, i quali, per aver sognato in grande, hanno perso la vita in circostanze misteriose.

Ufficialmente il primo è morto nel 1960 per un malore in treno, e il secondo, a distanza di un anno, in un incidente d’auto.

Adriano Olivetti assassinato? La tesi del libro di Meryle Secrest

La sensazione che le morti di Adriano e Tchou non fossero casuali permane ancora oggi fra chi ha lavorato alla Olivetti, dagli ingegneri fino a uno dei suo ex presidenti come Carlo De Benedetti. Testimoni più o meno consapevoli di un’opera di costante sabotaggio, interno ed esterno all’azienda, volta a distruggere la società e il suo leader. Roberto Olivetti era pregno di buoni propositi, ma per quanto si sforzasse non aveva lo stesso carisma e lo stesso polso del padre, per riportare l’Olivetti ai suoi antichi fasti.

Ne è convinta anche la stessa figlia Desiree, con la quale l’autrice del libro Meryle Secrest si mise in contatto per indagare e capire cosa avesse fatto capitolare l’Olivetti quando era all’apice del suo successo, cioè quando la divisione elettronica dell’azienda stava andando a gonfie vele, aveva prodotto il primo computer da scrivania e ne vendeva già i primi esemplari.

Secrest conobbe di persona Roberto Olivetti, durante una cena a New York nel 1964, e su quell’incontro abbozzò uno scritto “Cena con Roberto” dove ne descrisse la personalità. Rileggendolo a distanza di anni, quando anche lui era scomparso, ebbe l’impulso di comprendere le cause che stroncarono la vita degli Olivetti e della società: uno dei più grandi misteri avvenuti durante la Guerra Fredda. Un periodo storico dove le grandi potenze combattevano a colpi di minacce di distruzione reciproca, e le armi che approntavano non erano bombe, ma sofisticati sistemi di ingegneria elettronica e informatica. E la superpotenza in assoluto è l’America, Paese dell’autrice, secondo la quale sono imputabili, se pur non dimostrabili, le colpe per la caduta della società eporediese.

Come l’Italia e gli Stati Uniti distrussero la Olivetti

Negli anni Sessanta non accadeva nulla che gli americani non volessero, dichiara Secrest in un’intervista. La responsabilità della distruzione della Olivetti secondo la scrittrice, che ha sapientemente riannodato i fili di un’intricata serie di eventi della storia nazionale e internazionale, ha a che fare con i poteri forti: il governo americano, la CIA, l’IBM, le lobby aziendali in Italia, lo spionaggio e il controspionaggio, i terroristi. Una rete di influenze talmente intricata da rendere impossibile ancora sbrogliarne le fila e identificare i veri mandanti.

Secrest ha una scrittura lineare che oggi rende scorrevole la lettura di eventi complessi, rappresentati come un perfetto connubio tra romanzo e inchiesta. La rocambolesca vita degli Olivetti è narrata sullo sfondo di fatti storici e politici con i quali si andavano definendo i nuovi equilibri globali a seguito del secondo conflitto mondiale. L’Olivetti non fu distrutta dai bombardamenti, ma da un insieme di circostanze rintracciabile in patria e oltreoceano.

L’Italia era uscita dalla guerra letteralmente a pezzi. Ha potuto ricostruirsi grazie agli aiuti del Piano Marshall e per decenni è stata in debito con gli Stati Uniti. Il nostro Paese, facendo il gioco degli americani, ha avuto il suo ruolo nell’abbattimento di una delle più grandi eccellenze industriali attraverso scelte politiche ed economiche. Non ha mai concesso finanziamenti, diversamente dal governo americano che invece sosteneva le aziende più importanti per l’economia e la strategia militare del Paese.

Quando poi l’Olivetti fu in piena débâcle per “salvarla” fu messo al comando il Gruppo d’Intervento, formato da azionisti di diverso peso, e chi pesava di più era ben intenzionato a restituire un favore al governo americano che aveva teso loro la mano nei momenti di difficoltà.

La Olivetti, una minaccia per l’America e le sue aziende

Perché dunque ci fu un così grande dispiegamento di forze contro l’Olivetti?

Perché Olivetti rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti, sin da quando aveva progettato di acquisire l’Underwood, un tempo leader nel settore delle macchine per scrivere.

Un’azienda italiana all’avanguardia nel campo dell’ingegneria elettronica stava mettendo radici sul suolo americano, e allo stesso tempo era pronta a esplorare i mercati nemici oltre la cortina di ferro, dunque a vendere le sue innovative invenzioni al nemico numero uno dell’America.

A capo c’era Adriano, un industriale ma allo stesso tempo un rivoluzionario, che credeva in un socialismo volto a dare più potere ai lavoratori. Un capitalismo illuminato che faceva tremare le gambe non solo al Paese imperialista, ma anche alle aziende italiane di stampo conservatore, al comando dei settori industriali più importanti.

Ma Olivetti rappresentava una minaccia anche per l’IBM, foraggiata dal governo americano per la costruzione di armamenti sempre più sofisticati, preoccupata che un’azienda emergente e che si fa largo in un nuovo campo potesse togliere al colosso dell’informatica il primato commerciale e militare.

Perché leggere Il caso Olivetti

Perché è un libro appassionante e non è da leggere tutto d’un fiato, ma vale la pena fermarsi a riflettere e ragionare, ogniqualvolta il lettore lo desideri.

Ci sono eventi assurdi e inimmaginabili, apparentemente slegati tra loro, ma che in realtà rientrano in un’oscura regia che ha saputo modificare il finale di una storia che aveva tutte le premesse per volgere a un lieto fine, facendo diventare Ivrea una Sylicon Valley italiana, produttrice di “bene” oltre che di beni. Una longa manus che ha saputo orchestrare il tutto, perché un esperimento come quello di Adriano Olivetti non poteva più ripetersi.