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C’era una volta l’Italia, Paese di naviganti e grandi esploratori. Ancora oggi, per necessità più che per avventura o per piacere, gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Si spostano soprattutto alla ricerca del lavoro. Da una parte, c’è chi fa una scelta di vita ed emigra: dal 2008 ad oggi, oltre mezzo milione di […]

C’era una volta l’Italia, Paese di naviganti e grandi esploratori.
Ancora oggi, per necessità più che per avventura o per piacere, gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Si spostano soprattutto alla ricerca del lavoro. Da una parte, c’è chi fa una scelta di vita ed emigra: dal 2008 ad oggi, oltre mezzo milione di italiani ha lasciato l’Italia per mete professionalmente più appetibili (Germania, Regno Unito e Francia le destinazioni più battute, ma crescono anche gli Stati Uniti e soprattutto i Paesi arabi, il nuovo Eldorado dei piccoli artigiani).
Dalla fuga dei cervelli al fenomeno della “overeducation” o dell’“overskilling” (ovvero la distruzione di capitale umano che origina dal disallineamento tra il livello di istruzione di un lavoratore e le reali competenze richieste dall’impresa), sono molte le criticità che contribuiscono a mettere in moto i lavoratori. In tutto questo, c’è anche il rovescio della medaglia: tantissimi stranieri (si stima circa 300 mila) per le stesse ragioni hanno deciso negli ultimi anni di abbandonare l’Italia, ritenuta troppo poco attrattiva, per tornare nei Paesi di origine.
I numeri complessivi, tuttavia, raccontano solo una parte del quadro: l’Italia, si sa, è la più efficace rappresentazione della media del pollo di Trilussa. Ciò che sta succedendo non vale a tutte le latitudini ma riguarda alcune aree specifiche del Paese, vittime di una desertificazione demografica che finirà per accentuare la consolidata frattura Nord-Sud. Secondo le più recenti previsioni dell’Istituto Nazionale di Statistica, sarà proprio il lavoro a guidare i grandi movimenti della popolazione nei prossimi decenni: lo spopolamento andrà infatti a colpire le aree meno prospere del Paese, innescando una spinta migratoria dalle regioni meridionali a quelle settentrionali che nelle dimensioni sarà paragonabile a quanto osservato a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Corsi e ricorsi storici: all’epoca del “miracolo economico italiano” si realizzò infatti la più imponente migrazione di massa della storia del nostro Paese e milioni di lavoratori si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando l’attività in agricoltura, in direzione delle grandi fabbriche del Nord. Qualcosa di molto simile è iniziato in questi anni e aumenterà nei prossimi: il saldo degli iscritti per trasferimento interregionale è fortemente negativo per quelle regioni dove il lavoro è sinonimo di emergenza (Campania -160 mila, Sicilia e Puglia -73 mila, Calabria -54 mila) e positivo per quelle che hanno tenuto botta durante la recessione e, più di recente, agganciato il traino della ripresa internazionale (Lombardia +103 mila, Emilia-Romagna +82 mila).
Chi è rimasto, d’altra parte, ha dovuto fare di necessità virtù, inseguendo il giusto equilibrio tra opportunità lavorative, famiglia e vita privata. Nei mesi scorsi l’lstat ha rilasciato, sulla base delle informazioni raccolte nel corso dell’ultimo censimento, uno strumento analitico di grande rilevanza: la matrice del pendolarismo, una miniera di informazioni che consente di esaminare in maniera approfondita le abitudini degli italiani nel tragitto casa-lavoro. L’analisi degli spostamenti a breve raggio per motivi di lavoro risente di molteplici fattori strutturali: le caratteristiche del tessuto economico locale, la conformazione del territorio, la disponibilità dei mezzi di trasporto e la qualità delle infrastrutture.
Alcune indicazioni di carattere generale.
In Italia il 54% degli occupati lavora nel comune di residenza, un privilegio che riguarda principalmente le grandi aree urbane (dove la quota si avvicina al 90%), mentre uno su tre si sposta ma resta entro i confini provinciali. Uno su dieci affronta tragitti anche più impegnativi, dentro (8%) o fuori regione (2,6%), ma con effetti negativi in termini di grado di soddisfazione per il lavoro svolto. Interessante notare come la disponibilità a spostarsi risulti più accentuata tra i lavoratori under 40: merito certamente delle forze delle energie fresche di cui beneficiano i più giovani, ma anche della consapevolezza che il mercato del lavoro di oggi non si presta a troppi compromessi.
L’auto si conferma il principale mezzo di spostamento degli italiani (la usa quasi il 70% dei lavoratori), anche perché, se si escludono alcune esperienze virtuose nelle città di maggiori dimensioni, mancano alternative adeguate alla mobilità privata: con un parco circolante comprensivo di 38 milioni di vetture, il nostro Paese sperimenta il tasso di motorizzazione più elevato d’Europa (62,4 autovetture ogni 100 abitanti), secondo soltanto a quello del Lussemburgo. Pur consolidandosi nelle aree metropolitane la tendenza ad abbandonare l’auto (il minor numero di auto per abitante si rintraccia a Venezia, Genova, Firenze e Milano, per effetto di una più ampia offerta di mobilità pubblica e del successo delle sperimentazioni di car sharing), il largo ricorso ai mezzi privati contribuisce a determinare elevati tassi di congestione: si stima che gli italiani, per recarsi sul luogo di lavoro, passino in auto 23 giorni l’anno (fonte: Osservatorio europeo della Mobilità), sprecando in coda quasi una settimana.
Auto esclusa, i mezzi preferiti degli italiani sono autobus e metropolitana, seguiti dal treno. In tutta Italia, gli utenti abituali dei mezzi pubblici sono circa un decimo dei residenti (15% al Centro, 12% al Nord, 9% nel Mezzogiorno) e poco più di un terzo nei centri delle aree metropolitane: ancora troppo poco rispetto alle più avanzate esperienze europee (Germania e Regno Unito).
Laddove possibile, è pur vero che, a fianco delle modalità di spostamento più tradizionali, si stanno affermando nuovi stili di vita, orientati alla sostenibilità e al contatto con la natura: nell’ultimo anno i “mezzi di trasporto” più ecologici (la camminata e la bicicletta) hanno messo a segno l’incremento più sostenuto (+8,4% in media nazionale).
A proposito dei tempi, per il solo viaggio di andata circa un terzo dei lavoratori impiega meno di 15 minuti, mentre la maggioranza (31%) riesce a rimanere entro la mezz’ora. Per un ulteriore 20% sono necessari fino a 45 minuti mentre quasi un decimo trascorre lungo il tragitto casa-ufficio più di un’ora: si stima che il costo medio per gli spostamenti sia pari al 5% della retribuzione annua, ma che per un lavoratore su cinque esso possa raggiungere e superare il 10% dello stipendio.
In generale, spostarsi paga sempre. Ma con alcune sorprese: secondo l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro, per le professioni più “skillate” all’aumentare delle distanze cresce l’importo dello stipendio netto (+15% fuori provincia rispetto a quella di residenza e +30% scegliendo di lavorare all’estero). Eppure, i benefici maggiori vanno alle professionalità meno qualificate: l’incremento è del 25% fuori provincia e di quasi il 50% fuori dall’Italia.
Ma non è certo una passeggiata di salute: se Maometto non va alla montagna, tocca agli italiani andare al lavoro.

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Milano è al centro della Lombardia, in senso geografico ma non solo. È il cuore pulsante di una zona che, per strane combinazioni storiche o logistiche, è diventata il motore economico dell’Italia. Sono nata in Brianza e l’operosità lombarda fa parte del mio dna; i miei primi ricordi sono il fumo nerastro e l’odore acre […]

Penso che nella vita a tutti sia capitato o di pensare: se mi ammalo, o se si ammala un mio caro, vorrò provare di tutto per farmi e farlo curare. Il rapporto con il medico si fonda su un vincolo di fiducia, il più stretto possibile, perché gli affidiamo la vita nostra o dei nostri […]