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Quando i comunisti insegnavano la cultura del dissenso

Quando i comunisti insegnavano la cultura del dissenso

Nel 1968 l’URSS di Brežnev invase la Cecoslovacchia, dividendo i militanti dei partiti comunisti europei – compreso quello italiano. La prima critica strutturata alle politiche sovietiche giunse proprio dagli intellettuali di estrema sinistra del “Manifesto”. Qual è lo stato di salute della cultura del dissenso in Russia, oggi?

Il lettore non si scandalizzi se inizierò questa mia breve testimonianza sulla cultura sovietica del dissenso con una barzelletta, assai amara in verità, che mi raccontò 45 anni fa un matematico dissidente, Leonid Pljusc, morto a Parigi nel 2015. Membro del Gruppo di iniziativa per la difesa dei diritti dell’uomo in URSS, creato nel 1969, nel 1972 era stato arrestato e rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Liberato nel 1976 in seguito a una campagna internazionale, era emigrato in Francia, dove era diventato il rappresentante per l’Ucraina del gruppo Helsinki. Ricordo ancora quel volto scarno nel raccontare con una buona dose di ironia il sistema politico del suo paese.

Il dialogo è tra la madre di Brežnev e suo figlio, allora segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Brežnev: “Mamma, vieni a guardare questa cartina geografica. Vedi, questa è la Russia, poi c’è la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Romania, l’Ucraina, e anche un pezzo della Germania. È tutta roba mia, in questi Paesi decido tutto io”. La mamma: “Bravo Leonida! Sei importante”. Ancora Brežnev alla mamma: “Vedi queste banche, questi palazzi, questi tesori, questi dipinti. Anche questa è tutta roba mia”. La mamma: “Bravo Leonida, sei forte, ma stai attento che se arrivano i comunisti ti portano via tutto”.

1977, le politiche dell’URSS e la divisione degli intellettuali

Era il 1977, in Italia il decennio degli anni di piombo. Ma se ci si sposta sulla geopolitica dell’epoca la memoria torna a un mondo che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, era diviso rigidamente in due zone di influenza sancite a Yalta nel 1945 dai vincitori della guerra contro il nazismo, Franklin Delano Roosevelt, Stalin e Winston Churchill.

In una di queste zone di influenza, dominata dall’Unione sovietica, lo zar di allora si chiamava Leonida Brežnev, teorico praticante della famigerata dottrina della “sovranità limitata” dei Paesi dell’area del cosiddetto socialismo reale, la stessa dottrina che spingerà Brežnev, deus ex machina del PCUS, alla storica quanto tragica decisione dell’invasione della Cecoslovacchia, avvenuta 9 anni prima, il 23 agosto del 1968, con il contributo di altri tre Paesi del Patto di Varsavia: Bulgaria, Polonia e Ungheria. Scopo dell’invasione, fermare le istanze democratiche di Dubcek.

La dottrina di Brežnev, nella sua “banalità del male”, come avrebbe detto Hannah Arendt, era semplice: “Quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni Paesi socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del Paese coinvolto, ma un problema comune e una preoccupazione per tutti i paesi socialisti”. Ecco dunque la ratio dell’invasione.

Il quotidiano il manifesto, per il quale ho lavorato per trent’anni, nasce nel 1971, dopo che una parte del gruppo dirigente del PCI composta da Aldo Natoli, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri, viene radiata il 27 novembre del 1969. Uno dei punti di quella rottura che si rivelerà insanabile è proprio la questione dell’Unione sovietica, in particolare l’invasione della Cecoslovacchia. La radiazione del gruppo del manifesto dal PCI era uno dei primi sintomi, in Italia, di ciò che stava avvenendo tra gli intellettuali dell’Unione sovietica a seguito dell’invasione della Cecoslovacchia, e ancora prima nel 1956, con l’invasione dell’Ungheria.

La cultura del dissenso nel convegno del manifesto

Tra il ‘58 e il ‘68 Aleksandr Solzenicyn aveva già scritto Arcipelago Gulag, sul sistema dei campi di concentramento in Siberia voluti da Stalin, e Boris Pasternak aveva pubblicato Il dottor Zivago. Fu su questa nascente cultura del dissenso che il manifesto organizzò a Venezia nel 1977 un convegno dal titolo emblematico: “Potere e opposizione nelle società post rivoluzionarie”.

Gli atti di quel convegno sono al momento irreperibili, ma la particolarità di quell’incontro tra intellettuali dell’est, tra cui appunto Leonid Pljusc, fu il tentativo in realtà fallito di recuperare i valori positivi di ciò che restava della Rivoluzione d’ottobre. Un esperimento politico e culturale assai arduo che rimase lettera morta, come ci racconterà la storia a partire dal crollo dell’Unione sovietica nel 1989.

Ricordo come qualcosa che si è rarefatta nel tempo la tensione intellettuale dei dissidenti che partecipavano al convegno, l’appassionata ricerca di qualche leva riformatrice che potesse cancellare gli anni devastanti dello stalinismo. Il tema era ed è dei più difficili: come si conciliano centralismo e democrazia nei Paesi autoritari di matrice comunista? In quegli intellettuali c’era forse la consapevolezza che quel tentativo era assai complicato. Ricordo che i giornali di allora, compresi quelli di sinistra, guardavano con molta diffidenza a quel convegno, anche perché il dissenso sovietico all’epoca veniva spesso usato politicamente dalle destre in versione anticomunista. Dunque era il manifesto a essere fuori dal coro.

Perché in Russia non c’è spazio per la democrazia

In questa sede non pretendiamo di approfondire un fenomeno così importante. Il dissenso esploso in quegli anni nella cultura sovietica è stato certamente un fenomeno rilevante per i riflessi che ha avuto sui partiti comunisti dell’Occidente, a partire, in Italia, dallo strappo verso l’Unione sovietica che fece Enrico Berlinguer; ma quel movimento culturale e politico non ha mai messo radici nel tessuto sociale della Russia post ‘89. Paradossalmente, sono stati intellettuali e politici italiani ed europei a essere affascinati dall’uomo solo al comando insediato al Cremlino.

Questa storia è tutta da scrivere, e forse da riscrivere, dopo gli eventi tragici di questi giorni con l’invasione dell’Ucraina, ma di certo si può dire che la democrazia, nella società russa, non ci è mai entrata, malgrado i nobili tentativi di Michail Sergeevič Gorbačëv di introdurre la perestrojka come anticamera di un cambiamento. La storia successiva ha assunto le vesti di democrazia autoritaria con Boris Yeltsin per poi trasformarsi in un sistema autoritario e imperialista a pieno titolo con Vladimir Putin.

E, per restare al tema della cultura, gli intellettuali e i giornalisti nell’ultimo decennio della Russia sono stati e sono tuttora considerati un vero ostacolo da reprimere ed eliminare per ricostruire l’impero sovietico.

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