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Porto Azzurro, il carcere-azienda di Francesco D’Anselmo

Porto Azzurro, il carcere-azienda di Francesco D’Anselmo

Che cos’hanno in comune Sergio Marchionne e il direttore di un penitenziario? La risposta nell’intervista al dirigente del carcere dell’isola d’Elba, Francesco D’Anselmo.

Certi manager dovrebbero andare in galera. Ma non in una prigione qualsiasi, bensì al penitenziario di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba. Non per scontare chissà quale pena in cella, ma semplicemente per fare due chiacchere costruttive col direttore di quella struttura, Francesco D’Anselmo.

Da uno come lui ti aspetti di sentire le storie drammatiche di chi ha perso la libertà o le classiche lamentele del dirigente pubblico alle prese con l’elefantiaca e farraginosa amministrazione statale. Invece no. D’Anselmo – napoletano, 63 anni, una straordinaria somiglianza con Jep Gambardella, il protagonista del film La Grande Bellezza di Sorrentino – tra uno sguardo all’azzurro del mare antistante e una tirata alla sigaretta esordisce con una citazione di Sergio Marchionne.

Si dice che gli esseri umani possono vivere quaranta giorni senza cibo, quattro giorni senza acqua e quattro minuti senza aria. Ma nessuno di noi può vivere quattro secondi senza speranza. Guardi, avrei dato un anno di stipendio per lavorare con Marchionne, che per me rimane il più grande manager di tutti i tempi… è un mio grande rimpianto. Non è forse una bella frase? Perché la speranza è una cosa fondamentale, soprattutto per chi vive dentro un carcere.”

In effetti a ben vedere D’Anselmo qualcosina in comune con Marchionne ce l’ha: sono entrambi manager con la doppia laurea (in filosofia e in legge, nel caso del nostro direttore), con la duplice specializzazione in diritto del lavoro e sicurezza sociale e in diritto amministrativo.

Sì, perché D’Anselmo si considera un manager e ci tiene a dirlo: “Guardi che è più difficile gestire un carcere che un’azienda perché io qua sono al tempo stesso datore di lavoro, con tutto quel che ne comporta per la normativa sulla sicurezza, e responsabile per tutte le figure che varcano il portone: medici, insegnanti, parenti dei detenuti, senza contare le politiche penitenziarie, il rapporto con i magistrati di sorveglianza che devono decidere per le misure alternative e di semilibertà. Siamo un’azienda, e sa che cosa produciamo? Rieducazione e risocializzazione per creare un utile cittadino”.

A sentir parlare D’Anselmo dei progetti lavorativi in carcere sembra di ascoltare uno di quegli imprenditori seriali che ti snocciolano tutte le startup sulle quali stanno investendo o vogliono imbarcarsi. La differenza è che la molla che fa scattare l’entusiasmo dei normali imprenditori quasi sempre è la voglia di fare soldi, mentre al nostro direttore brillano gli occhi solo quando racconta dell’entusiasmo che i suoi detenuti mettono nella falegnameria o nell’azienda agricola del penitenziario. Questione di priorità, insomma, che nel suo caso è il reinserimento dell’uomo o della donna nella società.

E allora vediamola, l’“azienda” che D’Anselmo dirige dal 2015.

Porto Azzurro, il carcere che non sembra un carcere

Il carcere di Porto Azzurro è ospitato all’interno di Forte San Giacomo, una fortezza spagnola seicentesca che aveva il compito di vegliare sulle navi dei pirati saraceni che già dal Cinquecento, guidati dal famigerato Barbarossa, bazzicavano le acque antistanti Longone, località che offriva un ottimo riparo da venti e tempeste.

Un destino dunque che sembra segnato per questo fazzoletto di terra abituato ad avere a che fare con gente poco raccomandabile (i pirati), e in seguito con uno dei più illustri uomini privati della libertà, quel Napoleone Bonaparte che nell’isola fu esiliato e governò per dieci mesi, lasciando un’eredità tutt’ora viva a partire dalla bandiera dell’Elba con le tre api, ideata da lui in persona.

Varcato il cancello, il cortile del penitenziario ha quell’alone di ordine dimesso caratteristico delle caserme ai tempi della naja: non si bada troppo all’estetica e alle finiture ma tutto è al suo posto, in ordine e pulito; compreso il parchetto giochi, con una vista stupenda della baia per i figli dei detenuti, struttura che D’Anselmo ha voluto come un luogo per le visite che fosse il meno possibile simile a un carcere.

Vedendo in lontananza i traghetti e le barche a vela, il sole, i ristoratori dell’isola che fanno capolino in cortile per prendere le cassette di verdura prodotte dai detenuti, per un attimo ci si scorda che dietro il grande portone 350 cristiani (ma anche appartenenti ad altre fedi) scontano le loro pene, anche per reati efferati che qua avremmo difficoltà a raccontare.

I detenuti coltivano ortaggi dentro il Forte San Giacomo

Il carcere in cui i reati restano fuori: “Solo con il lavoro si può risocializzare”

L’“azienda” impiega 130 agenti di polizia penitenziaria, incluse cinque donne tra cui – alla faccia delle ipocrite discussioni sulle quote rosa – “lacomandante. Al momento in cui scriviamo il carcere èCOVID free”, uno dei primi in Italia. Oltre ai vaccini, la pandemia ha portato al di là delle sbarre anche altre novità prima impensabili: le videochiamate, sia per i famigliari che per gli avvocati.

“Vede”, continua D’Anselmo con la sua cadenza partenopea, “il compito del direttore è quello di creare lavoro per i detenuti, spingere perché lavorino di più: solo con il lavoro si può risocializzare. Intendiamoci: questo è un mestiere complesso e quando si parla di carcere bisogna tenere conto innanzitutto del fattore sicurezza, e perché no anche dell’ordine. Ma, di nuovo: più i detenuti lavorano più sono sereni; più il carcere è tranquillo, maggiore è la sicurezza. Certo, c’è sempre il rischio che qualcuno ne approfitti e magari evada, ma un direttore che fa il suo lavoro deve avere anche il coraggio di prendersi qualche rischio”. E finora i rischi che D’Anselmo ha preso sono stati fruttuosi per chi, sbarcato in manette all’Elba, ha deciso di rifarsi una vita rimboccandosi le maniche.

Gli ortaggi dicevamo, a chilometro zero, coltivati dentro il Forte San Giacomo (che ospita anche una succursale dell’istituto agrario di Portoferraio), ma anche sul fertile terreno dell’isola antistante, Pianosa, storico penitenziario e sanatorio trasformato dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in carcere duro per i mafiosi, chiuso nell’agosto del 1998.

“C’è una frase scritta su di un muro a Pianosa”, dice D’Anselmo: “qua entra l’uomo, il reato resta fuori. Per questo io non guardo mai al passato della persona. Il nostro compito è quello innanzitutto di tracciare un profilo psicologico del detenuto, poi cercare di fare uscire il disvalore, verificare le possibilità di risocializzazione mettendolo alla prova prima con dei lavoretti in carcere, poi magari con un permesso premio che può portare anche al cosiddetto articolo 21, ossia al lavoro all’esterno del carcere”.

E qua entrano in campo gli albergatori e i ristoratori dell’isola. Il turismo è una manna per il manager D’Anselmo che d’estate riesce a piazzare i suoi “dipendenti” come baristi, cuochi, camerieri e addetti alle pulizie nelle strutture ricettive, e a volte anche in qualcuno degli otto comuni dell’Isola: ogni stagione vengono attivati almeno 30-35 contratti a tempo determinato. Senza contare i detenuti che lavorano nella cooperativa che a Pianosa gestisce la locanda e il self service.

Artigianato e matrimoni in carcere

Come accade agli imprenditori seriali, anche D’Anselmo ogni tanto deve fare i conti con le fortune alterne del business. Oggi ad esempio, per vari motivi, non è più attivo il forno dei detenuti, inaugurato nel 2017, che produceva pane senza glutine e prodotti freschi per celiaci, e li forniva, unico, a tutta l’isola.

Ma poco importa. La falegnameria, ad esempio, continua ad andare alla grande, soprattutto la manutenzione degli infissi in legno degli alberghi (dove i detenuti si recano di persona accompagnati da un agente), al punto che il nostro manager-direttore è costretto a rifiutare qualche richiesta perché anche le finestre del carcere hanno le loro necessità.

Per un progetto che muore un altro però nasce, e con una data certa: il 25 luglio 2021, quando verrà inaugurato il restauro della seicentesca chiesa del carcere dedicata a San Giacomo Martire. Gli stanziamenti arrivano dalla Fondazione Terzo Pilastro di Roma (per il 70%) e da una ONLUS elbana appositamente creata, mentre il restauro del frontespizio è finanziato dall’Amministrazione Penitenziaria. D’Anselmo vorrebbe usarla per i matrimoni, con tanto di catering fatto dai detenuti: nozze “chiavi in mano” insomma, al punto che è in allestimento un forno per ceramica dove creare le bomboniere.

E qua, di nuovo, quando parla di questa folle e geniale idea, a D’Anselmo si illuminano gli occhi: “Vede, mi sono sempre chiesto da dove venisse questa mia inclinazione, direi attrazione, per i detenuti e per il mondo del carcere in generale. Le confesso una cosa. Anni fa, agli inizi del Duemila – allora dirigevo un carcere in Emilia – andai in analisi con uno psicologo per conoscermi meglio. Durante quelle sessioni, durate tre anni, mi sottoposi al cosiddetto processo di regressione, e proprio in quei momenti mi rividi in un lontano passato rinchiuso in una cella con vista mare, condannato per un reato che sapevo non aver commesso, insomma ingiustamente. Certo, da cristiano non credo alla reincarnazione, davvero non so se questo sia vero o falso, ma certo la cosa, tutt’oggi, mi lascia abbastanza perplesso.”